Buon compleanno, David – L’uomo che provò a vendersi al mondo (1958-1971)

David Bowie compie oggi sessantasette anni. Il suo primo – omonimo e del tutto trascurabile – album  è datato 1967. Certo nessuno poteva immaginare al tempo che, quarantasette anni dopo, quell’allora ventenne sarebbe stato ancora una presenza importante (negli ultimi mesi: persino di nuovo d’attualità) nelle conversazioni sul pop. No, nessuno. Tranne forse lui stesso: un uomo nato per essere una star.

David Bowie - David Bowie

Dobbiamo il racconto della prima volta in cui David “non ancora Bowie” Jones cantò in pubblico all’amico che divise con lui la – si fa per dire! – ribalta e l’emozione ineffabile di quei momenti. Anzi: a George Underwood ne dobbiamo due di racconti, né questo né quello coincidenti con altri resoconti ammantati di leggenda che vogliono che i due si siano esibiti in un medley di canzoni di Elvis Presley e Chuck Berry, il che ne avrebbe fatto i due ragazzini più cool di Gran Bretagna quando a quella cultura giovanile il concetto di coolness era ancora estraneo. Anzi: quando una cultura giovanile neanche esisteva, né li né altrove. Più plausibili i pur discordanti ricordi di Underwood, che a Mark Paytress nel 2001 riferiva che “io cantai 16 Tons e insieme facemmo Puttin’ On The Style, di Lonnie Donegan, e poi Gamblin’ Man” e da lì a un paio di anni, conversando con Peter Doggett, cambiava versione asserendo che “cantammo All I Have To Do Is Dream degli Everly Brothers e Tom Hark, che credo che quella settimana fossero rispettivamente al numero uno e due nella classifica discografica”. Sia come sia: era l’estate del 1958 e i due undicenni – 8 gennaio 1947 la data di nascita del nostro eroe – così intrattenevano intorno a un falò i compagnetti di scampagnata boy scout all’isola di Wight, nientemeno, e liberi di scorgere in ciò un favoloso presagio di gloria rock, considerato che un tondo decennio dopo si sarebbe tenuto da quelle parti il primo dei grandi festival europei. Sulla strumentazione Underwood è più preciso: una specie di primitivo contrabbasso costruito dallo stesso David, un ukulele, un tamburino. Si erano conosciuti un paio di anni prima i due, in quel sobborgo londinese di Bromley che parecchio più in là ci regalerà Siouxsie e i suoi Banshees. Lì si erano trasferiti, da Brixton, i Jones, passando da un contesto di proletariato metropolitano a uno di piccola borghesia suburbana, una costante la noia cui tuttavia in quella particolare casa un po’ si sfuggiva grazie al peculiare dopolavoro del capofamiglia, organizzatore di spettacoli per ragazzi cui di volta in volta partecipava questa o quella piccola star del cinema, del teatro, della televisione. Ed era così che David Robert cominciava a sognare le luci del palcoscenico, fantasticheria tanto più eccitante dacché trovava qualcuno con cui dividerla. Oggi uno dei più affermati pittori britannici (ha esposto anche alla Royal Academy; non male per uno la cui carriera nelle arti figurative prese le mosse da alcune copertine, per i T.Rex e per lo stesso Bowie), Underwood dividerà con l’amico i primi passi nello showbiz, concorrendo alle registrazioni dell’unico singolo dei King Bees e in seguito pubblicando un album in proprio, con lo pseudonimo di Calvin James. Davvero un rapporto stretto il loro, addirittura fraterno, oramai cinquantennale e sopravvissuto a un incidente mitologico ben più dell’episodio di cui sopra.

Colpa di una ragazza, naturalmente. Vicinissimi nei gusti non solo in materia di dischi, i due finivano per invaghirsi, quattordicenni, della medesima fanciulla. Lei dava un appuntamento a George e poco prima dell’orario fissato David chiamava l’amico dicendogli che l’incontro era saltato. Finivano per darsele vicendevolmente di santa ragione ed era il giovane Jones ad avere la peggio quando accidentalmente si ritrovava un dito in un occhio. Il risultato erano due mesi di ricovero in un ospedale oftalmico da cui veniva dimesso con la vista salva ma pupille inquietantemente di colori diversi, cosa che nel momento in cui comincerà a giocare a fare l’extraterrestre gli tornerà paradossalmente utile. Per qualche tempo in comprensibile freddo, i due si riavvicinavano quando il primo brigava – irresistibile richiamo – per fare entrare il secondo nei Kon-rads, il suo primo gruppo “serio” dopo gli amatoriali George & The Dragons, con tanto di provini – però falliti e dunque nulla ci è pervenuto di loro – prima per la Decca, quindi per Joe Meek. Non era ancora finito il fatidico 1961 e rieccoli insieme, gli Everlys della Bromley Technical High School, istituto laddove un insegnante di educazione artistica, tal Owen Frampton (il figlio un certo Peter: non so se l’avete presente…), dava un decisivo contributo a espanderne ulteriormente orizzonti culturali che già comprendevano, grazie a Terry Burns, un fratellastro di David di dieci anni più anziano, Jean-Paul Sartre, Jack Kerouac e John Coltrane. Presto ne faranno parte Bob Dylan, Charles Mingus, Roland Kirk. Richiesto in un colloquio post-diploma cosa volesse fare della sua vita David rispondeva: suonare il sassofono in un quartetto di jazz moderno. Un’aspirazione che non realizzerà mai.

