The Warlocks – Skull Worship (Zap Banana)

The Warlocks - Skull Worship

Nel caleidoscopico e nel contempo umbratile mondo dei Warlocks tutto cambia costantemente affinché nulla cambi mai. Tutto può tornare, magari anche nel titolo ed è il caso di questo loro sesto album (oppure ottavo contandone due spacciati a inizio carriera come mini quando il minutaggio era decisamente consistente), che vede la… uh… luce a ben quattro anni dal predecessore. Nel 2007 i Californiani ne avevano intitolato un altro “Heavy Deavy Skull Lover” e se ne recuperate la copertina noterete che la scelta di colori è esattamente la medesima, così come il tratto del disegno. Tutto cambia, ma l’ammiccare alle radici di una sigla che non a caso sceglieva di omaggiare in un colpo due distantissimi capisaldi del rock ’60 quali Grateful Dead e Velvet Underground – questi come quelli prima di assumere le ragioni sociali con le quali sono passati alla Storia si chiamavano Warlocks – rimane una costante. Avete presente, a proposito di teschi, quale era il logo del Morto Riconoscente? Ecco. E “Skull Worship” è il primo lavoro dei Nostri griffato Zap Banana: fosse ancora vivo, Warhol se ne sentirebbe lusingato, o se no alzerebbe il telefono e chiamerebbe il suo legale di fiducia. Tutto cambia oppure no, siccome in realtà a mutare con una tale costanza che si stenta a starci dietro è giusto la corte di musicisti che fiancheggia il leader Bobby Hecksher. Oggi i Warlocks sono un quintetto quando in passato arrivarono a schierarsi anche in otto, diciassette sono i nomi che Wikipedia mette in fila nella colonnina dedicata agli ex-componenti della band e già solo rispetto al disco prima le defezioni sono tre e altrettanti i nuovi arrivi. Tutto cambia ma tutto resta lo stesso perché le ossessioni di Hecksher son quelle sin da quando, dopo essere transitato brevemente per i Brian Jonestown Massacre, diede vita al gruppo: “Taking Drugs To Make Music To Take Drugs To”, riassumeva esemplarmente il titolo di una raccolta di quegli Spacemen 3 dei quali i Warlocks sono sostanzialmente una riedizione anni 2000, un ventennio in differita. Anche al di là del fatto, che avendo certi referenti più lontani nel tempo, avrebbero finito per somigliare al complesso che fu di Jason Pierce e Sonic Boom persino se per assurdo avessero cercato di ignorarlo.

Ci fu un attimo fuggente in cui Hecksher e variabili soci arrivarono a sfiorare il mondo delle major. Era il 2002 quando la Mute decideva di scommettere su di loro, forse pensando fosse una scommessa facile da vincere nel momento in cui un gruppo come i Black Rebel Motorcycle Club portava sulle prime pagine dei giornali specializzati, nonché nelle zone medio-alte delle classifiche, un set di influenze praticamente identico. Clamoroso errore prospettico, essendo quelli una faccenda soprattutto di Canzoni e i Warlocks una di Suono, e difatti dopo soli due dischi l’etichetta britannica mollava il colpo. Come i cinque o i sette album prima, “Skull Worship” non ha nessuna possibilità di insinuarsi nel mainstream (né vi ambisce), suo ineludibile destino quello di parlare a chi con la sua lingua già ha più o meno lunga consuetudine. Ed ecco allora, nel non particolarmente lungo percorso che porta a una Eyes Jam che ribadisce che della jam i nostri amici hanno un concetto 1% Dark Star e 99% Sister Ray (ai Dead non sono somigliati mai, ai Velvet più fragorosi spesso), sette brani perlopiù facilmente confondibili in un canone di rock psichedelico e psicotico insieme e costantemente in bilico fra le pulsioni tribali e quelle motoristiche del krautrock, fra giochi di bordoni e morsi di feedback. Esattamente a metà corsa, Silver & Plastic e He Looks Good In Space abbassano la narcotica tensione (ricercata contraddizione in termini) ammiccando, soprattutto la seconda con il suo levitare in moviola, a dei Pink Floyd mediani fra “Ummagumma” e “Meddle”. Se qualcuno dalle parti della Mute la ascoltasse potrebbe avere un ripensamento.

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