Tricky – La musica del Diavolo, probabilmente

Tricky - Maxinquaye Deluxe Edition

L’ultimo bluesman del XX secolo? Se si postula che il blues sia innanzitutto una condizione dello spirito e una filosofia di vita e solo in seconda istanza determinate scale appoggiate su dodici battute, nessuno come Adrian Nicholas M. Thaws ha accompagnato l’irrequieto spirito di Robert Johnson fin sulle soglie del 2000 e oltre. Hell Is Round The Corner, “l’inferno è girato l’angolo”, ammoniva il titolo di più istantanea fascinazione (quello costruito sullo stesso campionamento di Isaac Hayes usato pochi mesi prima dai Portishead nella diversamente/egualmente epocale Glory Box; quello che conoscono anche quelli che non sanno chi sia Tricky: potenza della pubblicità) fra i dodici che sfilano in “Maxinquaye”: e non è il blues la musica del diavolo per antonomasia? Aspetto irrimediabilmente luciferino che almeno quanto la biografia ne saboterà sempre la voglia di farsi passare per – in fondo in fondo – un bravo ragazzo, da lì a un anno il Nostro sarà identificabile con la figura che sulla copertina del primo disco dei collaterali Nearly God si contorce in un corridoio lynchiano dinnanzi a una porta con su scritto “Heaven”, “Paradiso”. Naturalmente chiusa.

Come tutti i capolavori veri, il debutto in proprio di Tricky è opera che si regge su equilibri che non è possibile spostare senza far danni. Bene allora che nella nuova edizione di “Maxinquaye” da qualche settimana nei negozi, Deluxe come si usa oggi, il consueto corollario di mix e remix variamente pletorici sia stato sistemato sul secondo CD, salvaguardando sul primo il programma originale. Dei missaggi alternativi d’antan non più di un paio offrono prospettive, se non esattamente diverse, spostate di qualche grado rispetto a quelle da cui abbiamo sempre scrutato questi panorami foschi come il pop quasi mai. Dei tre datati 2009 non uno instilla un surplus di modernità in canzoni che all’uscita fecero alle orecchie l’effetto che aveva fatto agli occhi Blade Runner nell’82: il futuro ci si spalancava davanti e immediata era la consapevolezza che sarebbe rimasto futuro per molto tempo. A dirla per intero pure il libretto di questo Director’s Cut un po’ delude e allora: operazione da bocciare? Ma certo che no, siccome il “di più” viene fatto pagare una cifra modesta, siccome è un’occasione per tornare su un album che sembrò subito enorme e non ha mai smesso di crescere, siccome c’è sempre qualcuno che non c’era e la cui vita sarà cambiata da un disco, povero lui.

Adrian Thaws ha da poco compiuto ventisette anni quando il 20 febbraio 1995, avendolo fatto precedere nell’arco di tredici mesi da tre singoli che lo hanno reso particolarmente atteso, dà alle stampe il primo lavoro griffato con il soprannome che gli hanno appiccicato quando di anni ne aveva diciotto. Ha vissuto una vita piena. Esageratamente. Abbandonato dal padre alla nascita, orfano a quattro anni quando la madre (che faceva Maxine di nome e Quaye di cognome: ecco) si suicida, cresciuto da una nonna che non si scompone se invece che andare a scuola resta a casa a guardare film horror, in seri guai con la legge prima ancora di diventare maggiorenne e a salvarlo, come la Jane di loureediana memoria, è il rock’n’roll. Che nella Bristol al giro di boa degli ’80 è il punk dei Clash e l’avant-noise della massima gloria musicale cittadina, la band dal nome più bugiardo che ci sia mai stato: Pop Group. E poi è funk e soul, jazz e reggae, soprattutto in versione dub, e quel hip hop ancora ragazzino ma che sta crescendo in fretta. Questa la musica che fanno girare sui loro piatti i giovanotti del Wild Bunch, un sound system che dal 1990 i dischi prende a produrseli in proprio, con un’altra ragione sociale: Massive Attack. Annuncio epifanico di un modo inaudito di fare pop, mischiando stilemi frutto di trent’anni di black music a inserti colti e suggestioni di psichedelia, il colossale “Blue Lines” vede la luce nell’aprile 1991 e in “Blue Lines” Tricky c’è e svolge un ruolo che va al di là della firma apposta in calce a tre degli otto brani originali. Che tre anni e mezzo più tardi in “Protection” sia ridotto a ospite per quanto il più importante – suoi testo e voce della trainante Karmacoma – è nell’ordine naturale delle cose: non per una banale questione di troppi galli in un pollaio, benché caratterialmente Adrian sia antipodico all’attitudine cool dei compagni, ma per una volta per genuine divergenze sulle direzioni musicali da prendere. Tricky fa ascoltare ai soci Aftermath e quelli non se la filano. Mal gliene verrà, pur nello sviluppo di una carriera che resta straordinaria, giacché è in quell’istante che il testimone della staffetta della musica più avanti dei ’90 passa di mano. Nel momento in cui “Maxinquaye” si propone come il successore più autentico di “Blue Lines” in quanto sua estensione e metamorfosi. Se a scomporlo gli elementi parrebbero gli stessi, cambiano drammaticamente modi ed esiti della sintesi, e atmosfere. È come se “Hot Buttered Soul” si ritrovasse imprigionato nel “Metal Box” dei P.I.L., è raga del day after, sono i Public Enemy alle prese con il gamelan e gli Specials presi in ostaggio da Mark Stewart, è Miles Davis che nei suoi mari elettrici ci annega, è Marvin Gaye (campionato in Aftermath) sotto lo stesso tetto degli Smashing Pumpkins (campionati in – ahem – Pumpkin). E infine è Billie Holiday che non sa se rinascere come Yoko Ono, Nico o Alice Coltrane e decide di non decidere e di ribattezzarsi Martina Topley-Bird. Una liceale all’epoca dell’incontro con Tricky. Sii il mio Verlaine, sarò il tuo Rimbaud.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.666, gennaio 2010.

3 commenti

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3 risposte a “Tricky – La musica del Diavolo, probabilmente

  1. alfonso

    bellissimo articolo ma “hot buttered soul imprigionato nel metal box” dice tutto quello che occorre sapere di questo disco con una frase: la vorrei leggere come sticker pubblicitario sulla copertina della mia copia. Comunque molto appropriato che il pezzo sia uscito sul numero 666 del fu mucchio…

  2. Edipo

    il blues
    friggeva sotto i cocci delle rime
    fumo
    dalle grate del suolo

  3. Shitbeard

    Uno dei dischi più grandi degli ultimi 20 anni, a parere mio. Anche il successivo Pre-Millennium Tension è a livelli simili. Poi si è perso secondo me, di brutto…senza mai ritrovare la via maestra. Peccato. Ai tempi veniva trattato quasi come un nuovo Hendrix, per il livello di sconvolgimento che portò.

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