Nondimeno da lì a un anno – giugno 1964 – avrà già un 45 giri su Vocalion da mostrare fiero. Edito a nome Davie Jones With The King Bees, Liza Jane/Louie, Louie Go Home passa oggi di mano per quei settecentocinquanta euro. Se proprio ci tenete, con un po’ di fortuna potreste trovare una ristampa Decca del 1978 e cavarvela con dieci, massimo quindici. Più saggiamente, con la stessa cifra potreste però portarvi a casa un CD Rhino del 1991, “Early On”, che raduna tutta la discografia pre-Deram del Nostro – un 45 giri con i King Bees, uno con i Manish Boys, uno a nome Davy Jones, uno come David Bowie & The Lower Third e due come David Bowie e basta – e come resto mancia aggiunge cinque demo del ’65. Costa poco, non vale granché, siccome fino a Space Oddity di musicalmente non ci sarà proprio nulla di notevole in un percorso creativo in transito da un British rhythm’n’blues dei più scolastici (non aspettatevi insomma gli Yardbirds, benché in Pity The Fool la chitarra solista sia quella di Jimmy Page) a una fascinazione per Ray Davies non sorretta da una scrittura ancora lontanissima da quella del modello. E quindi lanciato in freakerie di psycho-folk-pop analoghe a quelle di un altro fondamentale amico – ma soprattutto rivale – del giovanotto, uno che lo precederà nell’ascesa allo stardom ma poi precipiterà al suolo come un Icaro dalle ali di cera sciolte dall’adulazione del mondo, dall’ego fuori controllo, da droghe e alcool, dall’incapacità di rinnovarsi costantemente e camaleonticamente come chi sapete voi: Mark Feld, più noto come Marc Bolan.

David Bowie - Biography

Il primo Bowie, pur mettendo in conto anche un altro mazzetto di sette pollici per la Deram e poi l’omonimo esordio a 33 giri, tutte uscite datate 1967, offre ben poco di interessante e qualcosa di più che imbarazzante (di The Laughing Gnome, ad esempio, si vergogna tuttora come un cane e ne ha ben donde) per chi oggi invano cerchi di rintracciare in quella quarantina di canzoni senza un centro di gravità permanente anche minimi indizi della grandezza che sarà. Molto, molto più che per il critico può essere interessante per lo studioso di costume che può divertirsi, mettendone in fila le foto, per un verso a ricostruire le tendenze che vertiginosamente si susseguivano nella Londra di anni lì sul serio formidabili, per un altro a scoprire che il ragazzo seguiva sì le mode, ma ogni tanto con estrosi scarti di puro, esibizionistico individualismo. Eccolo, appena quindicenne, seduto sulla grancassa della batteria dei Kon-rads, banana da teddy boy in netto contrasto con l’elegante completo giacca e cravatta da mod. Due anni dopo, in uno scatto in cui gli altri King Bees sembrano le matricole universitarie che ogni mamma vorrebbe avere come figli lui è un assurdo Robin Hood. Trascorre un ulteriore anno ed eccolo esibire alternativamente un caschetto alla Brian Jones di una lunghezza che il suddetto ancora non azzardava e un taglio assai più sobrio che bene si armonizza con abiti di nuovo di misurato classicismo. Abbandonerà questo e quello nel 1967 per sgargianti camicie psichedeliche e capelli spioventi sugli occhi. Se in “David Bowie” qualche vaga influenza barrettiana si può individuarla, a guardare un’immagine di quei mesi scappa da ridere: è un clone totale del Syd. 1969 e pare Donovan. Ma dai tempo al tempo, qualche mese o settimana e boccoli da puttino lo fanno una via di mezzo fra un paggetto rinascimentale e una studentessa in un film esistenzialista francese. Emerge per la prima volta l’ambiguità sessuale su cui tanto si giocherà nella prima metà dei ’70.

