Yusef Lateef 1920-2013

Apprendo solo ora, con qualche giorno di ritardo, della dipartita da questa terra di Yusef Lateef, scomparso l’antevigilia di Natale alla bella età di novantatré anni. Spesi intensamente e splendidamente. Fiatista e compositore extraordinaire, il jazz gli fu sempre stretto e a ragione di ciò al jazz riuscì a conquistare tanti. Impossibile non innamorarsene per chi, per dire, arrivò a John Coltrane per tramite dei Byrds o dei Grateful Dead. Solo due volte mi è capitato di scrivere direttamente di costui. In questi termini, una decina di anni fa, raccontavo uno dei suoi album più classici, “Live At Pep’s”.

Yusef Lateef - Live At Pep's

Dice per una volta bene Scott Yanow: William Evans, meglio noto come Yusef Lateef, suonava world music quando nemmeno l’etichetta ancora esisteva e con un approccio di tale creatività che quanti in Occidente hanno trafficato con la suddetta materia dai ’90 in qua di rado possono vantare. In tempi in cui parlare di musiche del mondo faceva venire in mente al massimo la policromia tendente al delirante dell’exotica, Don Heckman, autore delle note di copertina originali di quest’album registrato in un club di Philadelphia il 29 giugno 1964, doveva viceversa mettere le mani avanti e, lodati gli esperimenti del nostro uomo con vari strumenti a fiato cinesi e sottolineata la sua capacità di inserire con naturalezza scale orientali in un ambito jazz, subito dopo provvedere a rimarcare la sua provenienza dalla tradizione blues e l’abilità di strumentista e improvvisatore. Giusto per non spaventare il pubblico più tradizionalista. Fa un po’ sorridere, ma d’altro canto Lateef fu un precursore persino rispetto a un Pharoah Sanders o a un Don Cherry e si può comprendere come al tempo di queste incisioni potesse parere un alieno.

Con le orecchie di oggi, “Live At Pep’s” è un disco di godibilità, inventiva e sentimento sensazionali, una passeggiata per il globo declinando jazz con prepotente tendenza alla contaminazione, siano i sapori di India di Sister Mamie (ispirata dal virtuoso dello shenai Bismallah Khan) o di tropici americani di Oscarlypso, la notte d’Arabia di The Magnolia Triangle o quella di New Orleans di See See Rider. Travolgente lo swing di Number 7 e di Twelve Tone Blues, squisita la malinconia di Gee Sam Gee, da urlo il flauto che graffia il boogie di Slippin’ & Slidin’.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.238, settembre 2003.

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