The Day The Music Died (per Buddy Holly)

Il 3 febbraio 1959 un aereo da turismo cadeva nei pressi di Clear Lake, Iowa. Nello schianto perivano il pilota e i tre passeggeri. Nel 1971 uno sconosciuto cantautore, Don McLean, rievocherà la tragedia in una canzone di immenso successo, American Pie. Da allora il 3 febbraio 1959 è e sarà sempre “the day the music died”.

Buddy Holly

Il giorno in cui la musica morì era una notte gelida nel pieno di uno degli inverni americani più gelidi di cui si abbia memoria. E forse se non avesse fatto tanto freddo il ventiduenne Charles Hardin Holley, meglio noto come Buddy Holly, non avrebbe affittato il Beechcraft Bonanza con ai comandi il ventunenne Roger Peterson per volare da Clear Lake a Moorhead, Minnesota, tappa successiva di un festival itinerante, il “Winter Dance Party”, di cui era l’attrazione principale. È un fatto che il pullman sul quale viaggiavano i musicisti si era mostrato inadatto ad affrontare i rigori stagionali, tant’è che l’impianto di riscaldamento si era rotto poco dopo la partenza del tour. Ed è un altro fatto che su quel dannato autobus faceva talmente freddo che il batterista di Holly, il diciannovenne Carl Bunch, era stato ospedalizzato con un principio di congelamento e a sostituirlo dietro piatti e tamburi aveva provveduto uno dei cantanti, il diciassettenne Ritchie Valens. Nome – ahem – caldissimo in quel momento grazie al clamoroso successo del suo primo singolo (sia il lato A, Donna, salito nella classifica di “Billboard” fino alla seconda piazza, che il retro La Bamba), Valens occupava il secondo degli appena tre posti a disposizione dei passeggeri sul minuscolo velivolo dopo averlo vinto a testa e croce con il chitarrista Tommy Allsup, di dieci anni più anziano. A sedersi sulla terza poltroncina era il ventottenne Jiles Perry Richardson, detto The Big Bopper, ed era di nuovo per via del freddo. Si era preso una brutta influenza e gentilmente il ventunenne bassista Waylon Jennings gli cedeva un posto che avrebbe se no occupato dopo la rinuncia – troppi i trentasei dollari richiesti! – del diciannovenne Dion Di Mucci. Appreso che Jennings non sarebbe salito a bordo, Holly amichevolmente lo sfotteva: “Spero che quel trabiccolo d’autobus geli”. E amichevolmente veniva sfanculato: “Spero che ’sto trabiccolo d’aereo caschi”. Aspetta cinque minuti e vedrai. Benvenuti nella Twilight Zone, “ai confini della realtà”, come verrà ribattezzata da noi la più classica delle serie televisive di fantascienza. A proposito: nel 1992 Bradley Denton si aggiudicherà il prestigioso premio John W. Campbell per il migliore romanzo SF dell’anno con un libro intitolato Buddy Holly Is Alive And Well On Ganymede.

Se non su Ganimede, in qualche dimensione parallela Buddy Holly deve essere vivo e allora lì la musica pop, non essendo mai morta, è in qualche misura simile a come è da noi, però diversissima. In qualche fortunata dimensione parallela Sua (in apparenza) Nerditudine non ha scoperto di non avere più un capo di biancheria pulito e che di notte non ci sono lavanderie aperte in quel buco di culo del mondo che è Clear Lake. Scoperta ancora più determinante della voglia di dormire in un letto caldo piuttosto che su un pullman ghiacciato nella decisione di noleggiare il Beechcraft Bonanza pilotato dall’inesperto Peterson. Chissà cosa fa oggi il quasi settantatreenne Holly. Probabilmente nulla, si gode l’agiatissima pensione regalatagli dalle hit a decine disseminate nell’arco di alcuni decenni e osserva benevolo certi suoi appena meno attempati discepoli che ancora fanno dischi e concerti: tal Bob Dylan, tali Rolling Stones, tal Paul McCartney che naturalmente collabora ancora (in certe dimensioni parallele hanno un culo che non ci si crede) con tal John Lennon. Ma anche lì tal Bruce Springsteen, al confronto di costoro un giovanotto, ogni volta che sta per salire su un palco suona prima qualche canzone di Buddy Holly: perché “mi aiuta a conservarmi onesto”. Dio, cosa non darei per passare una settimana o due da quelle parti…