Il primo Bowie ha una fame di fama smodata ma ridurlo a ciò sarebbe un errore. Se rimbalza freneticamente fra questo e quello stile musicale o estetico è certo perché sta inseguendo il successo ma pure per la vivissima curiosità intellettuale che lo anima. Solo così, non con la delusione per i men che mediocri risultati commerciali di una messe di pubblicazioni considerevole pure per tempi che corrono a perdifiato, si spiega l’improvvisa eclisse che segue l’uscita nel giugno 1967 dell’omonimo primo 33 giri e un mese dopo del singolo Love You Till Tuesday. Per due anni esatti non ci saranno nuovi dischi di David Bowie (dimenticavo: pseudonimo assunto per evitare confusioni con il David Jones dei popolarissimi Monkees) e dire che lo ha da poco accolto sotto le sue ali protettive Ken Pitt, un manager importante, uno che Frank Sinatra chiama “il mio uomo a Londra”. A tal punto Pitt ha preso a benvolerlo da ospitarlo nel suo appartamento in una stanza che ha libera, permettendogli così di lasciare, ventenne, la casa dei genitori. A tal punto crede in lui che non gli importa che per due anni, con l’eccezione di un paio di partecipazioni a programmi radio della BBC, sparisca dalle mappe musicali, spendendo il suo tempo fra lo studio delle filosofie orientali e in particolare del buddismo, l’attività di mimo nella troupe di Lindsay Kemp e i primi passi nel mondo del cinema, da attore, con la partecipazione a The Image di Michael Armstrong. È una mente giovane e ricettiva e che delitto sarebbe, pensa questo bell’esemplare di umanista travestito da affarista, non permetterle di nutrirsi, di crescere. E chissà mai, pensa in ogni caso, che questa crescita non si rifletta prima o poi sulle sue abilità compositive. Nel frattempo i Feathers, gruppo fra musica e teatro che il nostro eroe ha allestito con la compagna Hermione Farthingale e John Hutchinson, durano qualche incerto mese per poi dissolversi con la fine del rapporto affettivo fra i due. Nel frattempo David è fra i fondatori del Beckenham Arts Lab, ispirato al concetto warholiano di factory e consacrato alle performance di avanguardia musicale e teatrale di verdi talenti. A mettere in contatto Bowie con una nuova casa discografica, la Philips, non è Pitt bensì un’indossatrice americana che ha conosciuto proprio al laboratorio e con la quale sono scoccate scintille, Angela Barnett. In compenso Pitt – al contrario del produttore Tony Visconti: clamorosa falsa partenza per un rapporto che nel decennio seguente infilerà successi e capolavori uno via l’altro – coglie immediatamente le enormi potenzialità di una canzone inedita che il ragazzo gli fa ascoltare quando richiesto di un brano da aggiungere a un cortometraggio promozionale con il quale si intenderebbe rilanciarne la carriera. Si intitola Space Oddity ed è un’epica e insieme sommessa ballata il cui passo di marcia conduce a un ritornello di quelli sveltissimi a imprimersi nella memoria. Oltretutto, anche se gli interessati hanno sempre giurato che no, che fu un puro caso e tutta colpa della passione di Bowie per la fantascienza, più che sullo spirito dei tempi è sintonizzata addirittura sulle cronache.

Al concerto dei Rolling Stones a Hyde Park del 5 luglio 1969 l’MC la trasmette e Pitt racconta di avere sentito in tanti canticchiarla fra la folla che tornava a casa. Quindici giorni dopo, l’Apollo 11 si posa sulla superficie lunare e Neil Armstrong compie “un piccolo passo per un uomo, ma un grande passo per l’umanità”. E, accompagnata da una melodia tanto efficace, come potrebbe l’odissea bowiana dell’astronauta, il Major Tom, perso per sempre negli spazi siderali non toccare corde sensibili? Non è un successo dalla sera alla mattina, piuttosto quel che si suol dire uno sleeper. Il singolo sale piano piano nelle classifiche, fino ad arrivare in novembre, in corrispondenza con l’uscita dell’album “David Bowie – Man Of Words Man Of Music”, al numero cinque. Sulle fortune mercantili del 33 giri non ha però alcun influsso: sparisce senza lasciare tracce e su quanto poco venda la dicono lunga le quotazioni attuali sul mercato dei collezionisti per quella stampa, duecento euro per una copia in mono, anche trecento per una stereofonica. Artisticamente? Meglio del debutto, ma non proprio una pietra miliare, no davvero, e svantaggiato dal suo piazzare in apertura Space Oddity, al cui confronto il resto del programma impallidisce. Fra del tyrannosauro folk proto-glam (Unwashed And Somewhat Slightly Dazed) e dello sculettante, acidulo beat (Janine), un’incantata e avvolgente orchestrazione barocco/lounge (Wild Eyed Boy From Freecloud) e una lunare cantilena (Memory Of A Free Festival), si arriva al fondo eccitandosi raramente e più spesso (la neniosa Letter To Hermione, la sgangherata suite Cygnet Committee) rompendosi discretamente i coglioni.

