Black President: Fela Kuti e la rivoluzione afro-beat

A inizio 2003, nel pieno di quella che era a quel momento la più imponente ondata di ristampe mai vistasi di Fela Kuti, dedicai all’artista nigeriano questo articolo che mi pare appropriato riproporre oggi: in capo a un anno che ha visto, grazie alla newyorkese Knitting Factory, alcune decine di altri titoli del nostro uomo tornare disponibili e in questi giorni di lutto per la scomparsa di un altro Black President. Di fatto, costui, oltre che di soprannome.

Fela Kuti

Alcuni anni fa (Lui era appena scomparso; ma vive: oh, se vive) mi trovai a dovermi occupare, per una nota enciclopedia rock, della redazione della scheda di Fela Kuti, con annessa dettagliata discografia. Ricordo quei giorni (perché ci misi giorni), trascorsi per la massima parte alle prese con l’impossibile missione di fare ordine (con poche e discordanti fonti a disposizione) in una produzione che per due buoni decenni fu torrenziale, come un incubo dal quale emersi con una lista di una sessantina di titoli e la consolatoria convinzione che, per quanti errori potessi avere commesso, nessuno sarebbe mai stato in grado di contestarmeli. Un incubo, ma un incubo pieno di felicità, siccome mentre smoccolavo come un portuale toscano fra fotocopie di sacri testi e ricerche in Internet la colonna sonora era quella che potete immaginare: paccate di album del nostro eroe prestatimi da un amico assai fornito (e subito registrati) e un tot di sapida robina che avevo già in casa. Felicità rinnovatasi più volte da allora e in particolare nelle ultime settimane, visto che il Black President è stato oggetto post-mortem di un esteso programma di ristampe che ha raggiunto l’acme sul finire del 2002: l’ultima emissione Barclay/Universal ha portato a venticinque il totale dei titoli di Fela disponibili oggi in quel catalogo (e tanto ancora è reperibile presso altre case) e diversi di essi radunano due LP su un solo compact o regalano inediti sempre di vaglia. In nessun caso un problema il minutaggio, visto che il brano medio di Fela era molto lungo e il 33 giri standard molto corto e talvolta la stessa canzone ne occupava entrambe le facciate.

L’ho già scritto su queste stesse colonne un paio di mesi or sono, recensendo “Red Hot + Riot”, raccolta a scopo benefico in cui grandi del nu-soul, dell’hip hop, del jazz si sono misurati con il catalogo del defunto musicista nigeriano: l’afro-beat è più attuale che mai, campionato in mille e uno dischi di elettronica, citato a pie’ sospinto dalla nazione rap, propagandato con cognizione ed entusiamo da gente come Damon Albarn, fra l’altro ospite nell’ultimo e ottimo album di Tony Allen, che della musica di Fela Kuti fu a lungo il formidabile motore ritmico. Più attuale che mai è soprattutto la sua attitudine al cortocircuito culturale, al meticciato spinto, al transito continuo e bidirezionale di suggestioni sull’asse Africa-America e non solo. Oggi che la Nigeria, gigante di un centinaio di milioni di abitanti che potrebbe essere uno dei paesi più ricchi del mondo e invece no, è agli onori delle cronache giusto per la follia fondamentalista che ne tiene ostaggio vaste regioni è poi particolarmente importante ricordare il contributo alla musica del XX secolo dato da un suo figlio controverso ma complessivamente da ammirare, ammirare, ammirare. Oltretutto: genitore di un rampollo, Femi, che se ne sta dimostrando degno erede.

Fela nasce il 15 ottobre 1938 ad Abeokuta da una famiglia dell’aristocrazia yoruba distintasi sia per meriti musicali che nella lotta al colonialismo. All’attivo del nonno, il Reverendo JJ Ransome-Kuti, almeno ventidue 78 giri pubblicati nei tardi anni ’20 per la Zonophone. Il padre (anch’esso pastore protestante) Israel Oludotun è un eccellente pianista e il preside di una scuola che conterà fra i suoi allievi il premio Nobel Wole Soyinka. Fervente nazionalista, sarà fra le figure di spicco della campagna per l’indipendenza dal giogo britannico e con lui la moglie Funmilayo, straordinaria figura di femminista, fondatrice della Nigerian Women’s Union. Pur’ella innamorata della musica e tuttavia è per studiare medicina che i due spediscono a Londra nel 1958 il figliolo prediletto. Non hanno fatto i conti con uno spirito già ribelle che, piuttosto che per le aule di anatomia, opta per quelle del prestigioso Trinity College, dove si applica a tromba e composizione avendo fra i compagni di corso e gli amici più intimi Ginger Baker, futuro batterista di Blues Incorporated, Graham Bond Organization, Cream e Blind Faith. Nella Londra non ancora messa a soqquadro dall’esplosione beat e dal suo psichedelico fall-out, pazza per il jazz e il blues, il giovane Fela Kuti si fa un nome suonando per club con la tecnica approssimativa che lo caratterizzerà sempre  (virtuoso non sarà mai in nessun senso) e un feeling che tanto più piace quanto più è ammantato di esotismo. Nel 1961 sposa Remi (di mogli ne avrà tante altre, vedrete) e fonda il suo primo gruppo, i Koola Lubitos. Quando due anni dopo torna in patria i ragazzi lo seguono e conquistano una solida fama con una miscela di jazz e highlife, sensuale danza del posto in tempo medio. Nel 1966 arriva a Lagos, dalla Sierra Leone, tal Geraldo Pino e suscita immane scalpore declinando soul-funk devoto a James Brown. Per il nostro uomo è un’epifania che lo induce a inserire il nuovo verbo in testi già esuberanti. Per due anni ci lavora su e a fine rifinitura la creatura è battezzata afro-beat. Nulla per lui, per la musica africana, per il pop globale sarà più lo stesso.

