Doug Sahm, il Sir Douglas Quintet e oltre: fino all’ultimo respiro

I Texas Tornados mi tengono talmente impegnato che non ho più il tempo di farmi le canne!”: così Doug Sahm a un amico giornalista pochi mesi prima che un infarto lo stroncasse, il 18 novembre 1999. Un uomo così indaffarato a vivere che deve forse ancora accorgersi di essere morto.

Con il figlio Shawn

Con quel poco di fede nell’aldilà che ho, Doug Sahm da quelle parti mi piace immaginarlo come nella foto sul retro di copertina di quello squisito “And Band” che fu il suo esordio da solista: sorridente e circondato da una folla di altrettanto ilari sodali (guardate Dylan come se la ride, seminascosto proprio dietro il nostro idolo). Hanno appena registrato una canzone e stanno per registrarne un’altra. Che sarà blues o jazz o country o tex-mex o errebì o garage o rock’n’roll o beat o cajun o psichedelica, una o più di queste cose e in ogni caso inconfondibilmente una canzone di Doug Sahm. Un grande a tal punto grande che quando sciolse il Sir Douglas Quintet, e cambiò casa discografica, la vecchia etichetta poté compilare con gli scarti rimasti nei cassetti un album fantastico come “Rough Edges”. Fra coloro che nell’ultimo mezzo secolo hanno calcato i palcoscenici del rock, quanta gente in grado di permettersi tanto? Uno zero virgola qualcosa? Citofonare a casa Costello se non vi fidate di me, essendo l’Elvis uno che a inizio carriera in certi momenti fu mimetico nel suo richiamarsi a questo classe 1941 di San Antonio, Texas. Un posto dove – cito una At The Crossroads sempre citata quando si scrive di costui e tranquillamente mi accodo – non puoi proprio vivere “if you don’t have a lot of soul”. Doug Sahm non aveva problemi in tal senso, anche se a un certo punto dovette rifugiarsi in California e molto più avanti si ritroverà a soggiornare per qualche anno in Svezia, lì riverito per il genio che era. Eppure è un rimosso dalle storie del rock, che comunque mai gli hanno dedicato più di qualche riga, e posso ragionevolmente supporre che siano pochi fra gli under 35 che mi stanno leggendo ad averlo quantomeno sentito nominare. Pronti a farvi convertire?

Mi rendo conto di come l’acquisto sia impegnativo (un buon centinaio gli euri richiesti) ma – fresco di distribuzione sul mercato italiano da parte di Universal, benché sia datato 2005 – il primo sacro testo sul quale studiare questo misconosciuto eroe è da qualche tempo un box, quintuplo addirittura: griffato Hip-O Select, attribuito a Doug Sahm & The Sir Douglas Quintet, esplicativamente intitolato “The Complete Mercury Recordings”. Splendido oggetto – copertina telata, note adeguate, belle foto, un design che riproduce i vecchi contenitori per 78 giri – e il contenuto è anche meglio. Fidatevi e, se vi volete bene, non accontentatevi di nulla di meno. Lo definirei un ottimo punto… di partenza.

