Il talento immenso e la vita disperata di Little Willie John (15 novembre 1937-26 maggio 1968)

Little Willie John

Il provino fu alle cinque di pomeriggio. Alle otto eravamo in studio a registrare. Non ero riuscito a rintracciare i musicisti prima”: così in un’intervista Henry Glover ricordava il giorno – 27 giugno 1955 – in cui conobbe l’allora nemmeno diciottenne William Edward John. Spesso ci vuole un grande per riconoscere un grande e non c’è dubbio che Glover, scomparso sessantanovenne nel ’91, sia stato uno dei giganti non solo della black ma della popular music tutta. Sebbene di una specie speciale di giganti, quelli che preferiscono agire dietro le quinte: incidentalmente trombettista ma soprattutto talent scout, arrangiatore, produttore e autore di canzoni e, limitandosi alle più famose, Wikipedia ne mette in fila alcune decine. E trovatelo voi un altro che sia stato interpretato da Aretha Franklin e dai Ramones! Dopo il succitato fatidico incontro, dei suoi servigi di autore usufruirà naturalmente anche colui del quale James Brown dirà che “fu un cantante soul quando questa musica non aveva ancora un nome” e Bobby Schiffman, a lungo direttore dell’Apollo di Harlem, che “non ho mai incontrato un altro che sapesse mettere tanta passione nelle sue interpretazioni”. Ci vuole un grande per riconoscere un grande e Little Willie John, che avrebbe potuto debuttare addirittura quattordicenne se solo alla King si fossero fidati di quel monumento di Johnny Otis (ci vuole… eccetera…), è stato indiscutibilmente una delle voci in ambito black in rapporto alle quali tutte le altre non possono che venire misurate. Ricoscevano il debito, per non fare che qualche nome, Sam Cooke e Al Green, Jackie Wilson così come B.B. King e il dianzi citato James Brown provava a saldarlo dedicando a uno che considerava un Maestro un intero album, “Thinking About Little Willie John And A Few Nice Things”.

Grande nell’arte il nostro… eroe?… quanto minuscolo di statura: cinque piedi, che vuol dire un metro e cinquantadue ed era per quello oltre che per l’età verdissima all’epoca dell’esordio che si beccava un soprannome fra il tenero e l’irridente. Era probabilmente per quello che veniva su con un carattere difficile, litigioso e spaccone. Uso girare armato, di lama e/o di pistola, ed era una cattiva abitudine che lo inguaiava definitivamente nell’ottobre 1964 quando, tuffatosi a capofitto nell’ennesima rissa, di fronte a un avversario trenta centimetri più alto e cinquanta chili più pesante per cavarsela non trovava di meglio che accoltellarlo a morte. Tirato per le lunghe con l’imputato in libertà su cauzione e perennemente in tour per pagarsi gli avvocati, il processo finiva bene ma male, con l’accusa derubricata da omicidio volontario a preterintenzionale e una condanna da un minimo di otto a un massimo di vent’anni di reclusione. Infine incarcerato nel luglio 1966, non sconterà che ventidue mesi e tre settimane. Come più volte aveva amaramente pronosticato, dalla galera usciva cadavere. Il certificato stilato dopo il decesso dice di un infarto (a trent’anni?), alla stampa venne comunicato che era stato stroncato da una polmonite, da subito si sparse la voce che ad ammazzarlo – di botte – fossero stati altri detenuti, o delle guardie. William Edward John se ne andava così, tragicamente, squallidamente. Little Willie John per chi ama il soul resta un immortale.

Dal 1993 uno strepitoso “Best Of” su Rhino intitolato “Fever” costituisce il migliore approccio possibile all’opera del Nostro. Sono venti brani, sistemati in ordine cronologico, che ne seguono la carriera dalla prima, storica seduta in sala di registrazione con Henry Glover – che fruttava una I’ve Got A Woman struggente invece che esuberante chiamata All Around The World – al 1963, quando ormai la lunga sequela dei successi (quattordici titoli nella classifica R&B, uno di meno in quella pop) si era esaurita da un paio di anni. Da qualche settimana l’appassionato ha modo di integrare (le tracce in comune soltanto cinque e fra esse la più famosa, proprio Fever; che potreste conoscere anche da Peggy Lee, da Elvis, dai Cramps o da cento altri) con un prezioso CD su Hoodoo che mette insieme, stranamente invertendone l’ordine, quelli che a cavallo fra il ’59 e il ’60 furono il secondo e il terzo LP dell’artista di Detroit, “Talk To Me” e “Mister Little Willie John”. Entrambi molto più, diversamente da come si usava al tempo, che qualche hit e un contorno di riempitivi. Semplicemente eccezionale il primo, che fra il sofisticato doo wop della title-track e il blues letto come avrebbe potuto un Sam Cooke di There Is Someone In This World For Me sistema ballate dal languido allo straziante (una colossale Tell It Like It Is) e ballabili scintillanti, errebì, rock’n’roll, jive e jazz e alcune delle cose migliori di B.B. King che B.B. King non ha fatto. Comunque ottimo il secondo, appena sciupato da cori un po’ zuccherini ma con momenti formidabili in una travolgente Let’s Rock While The Rockin’s Good, nei blues Home At Last e Are You Ever Coming Back e nel rockabilly Spasms. E il resto, se vi volete bene, scopritevelo da soli.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.674, settembre 2010.

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