La vita spericolata, la vita esagerata di Steve Earle

Steve Earle - Copperhead Road Deluxe Edition

“Copperhead Road” è il ritratto di un uomo che scruta dentro l’abisso e ci vede un cielo stellato. “Copperhead Road” è il messaggio al mondo di un uomo troppo orgoglioso per chiedere aiuto, persino per capire di doverlo fare, e che allora dice “vaffanculo”: voglio una vita spericolata, io. Ne aveva già avuto una più che esagerata, Steve Earle, e siccome a desiderare troppo una cosa il destino può punirti concedendotela di guai ne avrà, dopo quest’album, fin quasi a morirne. Più Marlon Brando che Steve McQueen, più James Dean che Marlon Brando, più Jessie James che James Dean, che d’altra parte non fece in tempo a mettere su pancia e rughe e a scoprire che la vita può pure essere… sì… meravigliosa. Anche se nel 1988 gli anni per il nostro uomo erano ormai trentatré e a quella età ogni James Dean fa la figura del Peter Pan e difficilmente è un bel vedere. Non che ci sia prossimità stilistica alcuna, e nemmeno di atmosfere, ma “Copperhead Road” fu un po’ come “Forever Changes” dei Love, pur’esso un terzo album: un guardare in faccia l’evenienza di una tragedia ricavandone la forza per conquistare altrimenti l’eternità, raggiungendo la trascendenza.

Terzo album, a trentatré anni: poca roba, no? Quando nel conto delle mogli sei invece arrivato a cinque e soprattutto considerando che a venti ancora da compiere questo nativo della Virginia cresciuto, senza diventare adulto, in Texas era considerato la “Next Big Thing” a Nashville, Tennessee. Capitale del country presa d’assalto all’epoca da pattuglie di guastatori decisi a restituire al popolo la musica del popolo. Guy Clark, ad esempio, nel cui seminale debutto “Old No. 1” Steve faceva una comparsata da corista (accreditato) e (sembra) una da bassista (non accreditato). Era il 1975, il ragazzo era arrivato in città da poco ma di lui si parlava molto. Continuerà a essere chiacchierato, ma per le intemperanze piuttosto che per gli sviluppi di una carriera dall’andatura bradipica. Solo nell’82 un paio di sue canzoni facevano capolino nella classifica di settore, ai posti più bassi e in interpretazioni di altri. Solo nell’83, in forza delle ottime recensioni ottenute da un mini uscito per una minuscola indipendente, LSI, un’etichetta di peso quale Epic lo metteva sotto contratto, salvo scaricarlo a fine ’84 dopo avere cassato un LP in stile prevalentemente rockabilly proprio su indicazione della casa discografica stessa. Troppo rock per il mercato del country, troppo country per il mercato del rock: se l’era già sentito dire Gram Parsons. E così non è che nell’86, a trentun’anni quando il suo idolo Hank Williams se n’era andato prima di compierne trenta, che Earle arriva finalmente a pubblicare un LP, per i tipi della MCA. Significativo che nel tour che promuove “Guitar Town” si ritrovi una sera a dividere il cartellone con Dwight Yoakam, quella dopo a fare di spalla ai Replacements. Nessuno ha ancora sentito parlare di alt-country e se il disco vende bene è soprattutto fra la platea del rock. Idem per il successivo di un anno e  meno brillante (ma con dentro un brano che diventerà la Born To Run di Earle: I Ain’t Ever Satisfied) “Exit O”. Dovrebbe essere contento, Steve, ma non lo è e il livello di polveri sottili nel suo organismo è tornato ad alzarsi pericolosamente, come quando aveva cominciato a pensare che non ce l’avrebbe fatta. Dovrebbe essere soddisfatto ed è inquieto. Musicalmente, se non umanamente, è un’inquietudine che paga. Fatto da un altro “Copperhead Road” sarebbe un compromesso al ribasso, un dare alla gente ciò che la gente dimostra di gradire, e cioè del roots-rock in scia a Springsteen e a John Mellencamp. Un accodarsi a degli stereotipi. Fatto da Earle è l’ennesimo guanto di sfida a un country che di stereotipi si pasce e che più di una generazione di fuorilegge, da Willie Nelson a Guy Clark passando per Townes Van Zandt, ha invano cercato di riformare. “Copperhead Road” a Nashville farà l’effetto di un “Never Mind The Bollocks”, con il suo convocare i Pogues per declinare gighe elettriche nella traccia omonima ed epicità sudista in Johnny Come Lately, con il suo omaggiare Jerry Lee Lewis facendo finta di essere Eddie Cochran in Snake Oil, con il suo emulare il Boss in The Devil’s Right Hand e il suo evocare il fantasma tenero e smargiasso di un Angelo Caduto in Once You Live come in Nothing But A Child. È il capolavoro di un artista perfettamente “in controllo” proprio mentre l’uomo il controllo di sé lo va perdendo. Viaggerà fino al termine di una notte oscurissima e, miracolosamente, uscendone vedrà di nuovo le stelle. Un altro uomo e però sempre duro, onesto.

A due decenni al prossimo ottobre dall’uscita, Universal riporta nei negozi questa pietra miliare non per modo di dire in una Deluxe Edition che sul primo CD riprende la scaletta originale lucidandone i suoni senza eccessi e su un secondo dischetto sistema un live con registrazioni dell’anno prima e dell’anno dopo, parimenti eccitanti se non eccezionali. Parte verso la fine una cover di Dead Flowers, dai Rolling Stones più tossici, e un brivido corre lungo la schiena. Il Nostro la canta come se stesse scrivendo un biglietto d’addio. Strafottente anziché lamentoso, trattandosi di un biglietto d’addio di Steve Earle.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.648/649, luglio/agosto 2008.

3 commenti

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3 risposte a “La vita spericolata, la vita esagerata di Steve Earle

  1. Un tuffo al cuore ovviamente, grazie! Copperhead Road uno dei dischi della mia gioventù rock che cominciava a guardare all’altra America. 😉
    Io spenderei una parola anche per il successivo “The Hard Way”, disco controverso e in parte irrisolto certo, ma quello è il vero buco nero della sua carriera discografica, il suo abisso. E poi contiene Billy Austin, ballata magnifica contro la pena di morte. Dopo quel disco la discesa agli inferi: cinque anni di follia, divorzi, droga pesante, carcere…tornerà solo nel 95 con lo splendido disco acustico Train a Comin.

  2. Bell’articolo. Può essere, però, che tu abbia invertito la title-track e “Johnny Come Lately” nelle descrizioni? Perché, se non sbaglio, la prima dovrebbe essere quella intrisa di epicità sudista e la seconda quella con andamento di giga.
    A proposito, il live allegato alla deluxe edition è quello che era già uscito autonomamente a titolo “Shut Up And Die Like An Aviator”? Grazie.

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