Archivi del mese: novembre 2013

Doug Sahm, il Sir Douglas Quintet e oltre: fino all’ultimo respiro

I Texas Tornados mi tengono talmente impegnato che non ho più il tempo di farmi le canne!”: così Doug Sahm a un amico giornalista pochi mesi prima che un infarto lo stroncasse, il 18 novembre 1999. Un uomo così indaffarato a vivere che deve forse ancora accorgersi di essere morto.

Con il figlio Shawn

Con quel poco di fede nell’aldilà che ho, Doug Sahm da quelle parti mi piace immaginarlo come nella foto sul retro di copertina di quello squisito “And Band” che fu il suo esordio da solista: sorridente e circondato da una folla di altrettanto ilari sodali (guardate Dylan come se la ride, seminascosto proprio dietro il nostro idolo). Hanno appena registrato una canzone e stanno per registrarne un’altra. Che sarà blues o jazz o country o tex-mex o errebì o garage o rock’n’roll o beat o cajun o psichedelica, una o più di queste cose e in ogni caso inconfondibilmente una canzone di Doug Sahm. Un grande a tal punto grande che quando sciolse il Sir Douglas Quintet, e cambiò casa discografica, la vecchia etichetta poté compilare con gli scarti rimasti nei cassetti un album fantastico come “Rough Edges”. Fra coloro che nell’ultimo mezzo secolo hanno calcato i palcoscenici del rock, quanta gente in grado di permettersi tanto? Uno zero virgola qualcosa? Citofonare a casa Costello se non vi fidate di me, essendo l’Elvis uno che a inizio carriera in certi momenti fu mimetico nel suo richiamarsi a questo classe 1941 di San Antonio, Texas. Un posto dove – cito una At The Crossroads sempre citata quando si scrive di costui e tranquillamente mi accodo – non puoi proprio vivere “if you don’t have a lot of soul”. Doug Sahm non aveva problemi in tal senso, anche se a un certo punto dovette rifugiarsi in California e molto più avanti si ritroverà a soggiornare per qualche anno in Svezia, lì riverito per il genio che era. Eppure è un rimosso dalle storie del rock, che comunque mai gli hanno dedicato più di qualche riga, e posso ragionevolmente supporre che siano pochi fra gli under 35 che mi stanno leggendo ad averlo quantomeno sentito nominare. Pronti a farvi convertire?

Mi rendo conto di come l’acquisto sia impegnativo (un buon centinaio gli euri richiesti) ma – fresco di distribuzione sul mercato italiano da parte di Universal, benché sia datato 2005 – il primo sacro testo sul quale studiare questo misconosciuto eroe è da qualche tempo un box, quintuplo addirittura: griffato Hip-O Select, attribuito a Doug Sahm & The Sir Douglas Quintet, esplicativamente intitolato “The Complete Mercury Recordings”. Splendido oggetto – copertina telata, note adeguate, belle foto, un design che riproduce i vecchi contenitori per 78 giri – e il contenuto è anche meglio. Fidatevi e, se vi volete bene, non accontentatevi di nulla di meno. Lo definirei un ottimo punto… di partenza.

