Led Zeppelin per audiofili – 2a parte

Led Zeppelin - IV

Abbiamo a sommi capi visto, lo scorso mese, come i Led Zeppelin, il cui intero catalogo è disponibile oggi nelle sontuose edizioni Classic Records distribuite da Sound And Music (esteticamente identiche agli originali ma suonanti infinitamente meglio), fossero giunti con “III” a mischiare al roboante hard rock, pur tuttavia pregno di blues, dei primi due LP cose da West Coast americana e britannici arcaismi folk. Mossa coraggiosa, incompresa da una stampa con la quale Page e soci ebbero sempre pessimi rapporti (salvo venire glorificati a posteriori) e accolta meglio dai fan, anche se le imponenti vendite di quel disco risulteranno comunque inferiori sia al predecessore che a quello che gli andrà dietro a tredici mesi di distanza, nel novembre 1971. Su “IV” (titolo convenzionale, come vedremo) riposa in gran parte per il pubblico la fama del quartetto e suoi sono in ogni caso i record mercantili. Ma, come con i Pink Floyd di “Dark Side Of The Moon”, le fortune furono e sono superiori ai meriti, la canonizzazione messa in moto dalle ragioni sbagliate (così, almeno, secondo il modesto parere del sottoscritto). È soprattutto su una singola canzone che si fonda la sua enorme fama e quella canzone è naturalmente la sinfonietta folk-prog Stairway To Heaven, sulla quale qualunque giudizio obiettivo è precluso da una sovraesposizione con pochi pari. Sono in realtà altri i momenti alti del quarto Zeppelin, Black Dog, Rock And Roll e When The Levee Breaks (campionatissima la batteria di quest’ultima dall’hip hop) se si parla di rock duro, The Battle Of Evermore e Going To California se si pone l’accento sulle ballate. Benché si sia in tutti i sunnominati brani su livelli stellari qualcosa della grazia di “III” in un successore analogo per ispirazione ed equilibri, ma in cui i filoni si intrecciano piuttosto che vivere parallelamente, è andato smarrito. O forse no. Forse è solo un pregiudizio dovuto al fatto che, dopo essere decollato in verticale violando subito la stratosfera, il Dirigibile nel suo volo da qui in avanti comincerà a planare verso terra, fatto salvo che dall’altissimo partiva e sempre alto, con qualche impennata anche, volerà, fino a un attimo prima del repentino schianto. Ma mi è consentito dire che di quest’album ho sempre ammirato la confezione più del contenuto? Non che sia una copertina particolarmente bella (magari il davanti, meno retro e centro), ma che gesto straordinario fu imporla! Una confezione in cui il nome del gruppo non figura da nessuna parte né c’è un titolo, azzardo oltre quello dei Beatles del doppio bianco compiuto nel nome del principio che è la musica che deve contare, non i musicisti. Gesto di punkitudine supremo. Ci rifletté mai la generazione del ’77, che i Led Zeppelin li rigettò? Ovvio che no, in caso contrario li avrebbe considerati diversamente. Almeno un po’.

Neppure sulla copertina di “Houses Of The Holy” (marzo 1973) figureranno nome del gruppo e titolo ma, soddisfatti a quel punto della scommessa vinta, i Nostri consentiranno alla Atlantic quantomeno di contornarla con una fascetta identificativa. Un compromesso se vogliamo, un indizio di imborghesimento già nella presentazione di un disco finanche eccessivamente rilassato, con un unico capolavoro autentico nell’arazzo di bellico folklore nordico di No Quarter (mi si consenta: una Stairway To Heaven superiore) e per il resto ordinaria amministrazione e qualche divertimento d’autore (il funk The Crunge, il reggae D’yer Mak’er) un po’ così. Meglio, pur nel suo gigantismo, “Physical Graffiti” (febbraio 1975), copertina stavolta fantastica (scrupolosamente riprodotta da Classic Records e tanti saluti al CD) con le facce dei nostri eroi e altra assortita umanità a scrutare il fuori dalle traforate finestre di un cupo palazzo della vecchia New York. Singolo sarebbe stato una pietra miliare, ma anche doppio si difende, pur con qualche riempitivo di troppo ma rinunciateci voi, se volete e se siete matti, alla ringhiosità belluina di Custard Pie, agli struggimenti di In My Time Of Dying, agli ineffabili scorci d’Oriente di Kashmir. Molto meglio, poi, quel “Presence” (marzo 1976) che, incastonato fra un incidente (quello in cui Plant restò seriamente ferito) e una tragedia (la morte di un figlio del cantante), recuperò tutta la ferocia dei primi LP e incrementandola con un supplemento di cupezza letteralmente inventò, come qualcuno si accorgerà una dozzina di anni dopo, il grunge. Album quasi intimidente per l’assalto frontale che inscena, non un calo fino al languido congedo in dodici battute di Tea For One, e incredibilmente poco considerato: Plant atletico e ansiogeno come non mai, Page intento a costruire – strato su strato di chitarre – un muro di suono imponente, Bonham semplicemente devastante e ti si forma nella mente l’immagine di crepe sottili che si aprono nella pelle dei tamburi, nel metallo dei piatti. Godetevelo nello splendore del vinile vergine Classic Records e di una dinamica mai così pronunciata e vedrete se non lo rivaluterete, sempre che non lo abbiate già fatto.

