Johnny (Rotten) Too Bad

Era un 14 gennaio quando, al termine del loro primo tour americano, Johnny “presto di nuovo Lydon” Rotten lasciava i Sex Pistols. Trentacinque anni dopo il suo “ever get the feeling you’ve been cheated?” risuona ancora beffardo. Così scrivevo, recentemente, dell’ennesima ristampa di “Never Mind The Bollocks”.

Sex Pistols - Never Mind The Bollocks Deluxe Edition

Chissà le pazze risate che si sarebbe fatto Johnny “ancora Rotten” Lydon se un qualcuno proveniente dal futuro fosse atterrato nella Londra del 1977 e gli avesse riferito delle fortune postume delle Pistole del Sesso raccontandogli anche, visto che c’era, della parabola che avrebbe portato da lì a qualche decennio l’industria discografica (“I-em-aaaai!”) a suicidarsi, causa formidabile e contemporaneo eccesso di avidità e stupidità. Dopo avere messo in scena la più grande truffa sul serio non del rock’n’roll ma della musica tutta: la commercializzazione del compact disc così come l’abbiamo dovuta subire. Chissà le pazze risate di un giovanotto che già allora era sveglissimo (per marionette manovrate da Malcolm McLaren, citofonare tomba di Sid Vicious) rigirandosi fra le mani l’ennesimo riciclaggio di quelle quindici canzoni in croce, di cui dodici finite sull’unico LP vero, che formavano l’intero repertorio dei Pistols. E scappa da ridere pure a me puntando il segmento di libreria “Regno Unito e Irlanda, ’77 e post” e constatando che sì, ricordavo bene, già ne possedevo una di edizione ampliata di “Never Mind The Bollocks”, un doppio CD Virgin del ’96 con sul secondo dischetto una collezione di demo. La Universal ha fatto le cose più in grande, fino all’esagerazione di un quadruplo venduto a cento euro. Johnny ha le convulsioni.

Spendendo un quarto vi incamererete l’edizione comunque meglio suonante a oggi di un album controverso ed epocale come pochi o forse nessuno. Più un bel booklet (la Virgin si era limitata a un foglietto), un poker di lati B e un concerto dalla fedeltà viceversa incerta quanto la padronanza degli strumenti di quattro sciamannati che il rock lo salvarono, altro che distruggerlo come avrebbero voluto.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.338, novembre 2012.

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