Ci credereste? Cinquantatré gli anni nello showbiz per il buon Doug, compositore, arrangiatore, interprete e chitarrista che ci ha lasciati quando di anni ne aveva cinquantotto (e dodici giorni). Figlio di immigrati dalla Germania, esordiva per così dire cinquenne cantando Teardrops In My Heart in un programma della locale KMAC. A undici anni siederà sulle ginocchia di un devastato Hank Williams poche settimane prima della drammatica dipartita di costui. A quattordici darà un chiaro indizio di un futuro da gioioso iconoclasta rifiutandosi di comparire al Grand Ol’Opry e pubblicherà il primo singolo. Rovesciando l’usuale percorso, era solo tre anni più tardi che dava vita al  primo gruppo, tali Pharoahs. I primi ’60 erano costellati di 45 giri di modesto successo a livello regionale. La svolta arrivava nel 1964, per merito di una strampalata figura di discografico tuttofare del posto, Huey P. Meaux, che – narra la leggenda – in una notte di solitari ragionamenti da ubriaco notava una certa somiglianza, per non dire un’identità, fra le scansioni ritmiche dei Beatles e quelle del cajun. Così come Sam Phillips un tondo decennio prima  aveva capito che per sfondare gli sarebbe servito un bianco capace di cantare come i neri, Meaux si persuadeva che la gloria e un bel po’ di dollari erano a portata di mano se fosse riuscito, nel pieno della British Invasion, a fare passare per inglese un gruppo texano. Detto e fatto: ecco a voi – l’innocente truffa partiva dal nome – il Sir Douglas Quintet. In questa sua prima incarnazione formato, con Doug Sahm, da Augie Meyers  – da qui in poi un complice pressoché immancabile – all’organo, Frank Morin al sax, Jack Barber al basso, Johnny Perez alla batteria. Poteva funzionare, fintanto che le foto promozionali riuscivano in qualche modo a celare la chiara discendenza chicana di Perez. Poteva funzionare, fintanto che Sahm si limitava a cantare, riuscendo a nascondere lo spesso accento texano evidente non appena parlava. E dopo la falsa partenza di Sugar Bee funzionava, grazie a una canzone irresistibile come She’s About A Mover: beat spigliato, organo cigolante in anticipo su Seeds e Question Mark & The Mysterians. Dritta nei Top 20 USA e qualche mese dopo The Rains Came faceva quasi il bis entrando nei Top 40, favoloso inizio di carriera che commercialmente non avrebbe avuto seguito che con Mendocino, nel ’69, l’unico altro hit del Quintetto. Il successo di She’s About A Mover portava seco due conseguenze: un primo LP, su Tribe, bizzarramente chiamato “The Best Of” e da non confondere con due successive raccolte, una su Takoma e una su Mercury, intitolate allo stesso modo (arduo comunque sbagliarsi: è da un pezzo che è irreperibile); un tour europeo ed era allora che il Sir Douglas Quintet cominciava a scoprire che la sua America era su questa sponda dell’Atlantico. Brutta sorpresa al rientro in Texas, dove la vita per i capelloni a quel tempo era dura sul serio. All’aeroporto di Corpus Christi i cinque venivano arrestati per possesso di marijuana (un quantitativo ridicolo) e all’uscita dal carcere il leader decideva che l’aria del paesello non faceva più per lui. Che la libertaria California era al contrario una terra promessa. Scioglieva il gruppo e si trasferiva, imitato dal solo Morin. Una nuova incarnazione del complesso prendeva a suonare regolarmente nella Bay Area, mischiandosi alla scena psichedelica in sboccio. Non troverà uno sbocco discografico che nel 1968 ed è da qui che parte la storia raccontata nel box succitato, un’integrale delle incisioni Mercury integrale sul serio, siccome mette in fila non soltanto i sei album realizzati per quella casa dalla banda Douglas ma pure un EP con traduzioni in spagnolo di alcuni cavalli di battaglia, le produzioni di Doug Sahm per Roy Head e Junior Parker e – scelta sfiziosa – un intero CD con le versioni in mono degli undici singoli pubblicati fra il ’68 e il ’72.

Tutt’altro che un brutto disco, “Sir Douglas Quintet + 2 = Honkey Blues”, del luglio 1968, è però poco rappresentativo di quello che sarà uno stile peculiarissimo. Svaria meno degli LP successivi, parcheggiando dalle parti di un latin rock pregno di jazz e appena inacidato, propende alla jam senza concederle lo spazio necessario – fa eccezione la strascicata Whole Lotta Peace Of Mind, nettamente la canzone migliore – affinché si sviluppi. Si sente la mancanza di Augie Meyers e non rimedia la ricca sezione fiati. Sempre meglio del 99% della discografia dei Chicago e del 90% di quelle di Santana e Blood, Sweat & Tears, ognimmodo. Qualche mese e Sahm convince Meyers e Perez a raggiungerlo in California, nel Quintetto ci sono di nuovo quattro dei membri originali e improvvisamente tutto sembra andare a posto. È subito magia. “Mendocino”, dato alle stampe nel marzo ’69, andrebbe ricordato per la pietra miliare che è in toto, mica soltanto per la stupenda canzonetta (no, se non lo sapete nemmeno sotto tortura vi rivelerò chi la rifece in italiano) che lo battezza e inaugura. Torna She’s About A Mover, freschezza intatta e riammodernata da uno schizzato assolo di elettrica distorta. Si iscrivono all’elenco dei classici come minimo l’accorata I Don’t Want, un’evocativa At The Crossroads in cui Meyers letteralmente impazza, l’inno Texas Me. È una lista che in “Together After Five” – a mio giudizio il capolavoro dei ragazzi, ma c’è chi preferisce “The Return Of Doug Saldaña” – si allunga fino a comprendere poco meno che l’intero programma, superlativi vertici l’incalzante Nuevo Laredo e il jump T-Bone Shuffle, una struggente I Don’t Want To Go Home e il valzerino dylaniano Seguin.

