Cinque anni senza Miriam Makeba

Miriam Makeba - The World Of

C’era evidentemente l’Italia nel destino di Miriam Makeba che, come molti lettori rammenteranno, moriva il 9 novembre 2008 subito dopo essersi esibita a Castel Volturno in uno spettacolo di supporto a Roberto Saviano e alla sua guerra alla camorra. Fierissima combattente fino all’ultimo, si accasciava dopo avere cantato la sua canzone più celebre (forse maledizione più che benedizione, siccome è l’unica di cui tutti ricordano titolo e melodia), ossia Pata Pata, e per quanto i medici si affannassero a farne ripartire il cuore stanco di settantaseienne consumata da un’esistenza impossibilmente avventurosa non c’era niente da fare. All’indomani la notizia era sui siti e i giornali di tutto il mondo e incidentalmente era così che in molti venivano a sapere dell’esistenza di Saviano. Missione compiuta per la signora, allora: l’ennesima. Se l’ultima volta della Makeba nel Bel Paese la ricordano purtroppo in tanti, sono però in pochi a sapere che la prima coincideva con il primo viaggio fuori dal natìo Sudafrica. Era il 1959 quando il documentarista americano Lionel Rogosin portava al Festival di Venezia il suo Come Back, Africa, in cui Miriam faceva un’apparizione tanto breve quanto memorabile, e riusciva a farle ottenere un invito e un visto. Decenni dopo l’ormai anziana artista rifletterà che aveva sempre desiderato lasciarsi alle spalle la vita problematica in patria ma che, se avesse saputo che le sarebbe stato impedito di tornare indietro, si sarebbe probabilmente ben guardata dal partire. Tant’è… In quel medesimo fatidico anno faceva il suo debutto televisivo statunitense, allo “Steve Allen Show”, e da lì a qualche mese Harry Belafonte le procurava il permesso di lavoro fondamentale per potersi costruire una carriera negli USA quando in Sudafrica era già da lungi una star (cercate le sue incisioni con le Skylarks, sono meravigliose), ma senza che ciò le avesse garantito un pur minimo benessere. Era quando si trattava, sempre nel 1960, di tornare a Johannesburg per i funerali della madre che la ventottenne cantante scopriva che il passaporto le era stato ritirato. Da lì a tre anni e dopo un’epocale testimonianza sull’apartheid davanti a una commissione delle Nazioni Unite le toglieranno tout court la cittadinanza e si ritroverà apolide, un sacco di passaporti in tasca (Guinea, Ghana e Belgio i primi stati a offrirgliene) ma senza più un posto che potesse chiamare casa. Nemmeno gli USA, che dopo averla tanto acclamata di fatto a loro volta la cacceranno quando, nel 1968, sposerà una delle figure più controverse della lotta per i diritti civili, Stokely Carmichael.

Ecco, è immancabilmente questo il problema con Miriam Makeba e anch’io ci sono cascato: che le sue battaglie per un mondo più giusto e vivibile, per cominciare perché guarito dalla piaga del razzismo, da sempre fanno passare in secondo piano la grandezza dell’artista. La musica ridotta a corollario dell’attivismo politico e anche a ragione di ciò spesso percepita, naturalmente se non se ne ha una pur basica conoscenza, come oleografica quando era invece autoctona e cosmopolita nel contempo, tradizionale e felicemente contaminata. In un certo qual senso, con quella del mentore Belafonte, la prima world music per noi occidentali e va bene così, ma solo a patto di ricordarsi quanto osservava al riguardo la stessa Miriam: “Credo che sia per gentilezza che la si chiama musica ‘del mondo’, per non parere scortesi etichettandola come musica del Terzo Mondo. Un po’ per la medesima ragione per la quale i paesi poveri una volta venivano detti sottosviluppati e adesso invece si preferisce definirli ‘in via di sviluppo’”. E allora infine parliamone dell’artista Miriam Makeba.

Il destro viene offerto da una ristampa stupenda sotto ogni punto di vista (ha provveduto Speakers Corner) di “The World Of”, che nel 1963 era il secondo LP per la RCA Victor, nonché terzo “americano” in assoluto, per la nostra eroina. Per l’audiofilo un’autentica chicca e, fuori dalla classica e dal jazz, una delle incisioni tecnicamente più rimarchevoli dei primi ’60 che mi sia mai capitato di ascoltare. Sul serio non mente la colonna pubblicitaria che, sul retro di una copertina riprodotta fedelissimamente (a parte l’aggiunta dell’orrido logo Sony Music odierno), vanta le caratteristiche dei dischi Dynagroove: la “brillantezza”, la “presenza realistica”, la “pienezza” del suono anche a un volume d’ascolto modesto paiono indiscutibili, così come l’eliminazione di ogni rumore di superficie e di qualsivoglia distorsione. Esemplare l’immagine stereofonica, al di là di voci delle quali è catturata, a partire ovviamente dalla principale, ogni sfumatura, colpiscono la dinamicità delle percussioni e i raffinati cromatismi degli strumenti a corda. E poi (prima) c’è la musica in sé: che sapeva trovare un superbo punto di equilibrio fra la voglia di proporre al pubblico statunitense un’interprete “affascinante ed esotica” e la necessità, per fare passare quelle sonorità nuove, di inserirle in un contesto con elementi più familiari, sebbene non necessariamente locali ed ecco il tango che si fa largo, prepotentemente, in Forbidden Games e in Tonados de media noche. Così a momenti marcatamente sudafricani e pure “in lingua”, quali ad esempio una Dubula dall’emozionante attacco a cappella, una corale Pole Mze o un’esultante Into Yam, si alternano lo spiritual Little Boy o una delicata ballata folk (splendidi gli intarsi della tromba di Hugh Masekela) quale Wonders And Things. Con il senno di poi, di pressoché insopportabile pregnanza una conclusiva Where Can I Go? nella quale si cominciano a fare i conti con l’esilio.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.328, dicembre 2011.

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