Il più grande spettacolo dopo il Big Bang (per Keith)

Come, con singolare anticipo di ventiquattr’ore, si è premurata ieri di ricordarci “La Repubblica”, Keith Richards compie oggi settant’anni. Lo celebro recuperando la recensione dell’unico album in studio dei Rolling Stones di cui in vita mia ho avuto l’onore e l’onere di scrivere in tempo reale. “A Bigger Bang” usciva a otto anni dal predecessore e altrettanti ne sono ormai trascorsi. Pare sempre più probabile che sia destinato a restare il congedo (già all’uscita si poteva sospettarlo) della più grande e longeva delle rock’n’roll band. In tal caso: al netto di tour di ciascuno dei quali, da alcuni decenni in qua, si dice sia l’ultimo, che razza di uscita di scena. Magnifica.

The Rolling Stones - A Bigger Bang

Sulla copertina del primo disco in studio da otto anni in qua, nettamente l’intervallo più lungo mai posto fra due album e tanto per chiarire lo stesso che passò fra l’omonimo debutto britannico a 33 giri e “Exile On Main St” (con quell’altra dozzina di LP in mezzo) i quattro Stones rimasti dacché Bill Wyman si autopensionò sono riuniti attorno a un globo luminoso che, illuminandoli dal basso, nel mentre ne cela un po’ le rughe dà all’immagine un che di… massì… diabolico. E che davvero, come è nella tradizione del blues, Mick, Keith e Charlie, e naturalmente Ronnie, che è con loro da appena tre tondi decenni e quindi è ancora quello “nuovo”, abbiano fatto un patto con il diavolo viene presto da pensarlo all’ascolto di “A Bigger Bang”. Passi che dal vivo tuttora, come diciamo noi giovani (e che diamine! anch’io sono giovane al confronto), “spacchino”. Passi che Keith sia ancora vivo e in formissima dopo tutta la mitologia che sapete. Passi che Mick canti e balli come a un sessantaduenne non dovrebbe essere consentito. E passi, con ovazioni e quasi quasi una lacrimuccia commossa, che zio Charlie (classe 1941) se la sia gloriosamente cavata, a quanto sembra, con un problema da niente come un tumore. Va bene. Ma Mefistofele deve per forza azzeccarci qualcosa se dopo quarantatré anni sul fronte del rock questi signori possono cavare subito dal cilindro una Rough Justice che è contemporaneamente una Jumpin’ Jack Flash e una Brown Sugar per il XXI secolo.

È il migliore inizio per un loro album dai giurassici tempi (1981) di “Tattoo You”, ultimo lavoro grande in toto per quanto ciascuno degli appena altri cinque andatigli dietro qualcosa di buono (più degli altri il sottovalutato “Undercover”) abbia regalato. D’accordo: hanno firmato un nuovo classico e sarebbe già un prodigio bastante a fare accettare per il resto della scaletta della dignitosa, più che ordinaria amministrazione. Ma… Parte Let Me Down Slow, melodia spiegata e chitarre insieme ruggenti e fluide, e l’illusione che non sia passato un giorno dai tempi di It’s Only Rock’n’Roll è perfetta. Si leva la possente It Wont Take Long e, se questa è routine, viva la routine. Ma non sono i primi tre titoli bensì i tre che vengono dopo a tramutare l’incredulità subentrata allo scetticismo d’ufficio in un eccitato sbalordimento: Rain Fall Down, uno dei migliori funky stoniani di sempre; Streets Of Love, una sorellina o per meglio dire una nipotina di Lady Jane; e infine Back Of My Hand, un trapestante bluesone da manuale dritto dagli studi Chess se non da Robert Johnson. Quando si apprende che a strusciare corde non è Richards ma Jagger il sospetto che un contratto faustiano sia stato siglato si fa assoluta certezza.

Pare in ogni caso alla lunga ingiusto, dopo diverse altre canzoni fantastiche (la languida e nel contempo energica Biggest Mistake, una This Place Is Empty impastata di piano e chitarra acustica, l’ultraelettrica e travolgente Oh No Not You Again), tirare in ballo, di fronte a un disco di questo livello, l’età degli artefici e usare come metri di paragone le prove della loro seconda metà di carriera. Questo non è “un eccellente album dei Rolling Stones considerato che hanno sessant’anni”. Questo non è “un eccellente album dei Rolling Stones se lo si paragona a quelli degli ultimi due decenni”. Questo è un eccellente album dei Rolling Stones – e un loro “New York”, un loro “Freedom”, un loro “Time Out Of Mind” se capite ciò che intendo – nel contesto complessivo della loro carriera. Va da sé che un eccellente album dei Rolling Stones mette in un’altra prospettiva una rilevantissima parte di quel poco di attualità che possiamo credere, pretendere, illuderci di trovare intrigante. C’è stato un tempo in cui questi… ragazzi hanno seriamente rischiato di diventare patetici. Hanno finito per diventare eroici.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.615, ottobre 2005.

10 commenti

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10 risposte a “Il più grande spettacolo dopo il Big Bang (per Keith)

  1. Anche io ho avuto la tua stessa impressione, ascoltandolo quando uscì. Speriamo che resti l’ultimo, a questo punto: difficile congedarsi dallo studio di registrazione in maniera migliore.
    E Keef…beh, è Keef; che altro dire?

  2. Da sempre considerato un grande album questo ”A Bigger Bang’, in modo particolare il giudizio evolve in maniera positiva ascoltando alcune outtakes come don’t wanna go home e Under the radar. Forse la sparerò grossa, ma questo è il migliore album con Woody.

  3. Rusty

    Su Repubblica c’è anche un breve filmato con una raffica di riff (raff-riff) presi da concerti. Se mai v’è stata una rockstar stilosa, questa è Keith Richards.

  4. Gian Luigi Bona

    È chiaro che il patto con il diavolo lo hanno fatto !!!

  5. Gian Luigi Bona

    Com’è il nuovo live ?

  6. timelyangel

    e pensare che emilio saturnini su onda rock ne parlo’ male…

  7. alfonso

    Ricordo bene questa recensione, e pure il fatto che mi ci approcciai convinto di leggere una gustosa stroncatura conclusa dal solito appello a non sentirsi in dovere di tirar fuori un disco di inediti per andare in tour. E invece che cazzo di disco, quanto ho adorato rain falls down e my biggest mistake! Che bella sensazione scoprire grandi canzoni nuove di un gruppo nato quando mio padre andava all’asilo…

    • Oh… guarda che anch’io andavo all’asilo, eh? Asilo nido ma pur sempre asilo.

      • alfonso

        Il che fa venire piacevoli brividi, se pensi che ancora zampettano palcoscenici e riescono a essere credibili cantando una roba come my biggest mistake a un’età che i loro coetanei al massimo le badanti

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