A mezzo secolo dal giorno che era una notte in cui la musica morì, si stenta ancora a misurare le dimensioni del dramma, a delimitare il perimetro immane delle conseguenze. Per il lettore più inesperto, o comunque non spettacolarmente acculturato, Buddy Holly è probabilmente solo quel tipo lì che sembrava Elvis Costello (e suonava come Elvis Costello) venti abbondanti anni prima di Elvis Costello. È quel tizio a cui gli Weezer hanno dedicato un’omonima canzone. Massì, lo stesso imitato da Kurt Cobain nel video di In Bloom e dai Red Hot Chili Peppers in Dani California. Ne parlava pure Madonna nelle interviste quando era in classifica con American Pie, ce l’avrai presente, quella canzone che sembrava proprio di averla già sentita da qualcun altro ma chissà da chi. Però io e te la sappiamo più lunga. Io e te siamo perfettamente consapevoli di vivere in un mondo che, se è di pop-rock che si parla, è stato creato da Buddy Holly. Colui che impose il più tipico degli organici rock: chitarra solista, chitarra ritmica, basso e batteria. Uno dei primi a scriversi da sé gran parte del repertorio. Il primo ad adottare la Fender Stratocaster. Il primo a diventare famoso senza essere né bello né ribelle né costruito a tavolino. Della vicenda artistica del ragazzo nato Charles Hardin Holley due aspetti innanzitutto colpiscono: quanto poco durò – trentaquattro mesi separavano la registrazione di Blue Days Black Nights, la prima canzone in cui Buddy Holly è Buddy Holly, dalla fatidica notte di Clear Lake – a fronte della rilevanza di un lascito, consistente pure per mero dato numerico, che va assai al di là della bellezza delle canzoni. È che in quei trentaquattro mesi Holly mise in fila un archetipo via l’altro immaginando futuri anche parecchio lontani. È lampante che in Words Of Love ci sono già i Beatles, che la inseriranno nel 1964 in “For Sale”, e che in Not Fade Away si assiste all’invenzione dei Rolling Stones, che sempre nel ’64 rifacendola andranno per la prima volta in classifica negli Stati Uniti. A proposito di classifiche: Linda Ronstadt coglierà il successo più grande della sua carrierà nel 1977 con It’s So Easy, un brano scritto nel ’58 da Holly e al tempo passato inosservato. A proposito di modernità uno: stupirsi se per chiunque è una canzone quintessenzialmente anni ’70? A proposito di modernità due: a riascoltarlo oggi “Blind Faith”, primo e ultimo LP dell’effimero supergruppo creato post-Cream da Eric Clapton e Ginger Baker con Steve Winwood e Ric Grech, appare irrimediabilmente datato e databile. 1969. Tutto, tranne una canzone che sembra ancora stupefacentemente moderna: Well… All Right, composta da Buddy Holly nel ’58. Nel ventennale la riproporrà Santana ed è l’unico titolo che si salva, suonando a oggi freschissimo, nel disastroso “Inner Secrets”. Potrei proseguire, ma lo spazio va esaurendosi e credo di avere chiarito il concetto. Del resto, di quanto fosse avanti quel giovanotto di Lubbock, Texas, fulminato sulla sua personale strada per Damasco da un’esibizione di Elvis (quattro anni dopo sarà lui a farsi epifanico per un ragazzo ancora chiamato Robert Zimmerman) è testimoniato dal numero stupefacente dei successi postumi. A cinque anni dalla scomparsa del suo sfruttato protetto, il produttore Norman Petty ancora poteva tirare fuori dai cassetti preziosi inediti sapendo che sarebbero sembrati registrati il giorno prima.

Quando morì, Buddy Holly era il Buddy Holly di sempre: un vulcano di idee. Se per un verso progettava un’evoluzione in senso orchestrale della sua scrittura, per un altro fantasticava di un disco di rhythm’n’blues da realizzare insieme a Ray Charles e di uno di inni religiosi in cui coinvolgere Mahalia Jackson. Stava studiando il jazz. Si era iscritto all’Actor’s Studio. Dopo tutte le silenziose rivoluzioni inscenate in meno di tre anni, chissà che avrebbe potuto combinare avendone a disposizione anche soltanto altri dieci. Solo su Ganimede lo sanno e io li invidio moltissimo.

Buddy Holly - Memorial Collection

L’antologia definitiva

Sempre stato un ginepraio arduo da districare anche per il più metodico degli archivisti, il catalogo del ragazzo di Lubbock, e oltretutto da subito, dacché per ragioni troppo complesse per poterle spiegare in questa sede Buddy Holly si trovava sotto contratto per un’etichetta, la Coral, e il gruppo da lui capitanato alle dipendenze di un’altra, la Brunswick. Figurarsi dopo una scomparsa prematura e imprevedibile – per inciso: non coinvolti nell’incidente, i Crickets andavano avanti creandosi una carriera loro – che lasciava in mano al produttore Norman Petty una gran quantità di incisioni inedite. Abbastanza da fare sopravvivere, discograficamente parlando, l’artefice alla propria morte per dieci anni buoni, fra registrazioni pubblicate tali e quali e altre per così dire risistemate in misura più o meno radicale. Figurarsi cosa è accaduto nei successivi quaranta, fra raccolte di hit per l’inclita e compilazioni di incisioni riportate allo stato originale per il filologo. Da lungi irreperibile il mitico sestuplo in vinile del ’79 “The Complete”, grottescamente finiva per mancare un’antologia capace di dare un esaustivo quadro d’assieme dell’arte di Buddy Holly, con una scelta ben ponderata delle rarità più interessanti a contornare quelle due o tre decine di classici. Non più dal 10 febbraio di quest’anno, quando a mezzo secolo e una settimana dalla dipartita dell’artista texano la Geffen ha mandato nei negozi una “Memorial Collection” di tre CD e sessanta titoli. Impossibile fare di meglio, un po’ da maniaci desiderare di più. Si è pensato pure a questi ultimi però: uscito una settimana prima della luttuosa ricorrenza, il doppio “Down The Line” raduna qualunque curiosità si possa sensatamente desiderare.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.660/661, luglio/agosto 2009.

1 Commento

Archiviato in anniversari, archivi

Una risposta a “The Day The Music Died (per Buddy Holly)

  1. “in certe dimensioni parallele hanno un culo che non ci si crede”
    Hai proprio ragione…:(

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