Circuiti che chiudendosi innescano incendi: nel luglio 1969 troviamo Fela Ransome-Kuti e i suoi, che si chiamano ora Nigeria 70 (presto saranno Africa e poi Afrika 70; quindi Egypt 80), a Los Angeles. Mentre Miles Davis, un’influenza importante su Fela, sta mettendo un sacco di James Brown nei suoi primi dischi elettrici e il Godfather Of Soul è in pieno trip africano, Fela Kuti riporta il funk a casa in mesi tumultuosi che lo vedono prendere contatto con le Black Panthers e, di conseguenza, radicalizzarsi politicamente. Non è un soggiorno facile. Lo costellano problemi con gli organizzatori di concerti, problemi con i permessi di lavoro, problemi con la legge per via di strumenti affittati e spediti nottetempo a Lagos per ripagarsi dei torti subiti dal business californiano. Problemi, problemi, problemi. Ma anche una memorabile seduta in sala d’incisione che frutta un gruzzoletto di titoli che vedranno in parte la luce in Nigeria l’anno dopo sotto forma di 45 giri. Verranno per la prima volta radunati in un album nel 1993. Opera a sé per la concisione dei brani che allinea (la tiratissima Ako, ritmica JB e ottoni latini, non arriva a tre minuti), “The ’69 Los Angeles Sessions” può essere nondimeno un buon punto di partenza per approcciarsi al nostro eroe qualora si intenda studiarlo in maniera approfondita. Tolte la languida Lover e una This Is Sad comunque meno malinconica di quanto non faccia intendere il titolo, è un susseguirsi di assalti di una foga che traslatamente si potrebbe dire garagistica. Meno significativo, ma comunque gustoso, è un “Live With Ginger Baker” del 1971 tracimante jazz-rock di scuola inglese (persino scampoli di Colosseum in Let’s Start) e in anticipo (il che è più intrigante) su certo cosmico Herbie Hancock.

Gli anni ’70 di Fela – a breve Anikulapo: “colui che tiene la morte nella borsa” – Kuti sono scanditi musicalmente da un pazzesco profluvio di 33 giri (quattordici soltanto fra il 1975 e il 1976) di qualità costantemente alta e con una tendenza all’uniformità che miracolosamente – ascoltare per credere – non annoia mai. Al contrario (siate avvisati): dà dipendenza. Nel pezzo tipico, si parte con un groove in tempo medio o medio-alto stabilito dalla batteria elastica e possente di Allen sul quale Fela entra con il sax e/o il piano elettrico, mentre intorno i fiati fustigano e danzano. Tunde Williams prende un assolo alla tromba. La voce di Fela convoca il coro (di norma femminile) a un gioco di chiamata e risposta. Si va avanti per dieci-quindici-venti-trenta ipnotici minuti. Benché eccelsi musicisti siano all’opera ciò che conta è l’immediatezza. Gli errori vengono volutamente lasciati quando concorrono al sentimento. Qualche articolo più consigliato di altri: “Gentleman” del 1973, “Expensive Shit” del 1975 (soprattutto nella nuova edizione digitale che lo accoppia al quasi altrettanto valido “He Miss Road”), “Up Side Down” e “Zombie” del 1976, “Shuffering And Shmiling” del 1978 (ora ingrassato con “No Agreement” dell’anno prima), “Unknown Soldier” del 1979. All’incrocio di decennio, momento fertilissimo, si segnalano “I.T.T.” e “Original Sufferhead” (adesso insieme), il programmatico “Black President” e l’inconsueto “Music Of Many Colors”, in collaborazione con il jazzista statunitense Roy Ayers e imbevuto di soul e disco.