Che tempi! Bastano quattordici mesi a Doug Sahm e soci – “Together…” è del dicembre 1969, “1+1+1=4” del maggio seguente – per mettere in fila tre LP da annali, performance degna dei coevi e assai più fortunati Creedence Clearwater Revival. Ecco una Don’t Bug Me funkissima, ecco il country ispanico di Be Real, ecco il trip in sedicesimo di Catch The Man On The Rise. Al confronto per “The Return…” toccherà attendere un’eternità, tredici mesi premiati fra il resto dall’esuberante hippismo da border di Preach What You Live, Live What You Preach, dall’umoristico rock’n’roll di She’s Hugging You, But She’s Looking At Me, dalla rilassata invocazione di Keep Your Soul, dall’alata Stoned Faces Don’t Lie, dal blueseggiare di Wasted Days, Wasted Nights.

Non c’è una vera ragione (non le vendite modeste) alla base dello scioglimento del Sir Douglas Quintet nel 1972, sempre che di scioglimento si possa parlare visto che i musicisti incroceranno frequentemente le loro strade e una reunion frutterà diversi (e non disprezzabili) album nella prima metà degli ’80. È che a Doug ha preso la nostalgia per il Texas e non tutti sono disposti a seguirlo a casa. È che un gruppo non basta più a contenerne la creatività. Ci regalerà musica coi fiocchi sino all’ultimo respiro.

Con Bob Dylan

Da solo, sempre in compagnia 

Esauritosi il contratto con la Mercury, tornato in Texas, sciolto il Quintetto, il nostro eroe firma per la Atlantic e piazza subito, a inizio 1973, un colpo magistrale con “Doug Sahm And Band”, forte della collaborazione del solito Meyers, di uno straordinario schieramento di ospiti che include Flaco Jimenez, Dr. John e Bob Dylan (che regala l’inedita Wallflower) e di un piccolo hit quale (Is Anybody Going To) San Antone. Si gira in prevalenza  dalle parti di un country moderatamente sudista e il disco è ricordato come uno dei classici nell’ambito. “Texas Tornado” arriva entro l’anno ed è appena meno riuscito, così come “Groover’s Paradise” del ’74. A partire dal 1981 e fino all’85 le uscite solistiche lasciano spazio a quelle del riformato Sir Douglas Quintet, apprezzato forse più in epoca new wave (Joe “King” Carrasco un epigono smaccato) che nell’era psichedelica. L’ultima grande avventura a recare impresso il marchio dell’artista di San Antonio sono i Texas Tornados – supergruppo con dentro il solito Meyers, Flaco Jimenez e Freddy Fender – che nei ’90 piazzano diversi brani nella classifica country. Sembrerebbe che con trent’anni di ritardo Doug Sahm sia finalmente premiato da un successo non passeggero quando il cuore – infame – lo tradisce.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.638, settembre 2007.

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Mezzo milione di volte grazie

Venerato Maestro Oppure si è appena lasciato alle spalle il mezzo milione di pagine viste (conteggio che non include i lettori che ne ricevono gli aggiornamenti in automatico). Per essere un insignificante “blogghino” (cit.) non se la sta cavando troppo male, via…

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Emozioni da poco (2): Buddy Holly, Eddie Cochran, Gene Vincent, Jerry Lee Lewis

Nel 1986 se volevi cominciare a imparare i fondamentali (tipo sapere distinguere gli anni ’50 dai ’60) in materia di rock’n’roll, e volevi farlo spendendo poco, i dischi da comprare erano questi qui.

Bassifondi 2

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Il talento immenso e la vita disperata di Little Willie John (15 novembre 1937-26 maggio 1968)

Little Willie John

Il provino fu alle cinque di pomeriggio. Alle otto eravamo in studio a registrare. Non ero riuscito a rintracciare i musicisti prima”: così in un’intervista Henry Glover ricordava il giorno – 27 giugno 1955 – in cui conobbe l’allora nemmeno diciottenne William Edward John. Spesso ci vuole un grande per riconoscere un grande e non c’è dubbio che Glover, scomparso sessantanovenne nel ’91, sia stato uno dei giganti non solo della black ma della popular music tutta. Sebbene di una specie speciale di giganti, quelli che preferiscono agire dietro le quinte: incidentalmente trombettista ma soprattutto talent scout, arrangiatore, produttore e autore di canzoni e, limitandosi alle più famose, Wikipedia ne mette in fila alcune decine. E trovatelo voi un altro che sia stato interpretato da Aretha Franklin e dai Ramones! Dopo il succitato fatidico incontro, dei suoi servigi di autore usufruirà naturalmente anche colui del quale James Brown dirà che “fu un cantante soul quando questa musica non aveva ancora un nome” e Bobby Schiffman, a lungo direttore dell’Apollo di Harlem, che “non ho mai incontrato un altro che sapesse mettere tanta passione nelle sue interpretazioni”. Ci vuole un grande per riconoscere un grande e Little Willie John, che avrebbe potuto debuttare addirittura quattordicenne se solo alla King si fossero fidati di quel monumento di Johnny Otis (ci vuole… eccetera…), è stato indiscutibilmente una delle voci in ambito black in rapporto alle quali tutte le altre non possono che venire misurate. Ricoscevano il debito, per non fare che qualche nome, Sam Cooke e Al Green, Jackie Wilson così come B.B. King e il dianzi citato James Brown provava a saldarlo dedicando a uno che considerava un Maestro un intero album, “Thinking About Little Willie John And A Few Nice Things”.

