Fab Two a nostra insaputa: i Tears For Fears di “The Seeds Of Love”

Tears For Fears - The Seeds Of Love

Dici “Talk Talk” e chiunque – ma veramente chiunque – abbia con il pop una frequentazione anche minima, non oltre l’ascolto di Radio Capital o la distratta visione di un qualche improponibile canale di videoclip nella birreria o nella pizzeria d’elezione, ti dirà Such A Shame. Chiunque, non importa che abbia vent’anni oggi o ne avesse venti quando quella canzonetta petulante e appiccicosa, che disgraziatamente ancora imperversa, venne data alle stampe ed era il 1984. Grande hit nell’Europa continentale ma curiosamente non in Gran Bretagna e appena un Top 100 negli Stati Uniti. Bastava nondimeno a permettere a Mark Hollis e soci di dedicarsi a spartiti ben più ambiziosi e se dici “Talk Talk” a uno che di musica ne sa gli brilleranno gli occhi. Ti dirà “Spirit Of Eden”, ti dirà “Laughing Stock”, eccentricissimi capolavori nei quali psichedelia e avanguardia, jazz e cameristica si fondono in un’idea di post-rock in anticipo sui tempi, giacché si era all’incrocio fra ’80 e ’90, oltre che fuori dal tempo. Ma non è dei Talk Talk che voglio parlarvi questo mese, bensì di un gruppo che seguì in quegli stessi anni un percorso per tanti versi simile, pur se con un successo ancora maggiore, sensibilmente. Dici “Tears For Fears” e l’individuo di cui sopra, quello per il quale il pop non è che tapezzeria sonora, di titoli ne saprà elencare minimo quattro o cinque: Change, Shout, Everybody Wants To Rule The World, Sowing The Seeds Of Love. Lo dici all’intenditore e… ti citerà le medesime canzoni ed è improbabile che gli occhi gli brillino. Campionissimi di vendite negli anni ’80 in tutti i principali mercati discografici, Stati Uniti e Gran Bretagna in testa dove collezionavano ori e platini in gran copia, i Tears For Fears pagavano dazio all’epoca venendo poco considerati dalla critica e ben di più hanno pagato da allora. Dimenticati, per quanto si possa dimenticare chi vendette parecchi milioni di dischi e le cui hit venticinque, trent’anni dopo passano ancora alla radio. Non mi pare di avere mai visto un loro album in quegli elenchi di classici nei quali in “Spirit Of Eden” o in “Laughing Stock” ci si imbatte immancabilmente. Ed è un’ingiustizia. Pur senza volerlo porre sul medesimo livello, “The Seeds Of Love” nelle liste suddette potrebbe starci. Dovrebbe?

Breve riassunto delle puntate precedenti. Curt Smith e Roland Orzabal si conoscono e fanno amicizia, ancora bambini, a Bath, Somerset, Inghilterra meridionale. Ad accomunarli profondamente è la provenienza da famiglie disastrate, laddove tutto il resto parrebbe dividerli, delinquente in erba il primo, topo di biblioteca il secondo, che nelle sue disordinate letture un bel dì si imbatte nelle opere di Arthur Janov, psicanalista americano molto apprezzato da John Lennon. La scoperta della cosiddetta “primal scream therapy” è illuminazione epifanica che Roland si affretta a condividere con Curt e ora due cose spartiscono. Mi correggo: tre. Nel pieno del dilagare in Gran Bretagna della voga 2Tone, i due danno vita a una band fra ska e mod revival, con anche qualche influenza punk e new wave per non farsi mancar nulla. Durano un paio di anni, i Graduate, quanto basta a suonare in ogni pub o club dell’isola, di norma di spalla a gente più famosa, e a pubblicare nel 1980 un album, il modesto “Acting My Age”. Curioso che un singolo, Elvis Should Play Ska, sia solo centoseiesimo in patria e invece un piccolo hit in Spagna, Germania, Svizzera e Grecia. Si sciolgono e lo scarto stilistico fra loro e i Tears For Fears, inizialmente un quartetto con Ian Stanley a programmare le tastiere e Manny Elias alle percussioni, soprattutto elettroniche, è vistoso. “The Hurting” nel 1983 declina synth-pop non particolarmente originale ma parecchio incisivo e sono ben cinque i singoli che ne vengono tratti, tre dei quali nei Top 5 della classifica UK mentre l’album è primo. Due anni dopo “Songs From The Big Chair” esibisce ben superiore personalità e per una volta la qualità paga, tre i numeri uno negli USA (il 33 e i 45 Shout ed Everybody Wants To Rule The World) e incassi stupefacenti un po’ ovunque. Il seguito si farà attendere quattro anni e venderà tanto, ma di meno. Tanto di meno.