Fela Kuti 2

Non è solo l’urgenza creativa e la singolare usanza di non eseguire più dal vivo un pezzo una volta che lo si è immortalato su nastro a determinare questa produzione smisurata. Fatto è che Fela Kuti è sempre più popolare e ne approfitta per denunciare la corruzione della classe politica del suo paese e l’arroganza antidemocratica dei militari, e tali denunce hanno l’effetto di incrementarne ulteriormente la popolarità. Ogni disco diviene così cronaca e invettiva. Lo scontro si fa durissimo. Nel 1974 la polizia compie la prima di tante rovinose irruzioni nel club casa di Fela e dei suoi, lo Shrine. Nel 1976 Fela fa innalzare barriere elettrificate intorno al complesso di edifici in cui vive con familiari e musicisti e proclama la zona indipendente con il nome di Repubblica di Kalakuta. L’esercito non la prende bene. L’anno dopo entra a Kalakuta. Le case vengono devastate, gli uomini pestati a sangue, le donne violentate, la madre del Nostro è fatta volare da una finestra e ne morirà. Non per la prima né per l’ultima volta, Fela Kuti è incarcerato.

(Parentesi un po’ folcloristica: nel 1978 sposa, in una singola cerimonia, le sue ventisette ballerine e coriste; divorzierà da tutte nell’86 dichiarando che “nessun uomo ha diritto a possedere la vagina di una donna”.)

Nel 1979 la dittatura militare cade e tornano al potere i civili. Kuti celebra la ritrovata democrazia (non durerà; lì non dura mai) fondando un partito, il MOP (Movement Of The People), e annunciando l’intenzione di candidarsi alla presidenza. Glielo impediranno e ogni scusa sarà buona per rimetterlo in gabbia. Possesso di marijuana, importazione di valuta (!)… Quest’ultima accusa gli costa nel 1985 una condanna a cinque anni ma tale e tanta è l’indignazione suscitata dal caso (se ne occupa pure Amnesty International) che ne sconterà meno di due. Tornerà però altre volte in galera, con le imputazioni più inverosimili, dal ratto di minore all’omicidio (ci pensano i Servizi a scodellare un cadavere allo Shrine).

Eppure, eppure, eppure… Fra tutto ciò gli anni ’80 sono costellati di dischi fantastici (“Live In Amsterdam”, “Teacher Don’t Teach Me Nonsense”, la requisitoria anti-apartheid “Beasts Of No Nation”) e tour in Europa che ne fanno una star, con spettacoli che vanno avanti per ore e vedono sul palco musicisti e cantanti a decine. Ma la goccia sgretola la pietra e le prigioni nigeriane sono umide assai. Il brusco stop alle uscite discografiche nei ’90 e il diradarsi delle visite all’estero è indice di una salute che va deteriorandosi rapidamente. Fela Anikulapo Ransome-Kuti ci lascia il 2 agosto 1997. Il giorno dei funerali, un milione di persone scende in strada a Lagos, paralizzandola, per dargli l’estremo saluto. Nel pantheon degli eroi terzomondisti Fela prende posto accanto a Bob Marley e una consapevolezza è da subito diffusa: mai più un altro come lui.

Chi, perdendosi molto, non volesse inoltrarsi in labirintici percorsi discografici, si procuri quantomeno la doppia antologia “The Best Best Of Fela Kuti: The Black President”. E si prepari a cambiare idea.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”,  n.517, 21 gennaio 2003.

4 commenti

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4 risposte a “Black President: Fela Kuti e la rivoluzione afro-beat

  1. Beta

    Grande Fela Kuti.
    Molti altri artisti africani andrebbero riscoperti: Baaba Maal, Geoffrey Oryema, King Sunny Ade…senza parlare dei classici come Dibango o M.Makeba (che hai già omaggiato su queste pagine digitali). In fine, una delle mie preferite: Cesaria Evora.

    PS – L’articolo sull’anniversario della morte di Kennedy: Ottimo.
    Ma come mai ancora niente su Mandela? Anche lui ha ispirato molte canzoni.

    Bravo, continua così.

    • Niente su Mandela perché tanto è stato scritto in questi giorni e molto a sproposito. Niente su Mandela perché mi è naturalmente capitato di citarlo, in questo o quell’articolo, ma erano per l’appunto citazioni e basta.

      • Beta

        Appunto perchè è stato scritto tanto e a sproposito che speravo in un bel Articolo che tocca il cuore (il mio preferito: Sam Cooke su EXTRA), come solo tu sai scrivere.
        Rispetto la tua scelta.

  2. umile discepolo

    Che grande articolo, Eddy: quand’è uscito l’ho letto e riletto per giorni e giorni! Lo ricordo ancora quasi a memoria, mi fiondai immediatamente a cercare quei dischi; devo totalmente a te l’amore per il grande Fela.

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