Cate Le Bon – Mug Museum (Turnstile)

Cate Le Bon - Mug Museum

“I forget the detail but remember the warmth”, canta Cate Le Bon nella traccia scarna, cigolante e triste che intitola e suggella il suo terzo album e, se applicata allo stesso, è una frase vera solo a metà. La seconda. Di “Mug Museum” ricorderete eccome il calore (ma più che altro la tenerezza). Però anche i dettagli: certi ricami come scappati alla voluta elementarità delle trame e naturalmente perfettamente funzionali alle stesse; l’elusività di talune melodie a fronte della sfacciataggine di altre e il modo che nondimeno hanno pure le prime di infiggersi nella memoria, come distrattamente; il rincorrersi di rimandi a un passato che rivive nei suoi solchi senza mai, mai, mai, mai, mai, mai parere mero recupero archeologico. Senza mai interrompere un’emozione con il furbo ammiccare a chi “sa” e, alle prese con un disco così, potrebbe farsi distrarre dal gusto perverso della superiorità su chi invece non sa e affastella citazioni a caso. Ho letto cose che voi umani non potete neanche immaginare su “Mug Museum”, ma non sono qui per far polemiche.

Un album quasi troppo bello per essere vero, la mia impressione completato il primo ascolto e mi attendevo che il prolungarsi della frequentazione almeno un minimo me lo avrebbe fatto ridimensionare, giacché se è di musica che si parla sono uno che diffida abbastanza dei colpi di fulmine. Gli amori più duraturi sono spesso quelli che partono con il piede sbagliato, gli amori eterni quelli che cominciano e non te n’eri accorto. Non vale attaccare con una I Can’t Help You che nel mentre ricorda che gli Young Marble Giants erano gallesi come Cate (che razza di aggraziato genius loci presiede a una terra di minatori) ne intreccia il DNA con quello dei Television. Ancor meno andarle dietro con una Are You With Me Now che è la canzone più pop che gli Stereolab si sono sfortunatamente dimenticati di scrivere, una hit potenziale che dovrebbe risuonare da ogni radio almeno quanto, anni fa, quella Fidelity che per un attimo mise il mondo in ginocchio dinnanzi a Regina Spektor. E poi insistere con l’ossessione Stereolab con Duke, passare in moviola i Feelies in No God, inventarsi con I Think I Knew un folk-rock che ipotizza convergenze parallele Fairport/Velvet. Laddove Wild rammenta che a inizio carriera a Cate venne sovente accostato l’aggettivo “gotico”, Sisters rimette in pista i Polyrock (per quei quattro che se li ricordano) ma in una cornice proto-punk e Cuckoo Through The Walls con le sue opache luccicanze Paisley ci rammenta che l’autrice si è trasferita da qualche tempo in California.

Evidente da sempre il lascito velvetiano, Cate Le Bon è stata spesso paragonata a Nico e nei dischi prima poteva starci, qui un po’ meno. Tranne che in un brano fra l’incantato e lo spettrale e alla fine l’ossessivo. Si chiama Mirror Me e il testo è come una I’ll Be Your Mirror che si guarda, per l’appunto, allo specchio.

3 commenti

Archiviato in recensioni

3 risposte a “Cate Le Bon – Mug Museum (Turnstile)

  1. Giancarlo Turra

    Bello sì: premio carineria acuta del 2013

  2. Francesco

    grazie per aver mi fattto scoprire un disco bellissimo.

    • paolo scotto

      comprato…insieme a una serie di dischi a me ignoti venduti da fnac a verona a due tre euro: peaking lights, wallis bird e un fantastico disco tributo a townes van zandt di scott kelly (che ho scoperto essere un metallaro) e altri, del quale mi domando perchè mark lanegan sì e questi no

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