Grande nell’arte il nostro… eroe?… quanto minuscolo di statura: cinque piedi, che vuol dire un metro e cinquantadue ed era per quello oltre che per l’età verdissima all’epoca dell’esordio che si beccava un soprannome fra il tenero e l’irridente. Era probabilmente per quello che veniva su con un carattere difficile, litigioso e spaccone. Uso girare armato, di lama e/o di pistola, ed era una cattiva abitudine che lo inguaiava definitivamente nell’ottobre 1964 quando, tuffatosi a capofitto nell’ennesima rissa, di fronte a un avversario trenta centimetri più alto e cinquanta chili più pesante per cavarsela non trovava di meglio che accoltellarlo a morte. Tirato per le lunghe con l’imputato in libertà su cauzione e perennemente in tour per pagarsi gli avvocati, il processo finiva bene ma male, con l’accusa derubricata da omicidio volontario a preterintenzionale e una condanna da un minimo di otto a un massimo di vent’anni di reclusione. Infine incarcerato nel luglio 1966, non sconterà che ventidue mesi e tre settimane. Come più volte aveva amaramente pronosticato, dalla galera usciva cadavere. Il certificato stilato dopo il decesso dice di un infarto (a trent’anni?), alla stampa venne comunicato che era stato stroncato da una polmonite, da subito si sparse la voce che ad ammazzarlo – di botte – fossero stati altri detenuti, o delle guardie. William Edward John se ne andava così, tragicamente, squallidamente. Little Willie John per chi ama il soul resta un immortale.

Dal 1993 uno strepitoso “Best Of” su Rhino intitolato “Fever” costituisce il migliore approccio possibile all’opera del Nostro. Sono venti brani, sistemati in ordine cronologico, che ne seguono la carriera dalla prima, storica seduta in sala di registrazione con Henry Glover – che fruttava una I’ve Got A Woman struggente invece che esuberante chiamata All Around The World – al 1963, quando ormai la lunga sequela dei successi (quattordici titoli nella classifica R&B, uno di meno in quella pop) si era esaurita da un paio di anni. Da qualche settimana l’appassionato ha modo di integrare (le tracce in comune soltanto cinque e fra esse la più famosa, proprio Fever; che potreste conoscere anche da Peggy Lee, da Elvis, dai Cramps o da cento altri) con un prezioso CD su Hoodoo che mette insieme, stranamente invertendone l’ordine, quelli che a cavallo fra il ’59 e il ’60 furono il secondo e il terzo LP dell’artista di Detroit, “Talk To Me” e “Mister Little Willie John”. Entrambi molto più, diversamente da come si usava al tempo, che qualche hit e un contorno di riempitivi. Semplicemente eccezionale il primo, che fra il sofisticato doo wop della title-track e il blues letto come avrebbe potuto un Sam Cooke di There Is Someone In This World For Me sistema ballate dal languido allo straziante (una colossale Tell It Like It Is) e ballabili scintillanti, errebì, rock’n’roll, jive e jazz e alcune delle cose migliori di B.B. King che B.B. King non ha fatto. Comunque ottimo il secondo, appena sciupato da cori un po’ zuccherini ma con momenti formidabili in una travolgente Let’s Rock While The Rockin’s Good, nei blues Home At Last e Are You Ever Coming Back e nel rockabilly Spasms. E il resto, se vi volete bene, scopritevelo da soli.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.674, settembre 2010.

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Suicide: mai nessuno come loro

Suicide

Quando i Suicide vennero fuori da New York non c’era niente, zero. Suicide era il solo gruppo a New York City. Un anno dopo vennero le Dolls e i Ramones. Fummo noi a cominciare tutto. Sento che la situazione attuale è la stessa, non sta accadendo veramente nulla. Possono esserci un mucchio di gruppi in giro, ma non c’è spinta creativa. Sento che questo per i Suicide potrebbe essere il momento giusto per uscire nuovamente allo scoperto.

