Rimp Romp Ramp: un’apologia dei This Heat

Dal da lungi introvabile numero 1 di “Blow Up” (all’epoca il giornale era bimestrale e venduto solo in abbonamento) un breve articolo sui This Heat, allora sul serio un segreto iniziatico. Che dite? Che lo sono ancora?

This Heat

Quando leggerete queste righe saranno passati qualcosa più di vent’anni dalla prima volta dei This Heat negli studi BBC di Maida Vale, a Londra, e qualcosa meno dalla seconda e ultima. I frutti di quelle due sedute, trasmessi in origine nel programma di San Giovanni Peel rispettivamente il 22 aprile e il 24 novembre 1977, sono da qualche mese a disposizione di quanti abbiano la buona volontà di cercarli un po’ su un CD edito dalla britannica These Records e intitolato “Made Available”: uno degli album più avanti usciti lo scorso anno, anche se pochi (i soliti noti di “The Wire” e “Alternative Press”, che ai This Heat ha dedicato una puntata della sua pregevole rubrica Origins Of The Cool) se ne sono accorti. Parrebbe dunque che anche al secondo giro di valzer il gruppo che fu di Charles Bullen, Charles Hayward e Gareth Williams sia destinato a rimanere un segreto for happy few, dislocati prevalentemente negli Stati Uniti, in Germania e in Giappone. Oltre Atlantico i This Heat furono probabilmente visti come un qualcosa di esotico e attirarono l’attenzione dei cultori di oscurità import. In Germania, ancora più probabilmente, riconobbero le affinità elettive che legavano il trio londinese, il più krauto dei gruppi inglesi, alla scena rock tedesca e accolsero i Nostri come transfughi. In Giappone… be’, il Giappone è il Giappone: non vi è stranezza che non abbia esegeti da quelle parti. Proprio nel paese del Sol Levante qualcuno stampò,  a inizio ’96, un bootleg dal vivo dei This Heat di qualità tanto ignominiosa da convincere la These Records (etichetta, mi sembra di capire, in qualche modo legata alla band) a reagire rendendo disponibile “Made Available”. Sia benedetto il pirata dagli occhi a mandorla. E con lui John Peel.

Come successo altre volte (un esempio, clamoroso: Siouxsie And The Banshees) nella sua lunga carriera di programmatore radiofonico sempre lesto a cogliere, oltre che lo spirito dei tempi, le musiche del futuro, Peel invitò i This Heat, dopo averne ascoltato un demo, a incidere una session molto prima che esordissero discograficamente. Bullen (chitarra, viola, nastri) e Hayward (batteria, tastiere, nastri) lavoravano insieme, come Dolphin Logic, sin dai primi anni ’70, mischiando improvvisazioni di gusto jazz ed esperimenti industrial. Quando nel 1975 si aggiunse Williams (tastiere, basso, nastri), si ribattezzarono This Heat e (fantastica ironia, visto il nome scelto) si installarono con strumenti e registratori in una ex-cella frigorifera a Brixton. Recarsi negli studi di Maida Vale fu una delle loro prime uscite.

La seduta di incisione del 28 marzo ’77 è fra le più memorabili giunteci da quelle venerabili sale. La inaugura Horizontal Hold, nervosa e scattante, sospinta da un algido funky in anticipo di due anni sui Gang Of Four e abbrunita da sulfurei fumi industriali. Non sono meno sensazionali Not Waving, che suona ambient come avrebbe concepito l’ambient Brian Eno fossero stati i Throbbing Gristle e non i Roxy Music il suo punto di partenza, e The Fall Of Saigon, che si apre con clangori evocanti elicotteri al decollo e si dipana su una melodia squisitamente alla Wyatt.

Nell’anno del punk, i This Heat stonano nel coro della vecchia ortodossia progressive come in quello dell’ortodossia nuova che è in nuce. A casa loro, soltanto Peel li capisce.

Il 26 ottobre furono cinque i brani posti su nastro. Tre – Sitting, siparietto causticamente jazz; Basement Boy, laica carola natalizia; Slither, nenia stravolta – sono geniali frammenti sulla scia dei “Faust Tapes”. Rimp Romp Ramp e Makeshift sono al contrario capolavori compiuti e complessi. La prima è forse il sunto più esemplare del suono This Heat: parte che è isterico tumulto, cavalca poi un funky tutto spigoli, sfuma infine in torpida musica ambientale per paesaggi ballardiani. La seconda sa di Faust e di Can e preconizza in un colpo Pop Group e Joy Division.

Dovettero passare due anni prima che il trio, con Chris Blake prezioso membro aggiunto, provetto manipolatore di nastri sia dal vivo che in studio, esordisse discograficamente, auspici David Cunningham (Flying Lizards) e Anthony Moore (Slapp Happy) e sull’etichetta, la Piano, dello stesso Cunningham. Se all’epoca qualcuno se ne fosse accorto si potrebbe dire, questo omonimo debutto a 33 giri, epocale. Vi sfilano undici fra canzoni e siparietti. Horizontal Hold, in questa versione, evoca i King Crimson di “Red” ma anche gli Wire. Water, facendo scartare di un niente la cadenza, sarebbe proto-house. Diet For Worms è puro Cronenberg.

Nel 1980 i This Heat suonarono in giro per l’Europa raccogliendo discreti consensi, in special modo in Germania.  La Piano era entrata nell’orbita Rough Trade e per quella casa l’anno dopo uscì il 12” Health And Efficiency. Nel 1982 lo seguì un nuovo album, “Deceit”, meno sperimentale del predecessore e in compenso più godibile. Un disco di canzoni, questo. Parecchio belle, a partire dalla deliziosa ninna nanna, adeguatamente titolata Sleep, che lo inaugura. Se si sentono ancora echi di Canterbury (Triumph), emergono pure influenze dub ed etniche e fa di nuovo capolino il jazz. Quando vide la luce Williams aveva appena lasciato, per dedicarsi ai suoi studi di danza indiana e teoria della musica. Con Trevor Goronwy al basso, Ian Hill alle tastiere e Steve Richard a curare i suoni, i This Heat fecero un ultimo tour europeo. Poi si sciolsero.

Williams oggi scrive libri sull’India. Bullen suona ancora ma ha abbandonato il suo primo strumento, la chitarra. Hayward ha recentemente collaborato con due mostri sacri della scena giapponese, Keiji Haino e Tatsua Yoshida dei Ruins. Torneranno, seguendo una volta di più l’esempio dei Faust, come This Heat? Chissà. Sta ad ogni buon conto tornando disponibile il loro materiale. Non mi ci sono ancora imbattuto, ma mi risulta che entrambi gli LP siano stati ristampati dalla These Records e da qui a fine anno dovrebbe uscire un CD zeppo di inediti. Il consiglio è di catturarlo al volo: “Repeat”, raccolta pur’essa generosa di inediti pubblicata quattro anni fa, è già impossibile a trovarsi.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.1, giugno/luglio 1997.

Lascia un commento

Archiviato in archivi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...