Negli Stati Uniti l’album ha visto la luce su Mercury con identica sfortuna e oltretutto lì nemmeno il 45 giri ha incontrato. Stupisce allora che, mentre la Philips si affretta a scaricare uno che evidentemente percepisce come uno one-hit wonder, un Mungo Jerry qualunque (non che ci sia niente fino a quel punto in grado di smentirla), la Mercury insista, persino dopo che un nuovo singolo, ottimisticamente battezzato The Prettiest Star e registrato l’8 gennaio 1970, giorno del ventitreesimo compleanno del Nostro, e con ospite un Marc Bolan che di successi ne ha viceversa già avuto diversi, non arriva a vendere ottocento copie. Stupisce che un manager rampante e dalle strategie aggressive come Tony DeFries rilevi un Ken Pitt dispiaciuto più per il tradimento che non perché convinto che il suo protetto sia destinato alla lunga a sfondare. Preme a tal riguardo la Barnett che nel frattempo, il 20 marzo, si è sposata l’uomo che di lei dirà “l’ho conosciutà perché uscivamo con lo stesso ragazzo”, e naturalmente l’ha vinta.

“The Man Who Sold The World” viene pubblicato prima negli USA che in Gran Bretagna, dove arriva di importazione con una buffa copertina a fumetti. È la versione per quei bacchettoni dei cugini di oltre Atlantico, ben altro – come si scopre da lì a qualche settimana, nell’aprile 1971 – è l’artwork della versione domestica: là il titolare del disco è vestito da donna e mollemente adagiato – una Madame George in carne e ossa come avrà a scrivere Johnny Rogan, una Lauren Bacall transgender – su una chaise longue. DeFries spera evidentemente nello scandalo ma non accade niente di che. Pur avendo una buona stampa nemmeno il terzo LP di David Bowie riesce a violare le classifiche. Fatto è che gli manca una canzone che possa fungere efficacemente da apripista. Non lo è Black Country Rock, che lo ha anticipato su singolo, elastica e potente ma troppo smaccatamante T.Rex per non sembrare un’affannosa rincorsa a un successo che dopo quella sveltina là non ne vuole più sapere di concedersi. Non lo è una traccia omonima caruccia ma troppo simile a Space Oddity per non odorarci disperazione (ne farà una versione migliore Kurt Cobain). Il disco nel suo complesso è apprezzabile e il primo  da portarsi a casa se si segue l’ordine cronologico. Si fa applaudire però più per il vigoroso, ma tutt’altro che avaro di sottigliezze, hardeggiare del gruppo che ci suona che per il singolo brano. A proposito di tale gruppo: è una mutazione di quegli Hype che da un po’ accompagnano Bowie dal vivo. Confermati chitarra e basso che sono, rispettivamente, Mick Ronson e il produttore Tony Visconti, dietro la batteria siede, in luogo di John Cambridge, Mick Woodmansey. Quando, questione di qualche mese ancora, Visconti deciderà di dedicarsi esclusivamente alle regie per Marc Bolan e Trevor Bolder ne prenderà il posto al cambio di organico corrisponderà un cambio di nome: The Spiders From Mars.

Tratto da David Bowie: Il divo che cadde sulla Terra. Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.22, estate 2006.

2 commenti

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2 risposte a “Buon compleanno, David – L’uomo che provò a vendersi al mondo (1958-1971)

  1. Gian Luigi Bona

    Grande articolo Eddy !
    Che dire ? Se non ci fosse stato David Bowie probabilmente non avrei mai comperato un disco rock, non sarei qui a leggere i tuoi articoli e avrei risparmiato un mucchio di soldi !!!
    Sicuramente è andata meglio così.
    Quel numero di Urania con il romanzo e la sceneggiatura de “L’Uomo Che Cadde Sulla Terra” mi ha introdotto a Bowie e di seguito al rock, al soul e così via. Ho sempre pensato che il rock mi ha aiutato a trovare un’identità e in definitiva a vivere meglio.
    E allora: happy Birthday Mr.Jones !

  2. Rusty

    Auguri a Bowie e al suo unico erede KonnyKaraoke!

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