Presi per il culto (40): Bobby Charles – Bobby Charles (Bearsville, 1972)

Bobby Charles - Bobby Charles

In un’intervista del 2007, una delle pochissime concesse in vita sua, Robert Charles Guidry ricordava che razza di epifania fosse stato, da ragazzino, scoprire nel giro di pochi giorni prima Hank Williams e poi Fats Domino: “Cominciai a pregare: ‘Dio, fa che un giorno io riesca a scrivere delle canzoni belle come le loro’. Suppongo mi abbia esaudito”. Immodestia? Se ad Hank Williams non si può chiedere un’opinione in merito, rivolgere la medesima domanda a Fats Domino – che, dieci anni più anziano del nostro eroe, gli è sopravvissuto – sarebbe pletorico. Il suo autorevole parere lo esprimeva implicitamente sin dal 1960, quando registrava, iscrivendola nel grande libro dei classici del suono di Crescent City, Walking to New Orleans. Carta di “Billboard” canta: numero due nella classifica R&B, sei in quella pop. Due anni dopo ci avrebbe riprovato con Before I Grow Too Old, con meno fortuna ma entrando in ogni caso nei Top 100 generalisti. Lunghissimo l’elenco dei successi firmati per altri da uno il cui nome dirà probabilmente poco o nulla pure al lettore più esperto. Ma certe sue canzoni risulteranno invece familiari a tanti. See You Later Alligator, un superhit per Bill Haley nel 1956. (I Don’t Know Why I Love You) But I Do, con cui Clarence “Frogman” Henry faceva furore nel ’61 e che è rimasta un sempreverde (molto usata al cinema, da Forrest Gump in poi). Jealous Kind, che ingrassava un pochino il conto corrente di Joe Cocker nel 1976 e moltissimo quello di Delbert McClinton cinque anni dopo. Altri che hanno inciso brani di uno di cui Bob Dylan si è sempre dichiarato il primo degli ammiratori (essendo Neil Young il secondo): Bo Diddley, Ray Charles, Etta James, Tom Jones, Kris Kristofferson, gli UB40. In proprio il Nostro – scomparso il 14 gennaio 2010 in quella stessa Abeville, Louisiana, nella quale era nato il 21 febbraio 1938 – le classifiche importanti non è mai riuscito a frequentarle. Non che si sia mai impegnato, tranne che nella prima giovinezza, perché andasse altrimenti.

Mito vuole che fosse cantando al telefono See You Later Alligator a uno stupefatto Leonard Chess che il diciassettenne Bobby si procurava un contratto con la quasi omonima etichetta, con la sola condizione che lasciasse cadere un cognome troppo localizzante. Chess organizzava prontamente una seduta di registrazione ai celeberrimi Cosimo’s di New Orleans e contestualmente prenotava un volo per Chicago per il ragazzino. Immenso lo sconcerto di chi andava a prenderlo all’aeroporto e lo scopriva… bianco. L’equivoco ingenerato dalla negritudine della voce farà in ogni caso comodo per qualche anno a Charles, consentendogli di frequentare quegli ambiti errebì che se no, in un’era ante-Stax, gli sarebbero stati probabilmente preclusi. Non che fossero solo rose e fiori, eh? In tour con carovane di gente per il resto tutta di colore, si ritrovava paradossalmente a patire delle discriminazioni. Comunque nulla a confronto delle pistolettate con cui nel più profondo Sud lo salutava qualche razzista ariano.

Ma quelli erano gli anni ’50. “Bobby Charles”, esordio a 33 giri alla matura età di anni trentaquattro dopo avere pubblicato parecchi 45 per una successione di diverse etichette, è l’approdo di un percorso lungo il quale il rock’n’roll è stato lasciato quasi del tutto alle spalle, in rhythm’n’blues è blues la metà sulla quale bisogna porre l’accento, il recupero delle radici cajun ha assunto un peso sempre maggiore e il country idem. Se vi confidassi che è il disco che avrebbe fatto The Band se fosse stata un gruppo della Louisiana e avesse avuto come pianista Dr. John? Direste forse che sono il solito esagerato. Be’, si dà il caso che in quest’album Dr. John ci suoni e così Rick Danko, Levon Helm, Garth Hudson e Richard Manuel. Fidatevi di loro, se non di me. Disco stupendo in toto, da una felpata Street People in scia ai Little Feat alla ripresa a mo’ di dondolante bluesone di Grow Too Old; da una ballata come I Must Be In A Good Place Now, che l’avesse fatta James Taylor avrebbe venduto milioni di copie, al funkeggiare assorto spruzzato di gospel e di jazz di He’s Got All The Whisky; dalla dinoccolata cantilena punteggiata dall’organo di Small Talk a una squillante I’m That Way. Disco che magari impiega un po’ a prendere dimora nella testa e nel cuore, ma poi non ne sloggerà mai più. Disco troppo elegante, pur con un costante sentore di terra bagnata, e garbato perché potesse venire premiato da altro che non fosse una critica a corto di superlativi.

Felicemente rassegnatosi a continuare a delegare ad altri il lavoro sporco delle classifiche, Charles si prenderà il suo tempo per dargli un successore. Quindici anni! A “Clean Water” andranno dietro “Wish You Were Here Right Now” (1995), “Secrets Of The Heart” (1998) e “Homemade Songs” (2008). Nel 1976 gli amici della Band inviteranno Bobby al loro ultimo giro di valzer. Nel triplo album registrato nell’occasione canta Down South In New Orleans. Non figura invece nel The Last Waltz di Martin Scorsese, tagliato all’ultimo in fase di montaggio. Ritroso com’era, probabilmente non se ne dispiacque.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.668, marzo 2010. Adattato.

1 Commento

Archiviato in archivi, culti

Una risposta a “Presi per il culto (40): Bobby Charles – Bobby Charles (Bearsville, 1972)

  1. marktherock

    mi mette un pò tristezza che una pagina così – per inciso, splendida – sia appannaggio…di nessuno. Questo disco lo amo di un amore viscerale, crocevia indispensabile per chi pensa che la Crescent City sia l’ombelico del mondo di questa (? queste, casomai) musica. Nello scaffale dei preferiti zona del Delta, a fianco e a complemento di Lee Dorsey, Allen Toussaint e ovviamente Dr. John.

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