Housemartins di lusso

The Housemartins - London 0 Hull 4 Deluxe Edition

Chi c’era non può che stupirsi oggi constatando quanto poco durò l’avventura di quello che i componenti stessi definirono, in un momento di esasperata modestia, “il quarto migliore complesso di Hull” (salvo ripensarci e dirsi, con altrettanto esagerata e umoristica immodestia, “più grandi dei Beatles”). Carta canta, essendo la carta in questo caso quella su cui è stampato l’M.C. Strong, l’ultima delle classiche collezioni di discografie a venire realizzata prima che Internet ne rendesse irrimediabilmente obsoleto il concetto stesso: primo singolo pubblicato nell’ottobre ’85, ultimo nell’aprile ’88 a promuovere una raccolta che usciva a gruppo già sciolto da un paio di mesi. Manco tre anni insomma sotto la luce dei riflettori, dopo circa uno e mezzo trascorso esercitandosi a un angolo di strada come nel più scalcinato dei bar. Pareva parecchio di più e mica perché Paul Heaton e soci finirono per annoiare. Al contrario: è che produssero talmente tanto, una decina di EP prodighi di incisioni lasciate fuori dagli album oltre ai due LP e oltretutto evolvendosi costantemente (eppure restando inconfondibili), che nel ricordo la loro vicenda inevitabilmente si dilata. Si congedavano, saggiamente, prima di prendere la china discendente. Si congedavano avendo inteso che un unico contenitore non poteva più bastare alla propensione al pop su cui Heaton fonderà un progetto di immenso successo quale Beautiful South e alla voglia di funk che Quentin – meglio noto come Norman – Cook sfogherà con una serie di alias. Primo Beats International, definitivo quello con il quale per un ineffabile attimo sarà contemporaneamente il migliore rocker e il migliore dj del pianeta: Fatboy Slim.

Pubblicato nel giugno 1986, l’album d’esordio del variabile quartetto è fresco di ristampa per Mercury/Universal nel consolidato formato della Deluxe Edition. Ottima cosa per chi, magari per una semplice questione anagrafica, non lo possedeva: oltre ai dodici brani della scaletta originale, ai quali è riservato il primo dischetto, incamererà a un prezzo assolutamente invitante ben ventidue ulteriori tracce fra 45 giri, demo e registrazioni radiofoniche. Ottima cosa anche per quanti, magari più attempati, il 33 giri se lo misero in casa ma non avevano la pazienza e/o il denaro per seguire il mercato dei singoli: e si perdevano così non solo diverse delle cose migliori degli Housemartins ma pure degli Housemartins sostanzialmente diversi – per un verso ancora più spiccatamente inglesi (evidenti le radici skiffle) e per un altro assai più soulful – rispetto a quelli degli album. E chi ahilui spendeva e spandeva in mix? Per quel che mi riguarda, non soltanto perché un fan ma anche perché titolare – su queste stesse pagine – di una rubrica dedicata ai singoli. A parte che all’epoca cacciavo una barca di soldi e questa nuova versione mi è stata sporta in gentile omaggio, a parte che è comodo avere tutto ’sto bendidio su un disco piuttosto che disperso su una mezza dozzina, a parte che le incisioni per la BBC comunque mi mancavano, ciò che ho più apprezzato è stato il libretto, in forza della scelta di affidare il ritratto di quello che nacque nell’autunno ’83 come un duo di busker composto da Paul Heaton e Stan Cullimore non alla pena di un critico bensì a chi degli eventi fu testimone da vicino. A John Williams, produttore del debutto adulto di un quartetto che sembrava a quel punto essersi stabilizzato, con la sezione ritmica formata da Cook e Hugh Whitaker a rilevare quella originale con Ted Key e Chris Lang. Ma soprattutto a Phil Juptus, in arte Porky The Poet: supporter e amico della prim’ora e immancabile compagno di tournée. Alla sua colorita narrazione rimando il lettore, certo che, se un minimo interessato al pop-rock britannico degli ’80, questo “London 0 Hull 4” non potrà che farlo suo.

A me resta lo spazio per sottolineare come nei ventun’anni trascorsi dallo scioglimento la storia, o se vogliamo la giurisprudenza, del rock non sia stata granché gentile – l’opposto: ingiusta – nei confronti di una sigla che in vita godette insieme di una grandissima (sebbene solamente insulare) popolarità e del plauso incondizionato della critica. Quasi a fargliela pagare, quella peraltro meritatissima fortuna, e allora di rado li trovi citati, gli Housemartins, nelle liste di quanto di quel decennio è da salvare, da ammirare. Vi dirò: l’album è invecchiato bene, ma non benissimo e per certo meno bene dei dischi di quei ragazzi di Manchester, gli Smiths, cui questi ragazzi di Hull venivano routinariamente accostati, quando Rickenbacker e simpatie politiche eccettuate in comune non avevano altro. Non troverete negli Housemartins tracce di Byrds in particolare e in generale di nulla che risalga ai ’60 americani e bianchi. C’è il beat invece, c’è una negritudine ecumenica che dal jazz più popolaresco arriva al soul transitando per la vocalità del gospel più che per quella del doo wop. Non invecchiato benissimo, ho appena detto, e tuttavia egualmente meritevole, per qualità della scrittura e vivacità della resa, di scoperta e riscoperta. La piacevolissima sorpresa è stata rendersi conto che fra il materiale, quello dei singoli, che al tempo parve minore c’è viceversa tanta di quella roba da rivalutare che si resta a bocca aperta: in cima alla lista l’intensissima lettura da chiesa nera della He Ain’t Heavy, He’s My Brother già degli Hollies e una Joy Joy Joy parimenti a cappella e che dello spiritual e del folk da pub albionico fa cosa unica.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.662, settembre 2009.

5 commenti

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5 risposte a “Housemartins di lusso

  1. Gianni

    Con gli Smiths, il gruppo che più ha segnato la mia adolescenza. Ricordo ancora la cocente delusione mista ad incredulità quando (anni dopo) vidi Paul Heaton immortalato da una rivista UK sugli spalti di San Siro, vestito da torero (!) e professante amore per i colori narazzurri. Fu la morte di un mito.
    (Non è vero: continuai a volergli bene nonostante tutto. Che sia testimonianza di quanta riconoscenza dovevo agli Housemartins)

  2. marktherock

    beh, sarebbe stato peggio se si fosse vestito da thohir 🙂 (giuro che la chiudo qua…)

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