Anna Calvi – One Breath (Domino)

Anna Calvi - One Breath

Proprio vero che i giovani non sono più quelli di una volta. Quando c’era gente che incideva dischi (e che dischi!) prima ancora di raggiungere l’età minima per prendere la patente o andare a votare. Quando intere carriere (e che carriere!), e qualche volta sfortunatamente intere vite, si consumavano, o producevano comunque i frutti più succosi, ben prima che il fatidico traguardo dei trenta venisse tagliato. Quando far trascorrere quasi tre anni fra un esordio e il suo seguito era semplicemente inconcepibile. In trentatré mesi – esattamente quelli messi da Anna Calvi fra l’omonimo debutto e “One Breath” – i Beatles passavano da “Please Please Me” a “Rubber Soul” avendo sistemato in mezzo altri quattro LP. Sono acido? Può darsi, ma non posso farci niente: quando in ogni singola recensione di quest’album ci si riferisce all’intestataria come a una “giovane artista”, be’, a me viene da sbuffare. E quando mi sono ritrovato a leggere  che potrebbe diventare “the next David Bowie or Nick Cave” quasi mi è scappato da urlare. No, perché mi pare che nella disperata ricerca di qualcuno o qualcuna che possa dare un senso, se non una prospettiva, a questi anni di riciclaggi più o meno pedissequi, più o meno creativi si stia perdendo veramente il senso delle proporzioni. Detto con il massimo rispetto per Anna Calvi, sia chiaro, che però nella più fantastica delle ipotesi potrebbe essere una seconda PJ Harvey. Fatto salvo che a trentatré anni la Polly Jean aveva già pubblicato cinque album più uno (quello di demo) e segnato la storia della popular music in un modo e una misura che per la sua… ahem… giovane epigona sono – semplicemente – inavvicinabili. Ma parliamo di canzoni, via.

Parlando di canzoni, mediamente meglio – secondo me – le undici che sfilano qui rispetto alle dieci che davano vita all’acclamatissimo esordio. Questione, più che di una migliorata qualità della scrittura, di una maggiore varietà di accenti, atmosfere, riferimenti. Tutto in ogni caso si tiene, tutto è ben congegnato e sistemato nell’ordine giusto, il più appropriato e funzionale possibile. Così che dopo un ingresso, per così dire, morbido con due tracce in perfetta continuità con il programma del predecessore – una Suddenly incantata e pulsante, solenne e sbarazzina insieme; una pestona al limite della sguaiatezza Eliza – è dalla terza in poi che cominciano a manifestarsi benvenuti scarti di marcia e un allargarsi degli orizzonti. Piece By Piece prova a immaginarsi dei Radiohead con a capeggiarli St. Vincent e con lo space age pop di Sing To Me – a separarle una Cry che sfregia di feedback un’istintiva voglia di seduzione – resterà l’articolo più ispirato dell’intero catalogo. Stabilite le nuove coordinate, la seconda metà della scaletta vi si aggira con estro apprezzabile, facendo andare dietro agli stridori Banshees di Tristan una title-track che glassa d’archi hollywoodiani un ossimoro di ossessività trattenuta e a quella il rock rugginoso sull’orlo di una crisi di nervi di una Love Of My Life più PJ di PJ. Quando Carry Me Over è un’ipotesi di Cocteau Twins rivisitati da Florence + The Machine e Bleed Into Me un’emozionante rievocazione (al di là di ogni manierismo) dell’angelo caduto Jeff Buckley. The Bridge suggella scarna, liturgica e troppo breve. O ricercatamente breve? Onde indurre, scaltramente, al riascolto. Non è autrice e interprete senza qualità Anna Calvi, tutt’altro. Basta intendersi su quale sia la corretta scala di valori cui rapportarla, un ordine di grandezza che a me non pare proprio quello in cui avventatamente l’ha collocata Brian Eno dicendola “the best thing since Patti Smith”. Iperbole di quelle impossibili a pareggiarsi nella realtà e destinate dunque a fare un pessimo servizio a chi ne è stato oggetto.

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