We Insist! L’inno alla libertà di Max Roach

Max Roach - We Insist! Freedom Now Suite

Facendo il mestiere che faccio mi capita spesso che amici o conoscenti mi pongano con beata innocenza domande alle quali è arduo rispondere. Passi quando ti interrogano su che album comprare di Caio o Sempronio, diventa più difficile se ti chiedono di snocciolare al volo classifiche che coinvolgono più nomi, più decenni, più stili. Qualche tempo fa, nel retro di un negozio di dischi, un tizio che conosco di vista mi fa a bruciapelo: “Ma secondo te chi è il più grande batterista della storia del jazz?”. Non sono stato a fare il sofisticato chiedendogli di quale jazz, visto che – per dire – swing, bebop e free non sono esattamente la stessa cosa, che un conto è suonare latin e un altro hard bop, che per fare fusion o stare in una big band sono richieste competenze diverse e così via. Come si fa a paragonare Gene Krupa con Elvin Jones, Buddy Rich con Art Blakey o Jack DeJohnette? Né ho indagato su cosa intendesse per “più grande”: se il più dotato tecnicamente, il più innovativo, il più eclettico, il più valido sotto il profilo della composizione. Gli ho sparato il primo nome sensato che mi è passato per la testa – Max Roach – e quello ha annuito contento. Poi ci ho ripensato e mi sono reso conto di averla detta tutto sommato giusta. Senza nemmeno stare a sindacare (lascio il giudizio a chi la batteria la suona) sul suo comunque elevato grado di virtuosismo, due cose mi paiono fuori discussione: che il nostro uomo vanti fra i batteristi una delle discografie qualitativamente più congrue da leader (Art Blakey il rivale più agguerrito) e che abbia mostrato una capacità di adattarsi ai tempi, sovente contribuendo in maniera decisiva a disegnarli, che non ha pari (sempre se è di batteristi che si parla).

Carta di enciclopedia canta… Protagonista ancora giovanissimo (l’esordio discografico nel 1943, diciannovenne, a fianco di Coleman Hawkins) sia della rivoluzione bebop (fu per otto anni con Charlie Parker) che del cool (presente nelle cruciali sedute del divino Miles che ne segnarono la nascita), Max Roach non si è mai fatto incasellare: a suo agio con il jazz popolaresco e ballabilissimo, radente il rhythm’n’blues, di Louis Jordan come con un’avanguardia a lungo frequentata fra i primi ’60 e i primi ’70, capace di giocare con gospel e lounge, Tin Pan Alley e Hollywood come di appropriarsi dei linguaggi della contemporanea con M’Boom e, un paio di decenni dopo, di esibirsi con un’orchestra sinfonica o di tentare il connubio con il rap. Restando sempre plausibile. Allora sì: il più grande. Quando il tipo di cui sopra mi ha chiesto “che compro?” gli ho dato la risposta che gli avrebbe dato chiunque conosca un minimo Max Roach e il jazz: “We Insist! Freedom Now Suite”. Un capolavoro che è un pezzo di storia non soltanto del jazz ma degli Stati Uniti, disponibile attualmente su vinile in un’eccellente stampa per audiofili della Pure Pleasure. Valgano per inquadrarne la valenza epocale le parole di A. Philip Randolph che il critico Nat Hentoff faceva precedere alla sua presentazione sul retro di copertina: “Una rivoluzione sta sbocciando – quella rivoluzione americana rimasta incompiuta. Sta sbocciando nei ristoranti, sugli autobus, nelle biblioteche, nelle scuole – ovunque la dignità e il potenziale umani vengono negati, lì sbocciano gioventù e idealismo. Le masse nere stanno marciando alla ribalta della storia reclamando la loro libertà: ora!”.

Siamo nell’agosto del 1960. Trenta mesi prima Sonny Rollins ha concepito e registrato la sua “Freedom Suite”, già discretamente rivoluzionaria. Roach va decisamente oltre, sotto il profilo politico se non sotto quello estetico e strutturale. Formidabile il gruppo che gli dà man forte: spiccano il sax tenore del sodale di sempre Coleman Hawkins, la tromba del giovane e immenso e sfortunatissimo Booker Little e i tamburi del nigeriano Michael Olatunji. Formidabili il livello della scrittura e la tensione che anima i cinque brani (uno a sua volta diviso in tre parti) che danno vita a quella che sul serio è una suite: metà della tensione, ammesso sia possibile quantificare, data dalla voce di Abbey Lincoln, in perpetuo transito dall’accoratezza all’ira, qui alata e là sferzante, a volte – ad esempio nell’estatico attacco di All Africa – bastante con il gioco delle percussioni a riempire ogni spazio, a disegnare qualunque emozione. Quasi mezzo secolo dopo, “We Insist!” è un grido che risuona possente e toccante come la prima volta che si scagliò contro il cielo, dal blues in 5/4 di Driva’ Man che racconta la vergogna antica della schiavitù a una proteiforme Tears For Johannesburg, che testimonia come quella vergogna seguiti a perpetuarsi.