Il resto della discografia Led Zeppelin è materiale per completisti: il live insieme tronfio e raffazzonato “The Song Remains The Same”, il moscio “In Through The Out Door”, la postuma raccolta di ritagli “Coda” (che ha però una prima facciata mica male). Volendoli avere, avrete inteso quali siano le stampe “giuste” da mettersi in casa.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.256, aprile 2005.

14 commenti

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14 risposte a “Led Zeppelin per audiofili – 2a parte

  1. jah'n Carlos miolla

    Beh, anche il doppio Live bbc non era male.

  2. Francesco

    se è per questo neppure il triplo how the west was won, ma penso che l’articolo sia precedente. curioso il giudizio su presence, che non condivido affatto. Salvo solo nobody’s fault di quello che fu allora il mio primo disco degli zeppelin, forse tea for one, ma insomma, per me sono dispensabili. Ancora più curioso mettere no quarter sopra stairway. Pur non essendo un fan sfegatato della seconda (anche se da ragazzino l’ho sentita giusto quel milione di volte..) ho sempre trovato la prima una solenne palla mortale, come in generale il disco che la ospita. Meglio, molto meglio Physical, l’ultimo prodotto della premiata ditta da mettersi in casa, a mio modestissimo parere.
    un saluto

    • I due articoli hanno come riferimento unicamente la discografia storica dei Led Zeppelin, quella ristampata integralmente dalla Classic Records. Dopo di che, per quanto mi riguarda, “How The West Was Won” e “BBC Sessions” tutta la vita, altro che “The Song Remains The Same”.

  3. Sanaview

    Presence è un grande disco. E “Achilles” vale da sola l’acquisto.

  4. Anche secondo me “Presence” è di livello altissimo. Dissento, però, dal giudizio su “IV” (ancor più sul paragone tra “Stairway To Heaven” e “No Quarter”): disco eccelso praticamente nella sua interezza e di livello indubbiamente superiore a “III”, che è troppo monocorde e privo di mordente, nonché, in ultima analisi, l’anello debole della solidissima catena 1968-1971. Il mio gusto personale salva solo “Immigrant Song”, “Since I’ve Been Loving You” e “Celebration Day”.
    Per curiosità, quando scrivi che la batteria di “When The Levee Breaks” è stata campionatissima dall’hip hop, a chi ti riferisci? A me vengono in mente solo i Beastie Boys. Grazie

    • Su due piedi mi vengono in mente Ice-T e i Coldcut. Ma con quella batteria lì ci hanno giocato anche i Massive Attack, Neneh Cherry, Björk…

    • Francesco

      No Orgio, capisco i gusti personali ma dire che III è monocorde proprio no, è il disco più eclettico del dirigibile, quello che me li ha sempre fatti amare. Non sento IV o II da una vita ma il terzo con tutte le sue sfumature gira ancora per casa, assieme a spezzoni live vari ( e qui, duole dirlo, il meglio è nei bootleg)

      • Anche tu stai facendo sfoggio di gusti personali nello spiegare “perché III si e II e IV no”; a me il terzo pare un album monocorde più dei precedenti e del primo successore perché quasi totalmente ancorato a sonorità folk, e non ha dalla sua la potenza, l’eclettismo e l’eccellenza di scrittura degli altri.
        Poi, è solo la mia opinione, e vale quel che vale.

      • Francesco

        Orgio, io ci sento un gran sferragliare hard rock con il grido di immigrant song, del grande blues, delle splendie ballate con gusto west coast e reminiscenze di folk inglese. Capisco che per i tuoi gusti queste ultime declinazioni forse non siano il massimo, ma il disco alle mie orecchie suona assai vario, è come un piatto di cucina multietnica, e pertanto (per me) decisamnete interessante. E comunque anche IV è un gran bel sentire, ce ne fossero di dischi così!

  5. giuliano

    Tea for one: sono solo io che la sento inquietantemente simile a “Since I’ve been loving you”? Detto questo adoro Presence, che rimane dopo tanti anni, insieme a “I” e “III”, il disco a cui torno più spesso.

    • husker

      il giudizio un po’ così su Stairway to heaven mi pare (azzardo….) proprio diretta conseguenza della sovraesposizione….anche al miliardesimo ascolto, quella sovraesposizione mi pare pienamente giustificata. Però condivido l’apprezzamento su No Quarter, per me una delle cose più grandi degli Zep (e ancora migliore nella versione dal vivo su The song remains the same)

    • alfonso

      Quoto, l’unico disco dei Led Zeppelin dove non sento neanche una nota di troppo. Un muro di suono ma secco ed essenziale, tra i miei dischi grunge preferiti avendolo scoperto qualche mese dopo Nevermind…

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