Parole di Alan Vega raccolte da un cronista del “New Musical Express” nel 1983, con il terzo e migliore degli album da solista del Nostro, “Saturn Strip”, da pochi mesi nei negozi e il figlio bastardo dei Suicide, il techno-pop, all’apice delle sue fortune commerciali. Il sodalizio con Martin Rev era stato sciolto poco più di due anni prima e, benché in musica le rimpatriate raramente siano fruttuose, rifondarlo sembrava essere una buona idea. Non lo fu. Nel 1984 i due si rimettevano insieme per un unico concerto all’ombra della Grande Mela, abortito dopo mezz’ora. Tre anni più tardi, con la carriera di Alan Vega a un punto morto, ci riprovarono con maggior convinzione tornando a calcare quei palchi europei sui quali al primo giro avevano rischiato (non per modo di dire) il linciaggio. Questa volta furono accolti con reverenza ma diedero di sé un ben triste spettacolo. Nel 1989 usciva per un’etichetta inglese il loro terzo e a tutt’oggi ultimo LP in studio, “A Way Of Life”, un lavoro di aurea mediocrità irredenta dalla produzione del solito Ric Ocasek. C’è qualcosa di più irritante dei dischi brutti: i dischi inutili.

1998: i Suicide ci riprovano. Scrivo queste righe all’indomani di due concerti al Garage di Londra dei quali non ho ancora letto resoconti. Forse il futuro più o meno immediato ci riserva un quarto album oppure no, sarà clemente. Sarò cinico, ma sulla carta mi stimola un minimo di più la collaborazione fra Alan Vega e i finnici Panasonic, titolari lo scorso anno di un lavoro, “Kulma”, a suo modo spiazzante quanto lo fu, oltre due decenni fa, l’esordio a 33 giri del duo newyorkese. Qualunque sviluppo abbia la ricostituzione dei Suicide una ricaduta positiva c’è comunque già stata, visto che dopo anni di ardua reperibilità è tornato nei negozi il loro primo, omonimo album, in una stampa perdipiù aumentata, nelle prime copie, da un secondo CD con registrazioni live del 1978, in parte istantanee di un’esibizione casalinga al CBGB’s e per il resto tratte da un celebre concerto a Bruxelles (già immortalato su un raro LP promozionale e su un flexi) in cui l’antagonismo con il pubblico, sempre alto, superò il livello di guardia.

Chi si accosta ai Suicide con orecchie vergini, salti i preliminari e passi subito all’atto. Sarà doloroso dapprincipio ma se, superato lo shock iniziale, piace, il contorno farà poi impazzire. Punti allora quei ventitré furenti minuti in Belgio. Apocalisse ed epifania sonica, due uomini soli alla ribalta e il mondo che li vuole morti. Urla e fischi e bottiglie infrante e sibilare di synth, minacce e sputi. There’s a riot going on, ossì, e quella che canta Alan Vega non è una canzone ma questa vita schifa e per questo fa saltare i nervi. Non basta. Vada al CD in studio e selezioni lì pure Frankie Teardrop, e provi ad arrivare fino alla fine, e un attimo prima a mettere in “repeat”. Ventuno anni dopo essere stata registrata e a forse un quarto di secolo da una prima dal vivo inimmaginabile, la storia dell’operaio Frankie che “è sposato e ha un bambino/e lavora in una fabbrica/lavora dalle sette alle cinque/cercando di sopravvivere” mozza ancora il fiato per esposizione – un recitativo isterico punteggiato da urla agghiaccianti e appoggiato a trame elettroniche che ricreano magistralmente l’atmosfera di alienazione della grande industria – e sviluppo narrativo – Frankie, che non riesce più a guadagnare abbastanza da sfamare la famiglia, un giorno prende un fucile, sopprime moglie e figlio e quindi si spara. “Siamo tutti Frankie”, ci ricorda Alan Vega. Non c’era mai stato un gruppo come i Suicide e mai più ci sarà.

