Marty Thau (1938-2014)

Vengo a sapere solo ora, con alcuni giorni di ritardo, della dipartita avvenuta lo scorso giovedì di Marty Thau, nome che a moltissimi non dirà nulla ma che a quei pochi cui è familiare dirà viceversa tanto. Butto lì due nomi per chiarire la rilevanza di questo Newyorkese doc a chi non dovesse averlo presente: gli dobbiamo la scoperta dei New York Dolls, di cui fu il primo manager; qualche anno dopo curava la regia dell’epocale esordio dei Suicide. In un curriculum rimarchevole che lo rende uno dei più cruciali produttori del rock americano di epoca punk e new wave (era in realtà in circolazione già da un pezzo) spicca la creazione nel 1977 di un marchio underground importante quale Red Star. A seguire, la scheda che scrissi per un numero di “Extra” in cui venne pubblicato un articolo collettivo sulle cento più significative antologie di autori vari di sempre della raccolta simbolo dell’etichetta.

Marty Thau Presents 2x5

Marty Thau Presents 2×5 (Red Star, 1980)

Ricordate i loro nomi”, invita Marty Thau in conclusione alle note di copertina vergate per questa antologia che, come il titolo (omaggiante gli Stones?) fa intuire, presenta due canzoni a testa di cinque gruppi, e a essere perfidi si potrebbe rilevare che il tempo è stato poco generoso con l’entusiasmo del produttore e discografico newyorkese: il pubblico odierno al massimo conosce i Fleshtones, qualcuno che all’epoca già c’era rammenterà magari i Comateens, il resto sfida gli storici delle minuzie rock più minuzie. Epperò Thau merita rispetto e non solo per essere uno che ha incrociato sulla sua strada New York Dolls e Ramones, Blondie, Suicide e Robert Gordon, ma proprio per avere assemblato questa raccolta frizzante e prodiga di curiosità e qualcosa di più. Verificato che i Fleshtones all’inizio erano meno appiattiti sulla tradizione rock’n’roll di quanto non siano oggi e che il techno-pop all’americana dei Comateens risulta sempre delizioso, sono i due brani dei Bloodless Pharaohs – in particolare il quasi omonimo Bloodless Pharaoh, mediano fra i primi Ultravox! e dei Polyrock più grezzi – ad attirare l’attenzione. Per la firma in calce: Setzer. Proprio lui, il Brian che declinerà rockabilly più realista del re con gli Stray Cats e nella carriera solistica si darà addirittura allo swing. Un bel peccato di gioventù.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.11, autunno 2003.

3 commenti

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3 risposte a “Marty Thau (1938-2014)

  1. Dai, non essere ingeneroso: gli Stray Cats non erano esattamente “più realisti del re”. Anzi, direi che sono stati l’ultima vera innovazione nel rockabilly: sono stati l’unico trio, a fronte di un mare di quartetti; hanno importato stralci di country e di blues; hanno scritto brani originali (che sono divenuti gli ultimi veri standard del rockabilly); hanno sdoganato l’immagine “moderna” dei cats, quella che fonde il look anni Cinquanta con quello punk. Non un’altra cover band, insomma.

    • Ingeneroso io con gli Stray Cats? Li A-DO-RA-VO.

      • Però definirli “più realisti del re” mi provoca una fitta ad ogni lettura. 🙂 E’ chiaro che in ambito rockabilly è molto difficile innovare senza finire a fare altro, però se c’è qualcuno che c’è riuscito, quelli sono proprio loro. E comunque i Bloodless Pharaos non erano malaccio; altra caratura rispetto ai Randagi, evidentemente.

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