L’orgoglio (e il rock) sudista dei Lynyrd Skynyrd

Lynyrd Skynyrd - (Pronounced ’Leh-’Nérd ’Skin-’Nérd)

Quel che si dice un “understatement”: “Non sono niente male, vero?”. Parole di Pete Townshend pronunciate nel 1973 chiacchierando con il DJ Ron O’Brien, mentre da dietro le quinte i due osservavano il pubblico accorso a una delle date del tour americano di “Quadrophenia” tributare ovazioni a scena aperta al gruppo di supporto. Evento raro e reso tanto più rimarchevole dal fatto che di spalla agli Who stessero suonando degli esordienti, forti di una qualche popolarità giusto nella natìa Florida e in Georgia. Curiosa la formazione: voce, tastiere, basso, batteria e ben tre chitarre. Curiosa la ragione sociale, Lynyrd Skynyrd, deformazione del nome di un insegnante di ginnastica solito angariare i ragazzi ai tempi della scuola secondaria. A tal punto curiosa da indurli a chiarirne la pronuncia nel titolo di un primo LP fresco di stampa: “(Pronounced ’Leh-’Nérd ’Skin-’Nérd)”. Canzone portante dell’album, per la disperazione di discografici alla ricerca di un singolo (ripiegavano su Gimme Three Steps), Free Bird: oltre nove minuti e quale radio – si lamentavano alla MCA – l’avrebbe mai programmata? Quarant’anni dopo resta uno dei brani più trasmessi dalle radio statunitensi e il bello è che i DJ di solito preferiscono la versione da album a quella più che dimezzata che, con quell’anno e mezzo di ritardo e il gruppo lanciatissimo, la MCA riusciva infine a pubblicare a 45 giri. A quel punto Ronnie Van Zant e soci già avevano messo fuori un altro LP, “Second Helping”, e un’altra canzone, Sweet Home Alabama, contendeva a Free Bird la palma della più applaudita nei concerti. Chiaramente una risposta al Neil Young di Southern Man e di Alabama, sarà causa di infinite controversie ben al di là delle intenzioni dell’autore del testo e decisiva nel guadagnare ai Lynyrd Skynyrd – soprattutto in Europa, in Italia in particolare – l’immeritata nomea di rednecks ignoranti, razzisti, addirittura un po’ fascistoidi. Formidabile sciocchezza, ma stiamo parlando di un’epoca in cui nel Bel Paese si diceva che Lou Reed (un ebreo!) fosse nazista adducendo come prove il giubbotto borchiato e i ray-ban che sfoggiava in scena. Formidabile sciocchezza, ma il pregiudizio è in parte sopravvissuto e con imbarazzo devo ammettere di esserne rimasto in qualche misura vittima io stesso: ho impiegato tanto a mettermi in casa i dischi dei Lynyrd Skynyrd e poi fortunatamente assai meno ad apprezzarli, a indagare, a rendere mentalmente giustizia (bizzarro: scrivo di rock da trent’anni e mai mi ero trovato a occuparmi di costoro) a questa compagnia di musicisti di grandezza pari alla sfortuna ed è di una sfortuna proverbiale che si parla. Non bastasse che dei sette ragazzi fra i venti e i venticinque anni effigiati nello scatto di copertina del primo 33 giri i sopravvissuti sono solo tre, innumerevoli altri transitati da quelle parti sono scomparsi prematuramente. È come una maledizione che è arrivata a toccare persino i testimoni di una saga tragica come nessuna. Prendendo appunti per scrivere questa pagina ho scoperto che il DJ citato all’inizio ci ha lasciati pur’egli qualche anno fa e non riuscivo a crederci.

Ma non sono qui per compilare un elenco di morti per incidenti (a partire da quello aereo in cui il 20 ottobre ’77 perivano il cantante Ronnie Van Zant, il chitarrista Steve Gaines – unitosi al gruppo appena un anno prima – e sua sorella Cassie) e assortite malattie, bensì per celebrare uno dei debutti più influenti di sempre. Gira da un paio di giorni sul mio Thorens una superba edizione Original Master Recording ed è stata una bellissima scusa per tornare ad ammirare – e a ogni passaggio l’ammirazione cresce – un disco che non soltanto lanciava una carriera ma finiva di definire quel canone di rock sudista di cui un’altra compagine disgraziatissima, la Allman Brothers Band, aveva tratteggiato gli elementi costitutivi all’incrocio fra ’60 e ’70. Ebbi occasione di scriverlo in una puntata di questa rubrica: meglio gli Allman delle canzoni che quelli delle jam ed è come asserire meglio gli Allman che, senza saperlo, somigliavano già abbastanza proprio agli Skynyrd. Più dritti al punto nella loro sapiente miscela di blues e rock’n’roll, di soul, di errebì, di country e pure di jazz, elemento quest’ultimo assente nelle creazioni della banda Van Zant, rimpiazzato da reminiscenze garage e propensioni hard di derivazione Stones. Dice bene Stephen Thomas Erlewine: gli Allman arrivarono prima, ma del rock cosiddetto sudista i Lynyrd Skynyrd restano l’epitome. E se il successivo “Second Helping” rimane nella considerazione generale il loro capolavoro nondimeno “(Pronounced ’Leh-’Nérd ’Skin-’Nérd)” è esordio di eccezionale maturità. Erano d’altronde tre anni che i nostri eroi affinavano intesa e canzoni.

Ciascuna delle otto che scorrono in poco meno di tre quarti d’ora è un piccolo classico e sarebbe un disco notevole persino senza l’epico suggello di Free Bird. Perfetto l’alternarsi sulla prima facciata fra hard sospinti da riff tanto potenti quanto elastici e istantaneamente memorizzabili (I Ain’t The One e Gimme Three Steps) e ballate parimenti immediate e capaci di permanere nel ricordo (Tuesday’s Gone e Simple Man). Laddove il secondo lato sistema il trillante blues rurale Mississippi Kid fra lo shuffle Things Goin’ On e una gioiosamente implacabile Poison Whiskey. La stampa per audiofili di cui sopra rende specialmente bene le tastiere (non soltanto Billy Powell, pure il produttore Al Kooper) e non si tira dietro dinnanzi a chitarre elettriche che sferzano e rimbalzano. Giacché il CD attualmente in commercio aggiunge alcune niente affatto trascurabili demo (particolarmente gustosi un paio di pezzi che vennero usati come retri di singoli) e si trova a due spicci, il suggerimento che vi do è di averlo sia in analogico che in digitale “(Pronounced ’Leh-’Nérd ’Skin-’Nérd)”. Il vinile – questo vinile – vi costerà un botto di più, ma non rimpiangerete un centesimo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.342, aprile 2013.

2 commenti

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2 risposte a “L’orgoglio (e il rock) sudista dei Lynyrd Skynyrd

  1. Trent’anni per scrivere degli Skynyrd mi sembran veramente troppi, venerato! E quanti per portarteli in casa? Diobono, per una bandiera confederata…
    Comunque si, grandissimi, ma fino a Street Survivors, altro imperdibile secondo me, i nuovi mal li sopporto.

    • Molto semplice: l’occasione non si è presentata prima. “Second Helping” in casa mia c’è – credo – dall’88. Io ho cominciato a comprare dischi nel ’77, il “tanto” a quello era riferito.

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