Suicide 1

Cominciò tutto nel 1971 presso il Project Of Living Artists, parte sozza di Manhattan. Alan Vega, artista visuale (sua bizzarra specialità le sculture al neon), incontrò colà Martin Rev, pianista jazz con un debole per il bebop e in special modo per Thelonious Monk, qualche jam con Tony Williams (epocale batterista di Miles Davis) in curriculum e un gruppo di free jazz in pista. Dei Reverend B restò con Rev, una volta che questi fece comunella con il nuovo arrivato, soltanto il chitarrista, presto anch’egli dimissionario. Il gruppo nasceva con un nome provocatorio, Suicidio, e una formazione a due, voce e strumenti elettronici, se non inedita (c’era stato, sempre a New York, il precedente dei Silver Apples) assolutamente insolita. Nemmeno strumenti elettronici all’inizio, a dire il vero: Rev suonava un Farfisa in disarmo che non aveva soldi per far riparare. Nata in povertà e cresciuta nella più abbietta miseria la coppia fece comunque un bel po’ di rumore nella Big Apple underground con canzoni come non se ne erano mai udite, abbeverate alle sorgenti apparentemente inconciliabili del rockabilly e del minimalismo (con la loureediana “Metal Machine Music” come modello ultimo), e spettacoli di una violenza stoogesiana, sia sopra che sotto il palco.

Pericolosi fino a essere immaneggiabili, i Suicide furono non a caso l’ultimo gruppo della nuova onda newyorkese a rimediare un contratto discografico. Lo ottennero quando sulla piazza non c’era rimasto nessun altro e per un’etichetta indipendente, la Red Star dell’ex-manager delle New York Dolls Marthy Thau. Prodotto dallo stesso Thau e da Craig Leon, il primo 33 giri del duo vedeva la luce nel 1977. Fanno da contorno ai 10’24” della lacrima di Frankie sei brani che oscillano fra una lettura iconoclasta della tradizione del rock (il rockabilly cibernetico di Ghost Rider e Johnny) e ipotesi di una sua nuova sintassi (Rocket U.S.A., Girl), erotismo (Cheree) ed elegia (Che). Nulla sarà più lo stesso dopo questo disco, nemmeno i Suicide, che l’anno dopo, in tour in Gran Bretagna e nell’Europa continentale come spalla per Clash ed Elvis Costello se la vedranno parecchio brutta. Ma questo si era già capito, credo, e Alan Vega è uno che non si è mai tirato indietro: novello Iggy Pop, eccolo aggirarsi per il palco a torso nudo e non di rado sanguinante, o in giaccone di pelle nera alla Gene Vincent, una catena di bicicletta roteante in mano, corpo contundente con cui offendere muri o spettatori con disposizione non dialettica al confronto o al contrario apatici. A Berlino nel 1979 aggredì fisicamente, senza sapere con chi aveva a che fare, Ralf Hütter e Florian Schneider, vale a dire i Kraftwerk, con Lester Bangs (che glieli aveva fatti conoscere) gli ammiratori più entusiasti dei Suicide che mai ci siano stati.

Che il primo Suicide vendette poco poco, non stupisce. Viceversa sorprende ancora la scarsa presa commerciale del suo successore, intitolato “Alan Vega-Martin Rev”, datato 1980, uscito per i tipi della Ze di Michael Zihlka e superbamente prodotto da Ric Ocasek dei Cars. Da lì a non molto D.A.F, Soft Cell (Tainted Love è del 1981) e Orchestral Manoeuvres In The Dark replicandone la formula sbancheranno le classifiche. Promozione insufficiente? Destino cinico e baro? A noi resta un LP di splendido pop elettronico, qui perversamente romantico (Sweetheart), altrove solenne (Radiation), più spesso irresistibilmente ritmato e finanche sbarazzino (Diamonds, Fur Coat, Champagne).

Cercatelo. E  cercatevi anche Dream Baby Dream, la più bella serenata sintetica di sempre, passo d’addio a 45 giri (formato 12”) di una storia che sarebbe dovuta restare un atto unico: si può essere rivoluzionari una volta sola nella vita. E infine “Saturn Strip”, perfetta mediazione, complice di nuovo Ocasek, fra il rockabilly postmoderno dei suoi   predecessori “Alan Vega” e “Collision Drive”  (eccellenti) e i Suicide del secondo album. Non si trova facilmente e non l’ho mai visto su CD, ma vale il prezzo che vi chiederanno. I due lavori di Martin Rev, un EP omonimo e “Clouds Of Glory” sono irrilevanti e comunque non li si incrocia quasi mai. Evitate qualunque uscita di Alan Vega posteriore al 1983 e in particolar modo lo squallidamente ruffiano “Just A Million Dreams”: un disco irritante come pochi, ma non alla maniera di “Suicide”.

Pubblicato per la prima volta su “Rumore”, n.75, aprile 1998.

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Happy birthday, Neil. And may you stay forever Young.

Oggi Neil Young spegne la sua sessantottesima candelina. Nel suo piccolo, VMO lo celebra ripubblicando le recensioni dei suoi tre album migliori dello scorso decennio.