Abbey Lincoln - Straight Ahead

All’incirca gli stessi musicisti con in più Eric Dolphy e  Mal Waldron, e scusate se è poco, si ritroveranno da lì a sei mesi nei medesimi studi newyorkesi per incidere un 33 giri, pur’esso al tempo uscito per l’autogestita Candid e oggi nel catalogo Pure Pleasure. Appendice con propensione alla ballata della “Freedom Suite” affatto degna di cotanta ascendenza, “Straight Ahead” finirà per risultare uno snodo fondamentale nella vicenda artistica di Abbey Lincoln, da lì a qualche mese ancora Lady Roach. Pur non essendo per niente d’accordo con Hentoff quando sminuisce la carriera precedente della Lincoln, riducendola a un cantare un pop e un folk dozzinali con buona tecnica ma nessuna personalità (per quanto mi riguarda “Abbey Is Blue” è una pietra miliare) non posso che unirmi all’applauso quando di questo disco tesse un autentico panegirico. Credo che vi basterà puntare la romanticissima Blue Monk, o una spumeggiante African Lady, per persuadervi che con Max e Abbey non si lascia, si raddoppia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.280, giugno 2007.

7 commenti

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7 risposte a “We Insist! L’inno alla libertà di Max Roach

  1. antonio

    sono un po’ spaventato: era da un po’ che non aprivo il tuo blog e giuro che stavo pensando che mi sarebbe piaciuto vedere un articolo su Booker Little e trovo questo. Pazzesco. La mia luccicanza deve essere in gran forma. Di quella serie straordinaria di dischi fatti da quella magnifica compagine (Roach, Little, Dolphy, Waldron eccetera) Straight ahead e il penultimo di Little (Out front) li preferisco persino alla freedom now suite e a percussion bittersweet.
    Comunque ho qualche dubbio sul fatto che i batteristi (ma vale pure per gli altri musicisti) vadano giudicati solo in base alla loro discografia. Gli stessi Roach e Blakey andavano a guardarsi estasiati Ike Day, del quale se non sbaglio restano la bellezza di circa due tracce e nelle quali la batteria si sente a malapena…

  2. Gian Luigi Bona

    Bravo Eddy, fa qualche articolo in più sul jazz che vorrei conoscere bene ma non so a chi affidarmi. A proposito, mi consigli un testo o una guida stile Jazz For Dummies ???

  3. Sciabar

    Ho letto con grande piacere questo bell’articolo perche’ rende giustizia a Max Roach, tra gli appassionati troppo spesso solo “un grande batterista”.
    Max Roach in realta’ e’ un monumento….un grande uomo ed un artista immenso. Il suo contributo alla musica jazz e’ stato gigantesco sia come batterista, avendo collaborato, in maniera sempre egregia, con tutti i piu’ grandi, sia nei suoi dischi da leader (i quintetti con Clifford Brown e Booker Little, il M’Boom, i grandi duetti con Cecil Taylor, Anthony Braxton ed Archie Shepp sono stati consegnati alla Storia del Jazz). Ma questo post mette in evidenza un altro aspetto di Max, quello di grande combattente per i diritti civili del popolo nero (non solo afro-americano) del quale We insist! puo’ essere considerato uno dei piu’ incisivi manifesti vuoi per la musica e le liriche contenute che per l’iconica copertina (un barista bianco che serve degli uomini di colore…non dimentichiamoci che siamo nel 1960) . Lavoro inciso per la Candid, l’etichetta per la quale il suo grande amico Mingus, un altro che ai bianchi non le mandava certo a dire, aveva registrato la versione non censurata di “Original Faubus fables”, invettiva contro il governatore, razzista, dell’Arkansas per i noti fatti di Little Rock. Roach paghera’ caro “l’affronto” all’establishment bianco con un crescente ostracismo da parte dell’industria discografica che durera’ per molti anni. Chiudo con un ricordo personale. Purtroppo ho visto solo una volta in concerto Max Roach, al Teatro Carlo Felice di Genova nel 1999. Il Nostro, allora settantacinquenne, si presento’ sul palco deambulando con grande fatica e mi si strinse il cuore al pensiero che forse avrei dovuto assistere ad uno spettacolo pietoso da parte di un uomo che ho sempre considerato uno dei miei eroi musicali. Perche’, dimenticavo di dire, si trattava di una performance per sola batteria. Si spensero’ le luci, eccezion fatta per l’occhio di bue puntato sull’essenziale kit di tamburi e piatti e sul drummer, ed inizio’ la magia. E qui torniamo al Max Roach strumentista che e’ stato uno degli inventori della batteria moderna, cambiando, insieme a Kenny Clarke, le modalita’ di tenere il tempo nell’era bebop spostando il timing sui piatti. L’evoluzione continuo’ sganciando il ruolo del batterista da quello di mero accompagnatore mettendo il drummer sullo stesso livello degli altri strumenti solisti. Inoltre e’ stato tra i primi ad introdurre i tempi dispari nel jazz. Dulcis in fundo l’emancipazione della batteria anche come strumento melodico e non solo ritmico. A questo proposito l’album inciso per l’Atlantic nel 1966 “Drums unlimited” contiene ben tre delle sue composizioni piu’ belle per sola batteria (The drum also waltzes, For Big Sid e Drum unlimited), per chi gia’ apprezza Roach ma non conosce questo disco e’ un ottimo viatico per scoprire il lato melodico di un grande maestro del ritmo.

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