Ci credereste? Cinquantatré gli anni nello showbiz per il buon Doug, compositore, arrangiatore, interprete e chitarrista che ci ha lasciati quando di anni ne aveva cinquantotto (e dodici giorni). Figlio di immigrati dalla Germania, esordiva per così dire cinquenne cantando Teardrops In My Heart in un programma della locale KMAC. A undici anni siederà sulle ginocchia di un devastato Hank Williams poche settimane prima della drammatica dipartita di costui. A quattordici darà un chiaro indizio di un futuro da gioioso iconoclasta rifiutandosi di comparire al Grand Ol’Opry e pubblicherà il primo singolo. Rovesciando l’usuale percorso, era solo tre anni più tardi che dava vita al  primo gruppo, tali Pharoahs. I primi ’60 erano costellati di 45 giri di modesto successo a livello regionale. La svolta arrivava nel 1964, per merito di una strampalata figura di discografico tuttofare del posto, Huey P. Meaux, che – narra la leggenda – in una notte di solitari ragionamenti da ubriaco notava una certa somiglianza, per non dire un’identità, fra le scansioni ritmiche dei Beatles e quelle del cajun. Così come Sam Phillips un tondo decennio prima  aveva capito che per sfondare gli sarebbe servito un bianco capace di cantare come i neri, Meaux si persuadeva che la gloria e un bel po’ di dollari erano a portata di mano se fosse riuscito, nel pieno della British Invasion, a fare passare per inglese un gruppo texano. Detto e fatto: ecco a voi – l’innocente truffa partiva dal nome – il Sir Douglas Quintet. In questa sua prima incarnazione formato, con Doug Sahm, da Augie Meyers  – da qui in poi un complice pressoché immancabile – all’organo, Frank Morin al sax, Jack Barber al basso, Johnny Perez alla batteria. Poteva funzionare, fintanto che le foto promozionali riuscivano in qualche modo a celare la chiara discendenza chicana di Perez. Poteva funzionare, fintanto che Sahm si limitava a cantare, riuscendo a nascondere lo spesso accento texano evidente non appena parlava. E dopo la falsa partenza di Sugar Bee funzionava, grazie a una canzone irresistibile come She’s About A Mover: beat spigliato, organo cigolante in anticipo su Seeds e Question Mark & The Mysterians. Dritta nei Top 20 USA e qualche mese dopo The Rains Came faceva quasi il bis entrando nei Top 40, favoloso inizio di carriera che commercialmente non avrebbe avuto seguito che con Mendocino, nel ’69, l’unico altro hit del Quintetto. Il successo di She’s About A Mover portava seco due conseguenze: un primo LP, su Tribe, bizzarramente chiamato “The Best Of” e da non confondere con due successive raccolte, una su Takoma e una su Mercury, intitolate allo stesso modo (arduo comunque sbagliarsi: è da un pezzo che è irreperibile); un tour europeo ed era allora che il Sir Douglas Quintet cominciava a scoprire che la sua America era su questa sponda dell’Atlantico. Brutta sorpresa al rientro in Texas, dove la vita per i capelloni a quel tempo era dura sul serio. All’aeroporto di Corpus Christi i cinque venivano arrestati per possesso di marijuana (un quantitativo ridicolo) e all’uscita dal carcere il leader decideva che l’aria del paesello non faceva più per lui. Che la libertaria California era al contrario una terra promessa. Scioglieva il gruppo e si trasferiva, imitato dal solo Morin. Una nuova incarnazione del complesso prendeva a suonare regolarmente nella Bay Area, mischiandosi alla scena psichedelica in sboccio. Non troverà uno sbocco discografico che nel 1968 ed è da qui che parte la storia raccontata nel box succitato, un’integrale delle incisioni Mercury integrale sul serio, siccome mette in fila non soltanto i sei album realizzati per quella casa dalla banda Douglas ma pure un EP con traduzioni in spagnolo di alcuni cavalli di battaglia, le produzioni di Doug Sahm per Roy Head e Junior Parker e – scelta sfiziosa – un intero CD con le versioni in mono degli undici singoli pubblicati fra il ’68 e il ’72.

Tutt’altro che un brutto disco, “Sir Douglas Quintet + 2 = Honkey Blues”, del luglio 1968, è però poco rappresentativo di quello che sarà uno stile peculiarissimo. Svaria meno degli LP successivi, parcheggiando dalle parti di un latin rock pregno di jazz e appena inacidato, propende alla jam senza concederle lo spazio necessario – fa eccezione la strascicata Whole Lotta Peace Of Mind, nettamente la canzone migliore – affinché si sviluppi. Si sente la mancanza di Augie Meyers e non rimedia la ricca sezione fiati. Sempre meglio del 99% della discografia dei Chicago e del 90% di quelle di Santana e Blood, Sweat & Tears, ognimmodo. Qualche mese e Sahm convince Meyers e Perez a raggiungerlo in California, nel Quintetto ci sono di nuovo quattro dei membri originali e improvvisamente tutto sembra andare a posto. È subito magia. “Mendocino”, dato alle stampe nel marzo ’69, andrebbe ricordato per la pietra miliare che è in toto, mica soltanto per la stupenda canzonetta (no, se non lo sapete nemmeno sotto tortura vi rivelerò chi la rifece in italiano) che lo battezza e inaugura. Torna She’s About A Mover, freschezza intatta e riammodernata da uno schizzato assolo di elettrica distorta. Si iscrivono all’elenco dei classici come minimo l’accorata I Don’t Want, un’evocativa At The Crossroads in cui Meyers letteralmente impazza, l’inno Texas Me. È una lista che in “Together After Five” – a mio giudizio il capolavoro dei ragazzi, ma c’è chi preferisce “The Return Of Doug Saldaña” – si allunga fino a comprendere poco meno che l’intero programma, superlativi vertici l’incalzante Nuevo Laredo e il jump T-Bone Shuffle, una struggente I Don’t Want To Go Home e il valzerino dylaniano Seguin.

