Gli anni ’30 negli anni ’60 di Count Basie

Count Basie - And The Kansas City 7

Il fatto che lui e Duke Ellington siano passati indenni con le loro orchestre per le molte vicissitudini di questi ultimi anni, mentre tanti altri sono al contrario spariti dalle scene, dimostra una volta di più la verità del detto che il più abile – in tal caso il più abile a dirigere – sopravvive”: parole di Stanley Dance tratte dalle note di copertina dell’album che sta in questo momento una volta di più girando sul mio Thorens, una piacevole ossessione da una settimana in qua, deliziandomi per come coniuga eleganza e sentimento, swing e romanticismo, l’arte della composizione e quella dell’improvvisazione. Deliziandomi anche per la naturalezza complessiva del suono, per il modo in cui ogni dettaglio viene esposto nella filigrana di finezza straordinaria – eppure ordinaria per un’epoca in cui si registrava jazz come forse mai più – di un’incisione che chiudi gli occhi e sul serio ti sembra di averli davanti i musicisti. Del resto: produzione di Bob Thiele e mastering di Rudy Van Gelder. Gente capace di mettere un settetto in sala e di riprenderlo – spesso buona la prima – con un paio di microfoni. Stiamo parlando del 1962 e quante migliaia di dischi mi è capitato di ascoltare registrati nei successivi quarantaquattro anni su quattro, otto, sedici, trentadue, quarantotto, sessantaquattro piste che questa qualità manco se la sognano. Ah, già… ancora non ho svelato chi è “lui” e di quale LP sto parlando. Provvedo: “Count Basie And The Kansas City 7”, un Impulse! in origine che torna disponibile nello splendore di una stampa – ovviamente in vinile vergine – griffata dalla tedesca Speakers Corner.

Il Conte nel 1962 era tutt’altro che vecchio, cinquantott’anni contro i sessantatré del Duca, e ci avrebbe regalato ancora per parecchio grandissima musica, la sua ultima volta in studio del dicembre 1983, quattro mesi appena prima della morte che lo colse quasi ottuagenario. Sarà uno spettacolo commovente e nel contempo esaltante il Count Basie anni ’80, così evidentemente malandato e così sensazionalmente vivo non appena le mani prendevano a muoversi con un’agilità miracolosamente intatta sulla tastiera. Eppure, oltre ad avere alle spalle una vicenda artistica lunghissima, nel 1962 era già e da tantissimo un sopravvissuto: al be-bop, al cool, all’esplosione del rhythm’n’blues, mentre il free jazz – battezzato da Ornette Coleman in una storica seduta del 21 dicembre 1960 – si apprestava a prendere possesso della ribalta per il resto del decennio per quindi cedere il passo alla rivoluzione elettrica. Pensi alla Impulse!, un’etichetta in prima linea sul fronte dell’innovazione, e di primo acchito ti vengono in mente John Coltrane e Albert Ayler, Archie Shepp e Pharoah Sanders, Yusef Lateef e McCoy Tyner e magari Marion Brown, difficilmente Basie che era, in tutt’evidenza, un uomo di un’altra epoca. È giusto la bontà dell’incisione a farti capire, quando la puntina attacca i primi solchi di Oh, Lady, Be Good, che non può trattarsi di roba anni ’30 quando tutto il resto ti dice invece di sì: il ticchettare della batteria (Sonny Payne), il passo felpato del contrabbasso (Ed Jones), il piano scintillante e lieve (il leader, ça va sans dire), il ricamare della chitarra (Freddie Green), lo schizzare verso il cielo del sax tenore (Eric Dixon) mentre una tromba (Thad Jones) e un altro tenore (Frank Foster) riffeggiano dietro. Piedi e mani ti partono da soli e nella testa un film. Guarda caso: Oh, Lady, Be Good – ci ricorda l’estensore delle note – Basie l’aveva incisa già nel 1936 e per un certo Lester Young era stata il debutto discografico.

Breve riassunto delle puntate precedenti, per chi non ha in casa un’enciclopedia o è così pigro che in questo momento non gli va di inerpicarsi su una libreria, come ho appena fatto io, e consultarla. William Basie nasce nel 1904 nel New Jersey, cresce alla scuola pianistica in stile stride del suo idolo (più precoce; i due erano in realtà coetanei) Fats Waller e fra il 1925 e il 1927 suona nel circuito del vaudeville. Nel 1927 si stabilisce a Kansas City e si unisce ai Blue Devils di Walter Page. Piace a tal punto a Bennie Moten (pur’egli un pianista) che costui lo ruba a Page e ne fa una delle attrazioni della rinomata Kansas City Orchestra. Quando nel 1935 Moten improvvisamente e prematuramente muore, il nostro uomo assurge alla leadership con i Barons Of Rhythm, formazione a nove che fa perdere il lume della ragione al giovane John Hammond, che vorrebbe a tutti i costi portarla alla Columbia ma commette l’errore di scriverne in termini così entusiastici che la Decca si fa avanti e gliela frega. La Columbia riuscirà in ogni caso a reclutare da lì a due anni quello che è il nucleo primigenio di un’orchestra che fino al 1949 passerà di trionfo in trionfo, commerciale e artistico, arrendendosi solo dopo strenua resistenza a una cattiva gestione economica e al cambio di gusti del pubblico. Ma quell’orchestra rinascerà, nel 1952, e non soltanto accompagnerà Basie fino all’ultimo ma addirittura gli è sopravvissuta.

Negli anni ’60 di Basie “And The Kansas City 7” è, con il suo ben più maneggevole organico, una rarità. È anche, avrete inteso, un piccolo capolavoro da possedere a ogni costo. Per il gusto ancora più arcaico del resto di Secrets e per lo squisito sentimentalismo di I Want A Little Girl, per la festosa Shoe Shine Boy (un altro pezzo “back to 1936”) e la dinoccolata Count’s Place, o ancora per una danzabilissima Tally-Ho, Mr. Basie! e una What’cha Talkin’? in cui sono mattatori i flauti, con Wess e Dixon che si sfidano manco fossero all’OK Corral. Lo sto letteralmente consumando, questo 33 giri.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.269, giugno 2006.

1 Commento

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Una risposta a “Gli anni ’30 negli anni ’60 di Count Basie

  1. Gian Luigi Bona

    Bravissimo Venerato, un pò di jazz ci vuole !

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