L’infanzia dei Thin Lizzy

Thin Lizzy - Shades Of A Blue Orphanage

Un prototipo della patchanka? È quanto si inventavano i Thin Lizzy a inizio ’70, mettendo insieme nelle prove nelle quali si delineava un’identità in seguito soggetta a più di un mutamento country e psichedelia, folk da entrambe le sponde dell’Atlantico, funk e blues e poi hard e soul. E non avevano ancora nemmeno cominciato a stupire. Nel DNA di un gruppo nato come quartetto ma presto rimodellatosi a power-trio (quando i Thin Lizzy che assurgeranno allo stardom si caratterizzeranno per la doppia chitarra) l’ecumenismo: c’era gente che veniva da questa e da quella parte del confine irlandese in tempi in cui quel confine era zuppo di sangue, c’erano protestanti e cattolici e il capobanda era un nero. Testona di capelli crespi, a Phil Lynott per dirsi una controfigura di Hendrix mancavano due caratteristiche: essere mancino e suonare la chitarra, essendo il suo strumento il basso. Ma i dischi dell’uomo di Seattle li aveva mandati a memoria e resteranno per l’intero arco della sua vicenda artistica un’influenza, musicalmente la più lampante laddove i testi evidenzieranno la familiarità con la tradizione letteraria locale. Un poeta prestato al rock, il nostro problematico eroe, e si potrebbe pure dire un Ken Loach vivaddio meno didascalico e ideologico nelle ricorrenti celebrazioni di un proletariato cui rivendicò sempre di appartenere. Romantico e concreto e non potrà allora, dopo avere riconosciuto in Bob Seger un fratello in spirito, non identificarne un secondo in Bruce Springsteen.

Sono freschi di ristampa, nell’ormai consolidata formula della Deluxe Edition, quelli che furono i primi tre LP della formazione dublinese, usciti in origine per la Decca fra il 1971 e il 1973. Di gran lunga i capitoli meno conosciuti di una saga che toccherà lo zenith nel ’78 con il classico “Live And Dangerous”, e approderà a un tragico epilogo il 4 gennaio 1986 con la prematura morte (troppo alcool persino per un irlandese; troppa droga) del leader, sono lavori ineguali e nondimeno ricchi di spunti, alquanto lontani da ciò che sarà (sebbene progressivamente sempre di meno) e tuttavia illuminanti su come ci si arriverà. A fare le cose proprio per bene, nella riedizione dell’omonimo esordio il brano eletto a primo singolo avrebbe dovuto precedere e non seguire la scaletta del primo 33 giri. Scrivo con in mano un advance, senza note a disposizione e dunque ignorando se la The Farmer che vi è inclusa sia il lato A di quello che fu il debutto su 7” dei Nostri – organico primigenio a quattro con Lynott alla voce e al basso, Eric Bell alla chitarra, Eric Wrixon all’organo e Brian Downey alla batteria – oppure una versione alternativa. Più probabile la seconda che ho detto, visto che il 45 giri usciva per la EMI irlandese, collaborazione subito interrotta per via delle ben 283 copie vendute. Sarebbe magari finita lì non fosse stato per un talent scout della Decca, Frank Rodgers, che in missione nella capitale irlandese assisteva a uno spettacolo dei Nostri e immediatamente si fiondava nei camerini del Peacock Theatre con una proposta di contratto. Primo frutto maturo del sodalizio “Thin Lizzy”, esordio assai variegato e però senza che null’altro ricordi prepotentemente, come The Farmer, la Band per antonomasia. Fra apocrifi hendrixiani più (Look What The Wind Blew In) o meno (Ray-Gun) persuasivi, omaggi densi di soul a Van Morrison (Clifton Grange Hotel; Bell del resto un ex-Them) e ballatone folk-rock (Song Of The Ageing Orphan), quadretti di un’epicità struggente (Eire) o un po’ sopra le righe (Return Of The Farmer’s Son). Qualche ingenuo sperimentalismo – l’introduzione spoken di The Friendly Ranger At Clontarf Castle; gli archi pletorici di Honesty Is No Excuse – abbassa la media. Wrixon già se n’è andato.

Da ovazioni a posteriori che, a fronte di riscontri commerciali deludenti, la Decca finanzi un secondo LP, fors’anche perché il primo almeno a un John Peel già arbiter elegantiarum è piaciuto e difatti l’ha molto programmato. “Shades Of A Blue Orphanage” è un bel passo avanti, la qualità della scrittura lievitata e lo certificano incontrovertibilmente, fra un festoso anticipo di pub-rock come I Don’t Want To Forget How To Jive e una Chatting Today che richiama Alex Harvey, una dolcissima Sarah (dedica stupenda alla primogenita Lynott) e una Call The Police che è Jimi alle prese con gli Steppenwolf. Da ovazioni pure che qualche mese dopo, in contemporanea con il primo tour britannico importante (spalla degli Slade) pubblichi a 45 giri (sul 33 non c’era, sulla ristampa sì) il traditional irlandese Whisky In The Jar, che i Thin Lizzy rileggono come fossero dei Byrds sedotti dall’hard. Roba da matti: vende un botto e il gruppo si incazza perché il singolo, che considera non rappresentativo, è uscito su iniziativa della casa discografica, che non ha avvertito. È uno screzio che avrà probabilmente il suo peso nel divorzio che andrà dietro a “Vagabonds Of The Western World”: nuovo glorioso insuccesso a dispetto della funkadelia di somma orecchiabilità che lo battezza e di episodi parimenti memorabili come lo squillante rock-blues Mama Nature Said, la psichedelia in dodici battute di Slow Blues e una Gonna Creep Up On You una parte di Hendrix e due di Link Wray. Il passaggio alla Vertigo sembrerà dapprincipio non portare fortuna ai ragazzi. Due anni e due album dopo, “Jailbreak” si inerpicherà nei Top 20 sia USA che UK. Iniziava un’altra storia.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.676, novembre 2010.

1 Commento

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Una risposta a “L’infanzia dei Thin Lizzy

  1. Ora e sempre il più grande gruppo di Irlanda.

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