Che tempi! Bastano quattordici mesi a Doug Sahm e soci – “Together…” è del dicembre 1969, “1+1+1=4” del maggio seguente – per mettere in fila tre LP da annali, performance degna dei coevi e assai più fortunati Creedence Clearwater Revival. Ecco una Don’t Bug Me funkissima, ecco il country ispanico di Be Real, ecco il trip in sedicesimo di Catch The Man On The Rise. Al confronto per “The Return…” toccherà attendere un’eternità, tredici mesi premiati fra il resto dall’esuberante hippismo da border di Preach What You Live, Live What You Preach, dall’umoristico rock’n’roll di She’s Hugging You, But She’s Looking At Me, dalla rilassata invocazione di Keep Your Soul, dall’alata Stoned Faces Don’t Lie, dal blueseggiare di Wasted Days, Wasted Nights.

Non c’è una vera ragione (non le vendite modeste) alla base dello scioglimento del Sir Douglas Quintet nel 1972, sempre che di scioglimento si possa parlare visto che i musicisti incroceranno frequentemente le loro strade e una reunion frutterà diversi (e non disprezzabili) album nella prima metà degli ’80. È che a Doug ha preso la nostalgia per il Texas e non tutti sono disposti a seguirlo a casa. È che un gruppo non basta più a contenerne la creatività. Ci regalerà musica coi fiocchi sino all’ultimo respiro.

Con Bob Dylan

Da solo, sempre in compagnia 

Esauritosi il contratto con la Mercury, tornato in Texas, sciolto il Quintetto, il nostro eroe firma per la Atlantic e piazza subito, a inizio 1973, un colpo magistrale con “Doug Sahm And Band”, forte della collaborazione del solito Meyers, di uno straordinario schieramento di ospiti che include Flaco Jimenez, Dr. John e Bob Dylan (che regala l’inedita Wallflower) e di un piccolo hit quale (Is Anybody Going To) San Antone. Si gira in prevalenza  dalle parti di un country moderatamente sudista e il disco è ricordato come uno dei classici nell’ambito. “Texas Tornado” arriva entro l’anno ed è appena meno riuscito, così come “Groover’s Paradise” del ’74. A partire dal 1981 e fino all’85 le uscite solistiche lasciano spazio a quelle del riformato Sir Douglas Quintet, apprezzato forse più in epoca new wave (Joe “King” Carrasco un epigono smaccato) che nell’era psichedelica. L’ultima grande avventura a recare impresso il marchio dell’artista di San Antonio sono i Texas Tornados – supergruppo con dentro il solito Meyers, Flaco Jimenez e Freddy Fender – che nei ’90 piazzano diversi brani nella classifica country. Sembrerebbe che con trent’anni di ritardo Doug Sahm sia finalmente premiato da un successo non passeggero quando il cuore – infame – lo tradisce.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.638, settembre 2007.

5 commenti

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5 risposte a “Doug Sahm, il Sir Douglas Quintet e oltre: fino all’ultimo respiro

  1. Francesco

    Un vero fricchettone impenitente, proprio vero che stoned faces dont lie..me lo vado a rimettere su interrompendo la digestione dell’ottimo box di fisherman’s blues. passiamo l’atlantico e ci si tutta sul border, potere della musica che manco clark kent…

  2. “Mendocino” non è “Ragazzina Ragazzina”, di non mi ricordo chi?

  3. Giancarlo Turra

    Per dire, eh: quella dei Nuovi Angeli era una versione un po’ migliore, sebbene – come moltissima roba all’epoca – ingenuamente trash…

    • Dopo averle ascoltate tutte e due, ho scoperto che facevo riferimento a quella dei Nuovi Angeli, mentre l’altra non la conoscevo affatto (e per fortuna: è veramente terribile!). In un certo senso sono paradigmatiche del beat italiano: orecchio attento a cosa succede all’estero, innocenza nel riprodurlo e furbizia nell’adattarlo alla realtà locale, pruriti censori compresi. Ad ogni modo, sarà per la resa calligrafica, ma non mi pare che la versione dei Nuovi Angeli sia tanto inferiore all’originale (ok, il testo, ma alla fine l’originale ha in più un accenno narcotico e giusto un paio di allusioni sessuali, ma se confrontiamo la California e la Lombardia nel 1969 il divario è esiguo).

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