A parte che poté godere, pur essendosi fatto aspettare troppo, di un’ancora rilevante rendita di posizione, a parte che poté mettersi in scia a un singolo irresistibile, ad ascoltarlo oggi, “The Seeds Of Love”, ci si stupisce nella stessa misura di quanto riuscì comunque a vendere un lavoro così raffinato e di come non sia mai stato abbastanza considerato dagli appassionati. Mi piacerebbe dire di avere sempre fatto eccezione, ma mentirei. Avevo naturalmente presente il brano quasi omonimo e portante, Sowing The Seeds Of Love (che sono gli Oasis due anni prima degli Oasis e con l’orchestra), ma il resto del disco l’ho potuto apprezzare per la prima volta solo grazie alla bellissima stampa licenziata da poco da Mobile Fidelity Sound Lab. Sono rimasto spiazzato e ammirato da un’opera dove di techno-pop non vi è più traccia e i referenti possono essere piuttosto Prince (Woman In Chains, Badman’s Song, Year Of The Knife), Peter Gabriel (Standing On The Corner Of The Third World), gli Steely Dan (Advice For The Young At Heart, Swords And Knives). A patto di guardare a questi, quello e quell’altro ancora con le lenti policrome dei Beatles di era psichedelica, maestri non di suoni però, ma di ambizioni. Da cui la grandiosità di arrangiamenti tuttavia mai gratuitamente esagerati. Se ne coglie ogni minimo dettaglio in un’incisione fortunatamente scevra da ogni vizio d’epoca. Il senno di poi dice che il sodalizio era in realtà già entrato in crisi, Smith volutamente ai margini, e che lo stato di sensazionale grazia di Orzabal non durerà. Il declino sarà brusco, rovinoso.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.344, giugno 2013.

9 commenti

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9 risposte a “Fab Two a nostra insaputa: i Tears For Fears di “The Seeds Of Love”

  1. alfonso

    A casa mia una chance è stata data a tutti: Abba (promossi), fleetwod mac cocainomani (promossi), madonna (qualcosa sì) supertramp (non ce l’ho fatta), ma mai i tears for fears erano passati al vaglio del mio stereo. Avendo letto una doppia parola magica, prince e steely dan, mi sa che vengo a vederti le carte pure stavolta caro VMO

  2. Doc strangelove

    Molto contento della riproposta di questo articolo. Personalmente ho sempre adorato quell’album, felice di non essere il solo.
    Band sottovalutata IMHO.
    Saluti VMO

  3. Io credo di essere un’intenditore,
    ma se mi citano Shout,Change, Sowing
    (e Mad World,Pale Shelter,Head over Heels….)
    mi brillano eccome gli occhi

    • Credo che un pò di merito nella svolta musicale dei TFF
      sia dovuta alla loro frequentazione con gli XTC a metà anni 80
      (sono anche ringraziati nei credits di The Big Express, un altro disco
      inglese del periodo che mi piace parecchio ma viene citato pochissimo)

      • Anche se può sembrare un pò OffTopic,
        volevo proporvi una canzone dello stesso periodo
        che ha non poche affinità con i TFF
        (background new wave/mod revival, ispirazione dai Sixties)
        ma rivisita invece l’incontro tra jazz e pop della prima metà
        di quel decennio, omaggiandolo in maniera più che buona
        (anche il video non è affatto male):
        forse l’ultima canzone veramente grande degli Style Council,
        dalla colonna sonora di Absolute Beginners

      • marktherock

        vero, me l’ero scordato! peraltro, gli Swindoniani (pure quelli di The Big Express, eccheccazzo, tra le altre ci stan dentro due – Wake Up e This World Over – tra le meglio canzoni mai vergate dai Lennon&McCartney della mia generazione) andrebbero insegnati a scuola come materia obbligatoria. Gli altri li conosco poco (Songs of…) o punto (The Seeds of Love), ma The Hurting era comunque un bel disco, una mezza via tra Matt Johnson e degli Associates molto meno eclettici ed isterici.

  4. marktherock

    refuso: ovviamente “Songs FROM the Big Chair”

  5. Nicola

    Per me tutto quello che viene citato nell’articolo e’ promosso….compresa Such a shame 🙂

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