Mazzy Star – Seasons Of Your Day (Rhymes Of An Hour)

Mazzy Star - Seasons Of Your Day

Naturalmente essere una bella gnocca non ha mai nuociuto a nessuna e figurarsi esserlo del tipo “lolita tenebrosa”. Vero che, a parte qualche posa da “femme fatale”, Hope Sandoval non ha mai approfittato del suo indiscutibile fascino e però negli ambienti underground la sua apparizione alla ribalta nei tardi ’80 negli ultimi Opal, in luogo di Kendra Smith, faceva scalpore. Creatura di David Roback, gli Opal proseguivano il viaggio a ritroso nelle terre della psichedelia intrapreso dal precedente gruppo del chitarrista, i Rain Parade, salvo trasformarsi nell’89 in Mazzy Star – Roback più Sandoval più meri comprimari – e apportare alla rotta un piccolo ma sostanziale cambio: passo rallentato, nelle loro trame di post-(folk)-rock all’acido lisergico si insinuavano un senso di estraniamento, di ennui esistenziale quintessenzialmente del loro tempo, in nessun modo riconducibili ai Sixties. Tre gli album per la coppia e generale la sorpresa quando nel ’93 il secondo, “So Tonight That I Might See”, generava una hit fra le più eccentriche del decennio, Fade Into You. Lungi dall’approfittarne l’elusivissima coppia attendeva tre anni per rifarsi viva, con il piacevolmente dispensabile “Among My Swan”, per poi defilarsi del tutto, o quasi. Completamente silente Roback, la Sandoval dava notizie di sé nel 2001 con “Bavarian Fruit Bread”, nel 2009 con “Through The Devil Softly”. Dischi passati più o meno inosservati e vien da dire giustamente, giacché dimostrazioni che dall’ennui alla noia il passo può esser breve. Grande invece l’attesa per il quarto Mazzy Star, magari non paragonabile a quella per il terzo My Bloody Valentine ma insomma. Vale come per quello notare che non si sarebbe potuto scegliere un momento più propizio per tornare in pista, in quest’epoca mesta di dream pop e nu-gaze.

Come se non fosse trascorso un giorno da “Among My Swan”, altro che diciassette anni: questa la prima impressione – la seconda, la terza… – all’ascolto di un album che parte magnificamente e altrettanto bene si congeda. Come se non fosse trascorso un giorno e non stupisce apprendere che le dieci tracce che danno vita a “Seasons Of Your Day” non sono frutto di una rimpatriata (negano d’altronde, gli artefici, che il sodalizio si fosse mai sciolto) ma provengono da sedute in sala di registrazione disseminate lungo tre abbondanti lustri. Sapere che in questo interminabile frattempo David e Hope hanno prodotto materiale bastante a riempirne diversi altri di dischi non eccita però granché. Manco un po’. Perché se, come appena detto, “Seasons Of Your Day” si presenta alla grande – con i Doors in moviola di In The Kingdom – e non meno bene saluta – con i… Doors girati  in blues di Flying Low – è quanto c’è in mezzo a soddisfare di rado. A evidenziare come in fondo i Mazzy Star avessero già detto tutto con il meraviglioso esordio del ’90 “She Hangs Brightly” e dopo non abbiano fatto che slabbrare la tela delle due idee buone lì contenute: la seduzione ipnotica della voce a contrappuntare simbiotica il quieto ma fitto lavorìo elettroacustico di corde sottostante. È che ascoltata una canzone le hai ascoltate sostanzialmente tutte e tocca attaccarsi alle sfumature per individuarne qualcuna capace di creare un minimo stacco: al glockenspiel e all’armonica che evitano al piccolo incantesimo di Common Burn di restare monocromatico; al piglio country di una relativamente vivace (radiofonica, azzarderei) Lay Myself Down; al passo di valzer di Sparrow. Non so quanto impiegheranno i Mazzy Star a pubblicarne un quinto di album, ma non tratterrò il respiro nell’attesa.

4 commenti

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4 risposte a “Mazzy Star – Seasons Of Your Day (Rhymes Of An Hour)

  1. “bavarian fruit bread”, però, era molto bello. 🙂

    • Dici? Io ne ho un ricordo abbastanza vago ma me lo rammento alquanto estenuato ed estenuante. Dopo di che, è da allora che non lo riascolto e non ce l’ho nemmeno in casa.

      • Giancarlo Turra

        A me “Through The Devil Softly” piacque assai e piace tuttora, ma de gustibus. Di fatto è vero che i Mazzy Star girano attorno a duelle idee e a quella tipologia di brano, quindi la differenza la fa la scrittura. Però, a me questo disco piace, pur essendo lontano dai primi due. Sarà la nostalgia o l’evidenza che avercene oggi di band così.

      • In un certo senso raggiunge l’apice del suo fascino, nei testi e nel suo modo di fare folk psichedelico. Però concede poco, e gli arrangiamenti sono minimi, così può annoiare se non ci si dedica. 🙂

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