Neil Young - Prairie Wind

Prairie Wind (Reprise, 2005)

Sopravvissuto a uno dei dischi più noiosi mai incisi da chiunque (abbiamo avuto semmai noi dei problemi ad arrivare alla fine di “Greendale” senza compiere gesti inconsulti), alla morte dell’amato padre e a un aneurisma che avrebbe potuto facilmente far schiattare lui, Neil Young festeggia i sessant’anni con l’album che solo il fan più ottimista poteva ormai attendersi. Perché – diciamocelo – il Canadese veniva da un tondo decennio in cui non ne ha azzeccata una, non disastroso come quegli ’80 in cui ci propinò dall’elettronica al rockabilly al country nashvilliano (riuscendo nella notevole impresa di farsi citare dalla sua casa discografica con l’accusa di… non essere se stesso) ma insomma: fra colonne sonore, live pletorici, errebì d’accatto e robine fatte con il pilota automatico, da dopo quel “Mirror Ball” congiurato con i Pearl Jam che suggellava un settennato viceversa impeccabile si stenta a tirar fuori brani bastanti ad allestirci un decente mini. Pur non abbagliante come “Freedom”, che usciva a dieci orridi anni dal classico “Rust Never Sleeps”, “Prairie Wind” cancella i dieci da “Mirror Ball” e fa sperare nell’ennesima rinascita.

Da sempre Young offre il meglio di sé in due forme, raramente mischiate in dischi che quando non sono mattane ricadono di norma in questa categoria o in quella: la cavalcata elettrica alla Down By The River, la ballata bucolica (o finto bucolica) alla Harvest. “Prairie Wind” è della seconda genìa, presentato addirittura come terzo pannello di un trittico i cui primi due furono “Harvest” (1972) e “Harvest Moon” (1992) e chissà perché sembra dimenticarsi di “Comes A Time” (1978), un po’ mieloso ma con il senno di poi sottovalutato, e di “Silver & Gold” (2000), la sua sola prova quasi salvabile dacché sapete voi. Comunque sia: è meglio di tutti gli antenati eccetto il primo, anche se sul subito non lo diresti. All’impatto colpisce favorevolmente soprattutto un suono fra i più consolidati ed eleganti (senza mai essere stucchevole) in materia di country-rock, ma ti pare che le canzoni siano comunque di altra e inferiore lega  rispetto al passato, perlomeno a quello più remoto e glorioso. È il prolungarsi della frequentazione, è il sorprendersi a canticchiarle queste canzoni a far cambiare idea. Si finisce per persuadersi che in future antologie diverse potrebbero trovare spazio, la soffusa No Wonder su tutte e poi una Far From Home dal retrogusto soul, una It’s A Dream sognante come da titolo, l’omaggio a Elvis di He Was The King, il gospel pianistico When God Made Me. Che fa una buona metà di programma ove l’altra è in ogni caso come minimo godibile e non è proprio male per uno in pista da un quarantennio.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.21, primavera 2006.

Neil Young - Living With War

Living With War (Reprise, 2006)

Nella recensione di quest’album pubblicata sul “Mucchio” John Vignola rievocava quando un tre lustri fa, in una celebre intervista, Neil Young si mise a tessere le lodi dell’America e di Topolino e, allo spiazzato giornalista che cercava di buttarla in scherzo, chiese ruvido: “Pensa che voterei sempre e comunque democratico?”. Non ho presente la risposta che diede l’intervistatore. So che al suo posto gli avrei detto che ero sicuro che no. Ben rammentando, per quanti sforzi abbia fatto per dimenticarmelo, che a un certo punto dei suoi demenziali anni ’80, fra una cagata di disco e l’altro, il Canadese si lanciò in uno sperticato elogio di Ronald Reagan. D’accordo che George Bush Jr. è riuscito a farlo rimpiangere quell’attore di mezza tacca, ma oltre che dimenticare mi è sempre riuscito difficile perdonare. Sono meglio disposto al riguardo da quando “Living With War” si è impossessato del mio stereo. Molto più del tempo necessario a poterne scrivere con cognizione di causa. Molto più di quanto non meriti un LP che è sì bello ma non un capolavoro e, dovendo scegliere i cinque o i dieci capisaldi di una discografia imponente, non ce la farebbe mai. È insomma una roba tipo “il quattordicesimo miglior album di Neil Young” e dunque perché mi eccito tanto? Forse perché dopo quell’apice di pretenziosità e noia di “Greendale”, che oltretutto veniva dopo un tot di dischi al più carini e spesso bruttarelli (l’ultimo buono sul serio “Mirrorball”, che ha dodici anni), avevo dato di nuovo per perduto e stavolta per sempre il nostro eroe e sono lieto di essere stato smentito. “Living With War” ha tallonato dappresso il pregevole “Prairie Wind” dando continuità a quella che ha l’aria di essere l’ennesima rinascita. Forse perché mi pare che viva di tali e tante tensioni ideali, di tale e tanta indignazione morale da potere sfuggire al destino di molta canzone “di protesta” che vive del “qui e ora”, che è quello di invecchiare male. Credo che, così come il tempo è stato gentile con quella Ohio che il Canadese buttò giù in pochi minuti nel 1970, sarà gentile con questo disco, scritto e registrato di getto, in una settimana, e subito reso disponibile sul Web.

Raccolta di canzoni ruggenti sospinte da chitarre elettriche stentoree, ritmi tambureggianti, cori possenti. Variegata sotto l’impressione di uniformità che dà di primo acchito. Colma di raffinatezze che non tutti coglieranno, perché se è lampante la discendenza di Flags Of Freedom dalla dylaniana Chimes Of Freedom lo è molto meno la contiguità di Families con lo Springsteen di Brothers Under The Bridges. È un tocco da maestro che Let’s Impeach The President ricalchi melodicamente The City Of New Orleans: a rimarcare che, più che Katrina, a distruggerla è stata una politica rapace prona di fronte al Capitale.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.24, inverno 2007.

Neil Young - Chrome Dreams II

Chrome Dreams II (Reprise, 2007)

Per favore, clonatelo. Perché per quanto, visto in Italia a giugno, il Canadese sia apparso anche fisicamente in forma smagliante un simile miracolo non potrà durare ancora molto, giacché gli anni a novembre saranno sessantatré. E il buon vecchio Neil già nel 2005 rischiò di lasciarci, fottuto da un aneurisma. Che tragedia sarebbe stata anche artisticamente, l’estenuante “Greendale” sciagurato congedo e prima di quello mezza dozzina di titoli dallo scadente al pletorico. L’ultimo album grande davvero “Mirror Ball” del ’95 e a quel punto radicata la convinzione che il rinascimento, dopo gli sciagurati anni ’80, inaugurato nell’89 da “Freedom” fosse stato l’ultimo, miracoloso sopprassalto creativo di una carriera lunghissima, altissimi gli alti, bassissimi i bassi. E invece Neil è ripartito, il memento mori sporto dalla malattia seme per l’ennesima rifioritura. Prima il bucolico affresco di “Prairie Wind”, novello “Harvest” senza un’ombra di stucchevolezza. Poi la furiosa invettiva cotta e mangiata di “Living With War”. Non essendoci notoriamente due senza tre, “Chrome Dreams II” alza ancora il livello del confronto con la discografia precedente e non basta più risalire a “Mirror Ball” per trovare qualcosa di parimenti persuasivo ed eccitante: tocca arrivare a “Ragged Glory”, del 1990 e l’ultimo conclamato capolavoro.

Chi conosce bene Neil Young sarà rimasto sorpreso dal “II” nel titolo, mancando in catalogo un volume uno. Per non sorprendersi, bisogna conoscerlo benissimo il nostro eroe e sapere allora che dell’infinito elenco delle sue mattane fa parte l’avere cestinato nel ’77 il 33 giri – “Chrome Dreams”, appunto – che avrebbe dovuto essere il successore di “Zuma”. In suo luogo usciva “American Stars ’N Bars”, recuperandone alcune canzoni e altre sarebbero finite nel tempo in questo o quell’album, elevando a leggenda – sorta di piccolo “Smile” – quel disco fantasma. L’ideale seguito ne replica come da manuale dell’arte del Canadese equilibri e squilibri: e c’è allora una logica nell’incastonare i fumiganti, urlanti, tellurici 18’13” della peraltro già da lungi nota Ordinary People (il singolo: è o non è costui l’ultimo dei punk?) fra gli scorci campagnoli di Beautiful Bluebird e Boxcar e una Shining Light mezza valzer e mezza ninnananna. Cui va dietro una The Believer profumata di Motown! Qualità stellare delle canzoni a parte, “Chrome Dreams II” è un altro “Freedom” a diciotto anni da “Freedoom” che era un altro “After The Gold Rush” a diciannove anni da “After The Gold Rush”. In questo senso: che è uno dei non molti dischi, a ben contare, di Neil Young in cui l’anima acustica e quella elettrica convivono. Così pure in una seconda metà di programma che risoppesa il tutto sistemando il languido country di Ever After fra il martellante dittico Spirit Road/Dirty Old Man e un’altra epopea chiamata No Hidden Path. Affidando il congedo all’incantata The Way. Per favore, clonatelo.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.29, estate 2008.

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Bassifondi 1

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