Cose che non tutti sanno sui Doors

The Doors

Il famoso incidente sull’autostrada cui assistette Jim Morrison a quattro anni, da lui raccontato in più occasioni, citato in Peace Frog e alla base di Dawn’s Highway (“gli spiriti di quegli indiani morti/forse uno o due di loro/stavano lì intorno a correre come impazziti e penetrarono nella mia anima/e sono ancora lì”), non è mai avvenuto, stando ai suoi stessi genitori. “Il piccolo Jim aveva una fantasia fervida”, spiegano.

Anche con un conto in banca ormai milionario, Morrison non ebbe mai una casa sua e adorò sempre soggiornare in alberghi di infima categoria. Il suo preferito era il Tropicana Motel, prospicente un club a luci rosse e un bar gay. Lì aveva sempre una camera riservata. Con il tempo bello non era insolito che dormisse sotto le stelle, sulla spiaggia di Venice.

In stato alterato o meno, il cantante dei Doors era un pessimo guidatore e sfasciò diverse automobili. Potrebbe avere avuto un certo peso il fatto che non prese mai la patente.

La Buick offrì una cifra con cinque zeri al gruppo di Los Angeles per potere utilizzare Light My Fire in uno spot. Morrison negò il permesso.

L’inclusione di Alabama Song in “The Doors” fu del tutto casuale. A suggerirla fu Manzarek, che aveva in casa una raccolta di canzoni brechtiane.

Jim Morrison detestava la copertina del primo album. Adorava invece quella del secondo, che pure fu un ripiego rispetto al progetto originale che prevedeva uno foto di gruppo con contorno di trenta cani.

Nell’ambiente musicale i comunicati stampa redatti dall’addetto dei Doors Leon Barnard erano chiamati “bull sheets”.

Dopo i fatti di Miami (scena di una denuncia con conseguente arresto per atti osceni) il popolare conduttore televisivo Jackie Gleason organizzò in città una “Marcia per la pubblica decenza”. Il presidente Nixon gli inviò un telegramma di congratulazioni.

Richiesto da un intervistatore di come si sentisse a essere l’ispiratore del Decency Movement, Morrison rispose che “è sempre bello essere il padre di qualcosa”.

A un altro giornalista che lo definiva “il Jesse James del rock”, il cantante replicò: “Sarebbe più corretto chiamarmi un nuovo William Booney. Jesse James delinqueva per avidità, Billy The Kid lo faceva per divertirsi. Ma in fondo noi americani siamo tutti dei fuorilegge”.

Il libro preferito di Morrison era La nascita della tragedia, del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche.

Il suo poeta preferito era il francese Arthur Rimbaud. Incidentalmente, pure Rimbaud morì in una vasca da bagno.

Fra le vittime di Charles Manson si contò anche un amico dei Doors, Jay Sebring.

I Doors furono il primo gruppo statunitense ad aggiudicarsi sette dischi d’oro consecutivi.

L’immagine di Jim Morrison crocefisso a un palo del telegrafo sulla busta interna della stampa originale USA di “L.A. Woman” viene dal video promozionale di venti minuti che, alquanto in anticipo sui tempi, il quartetto girò per The Unknown Soldier.

Il brano L’America venne composto per la colonna sonora di Zabriskie Point ma il regista Michelangelo Antonioni lo scartò, preferendogli Careful With That Axe Eugene dei Pink Floyd.

In L.A. Woman la canzone appare un Mr Mojo Risin’ che, ne avesse avuto il tempo, sarebbe potuto diventare un alias alternativo al Lizard King. Fateci caso: è un anagramma di “Jim Morrison”. A idearlo fu John Sebastian dei Lovin’ Spoonful, ospite nel precedente “Morrison Hotel”.

Al Whiskey à Go-Go i Doors si trovarono ad aprire alcuni concerti dei Them, degli idoli per loro. I due gruppi simpatizzarono e finirono per lanciarsi in chilometriche versioni congiunte di Gloria. In particolare simpatizzarono i due Morrison, Jim e Van. Le loro gare a chi riusciva a bere di più sono ancora oggetto di racconti mitologici in California.

Il leader dei Doors era un grande estimatore dei Canned Heat. Sempre in prima fila nei loro concerti a Los Angeles, salì spesso sul palco per delle jam ispirate dall’alcool. Come dire: blues’n’booze.

A proposito di jam: a cavallo fra ’70 e ’80 circolava un bootleg attribuito a Jimi Hendrix, Johnny Winter e Jim Morrison. Fondamentale il contributo del Lizard King: in Peoples Peoples Peoples urla un po’ di volte “feel alright”.

A proposito di Hendrix: nel marzo 1968 un Morrison in stato di ebbrezza da record raggiunse il chitarrista sulla ribalta del Fillmore East, si mise carponi e cominciò a strillare: “Ehi Jimi, voglio succhiarti il cazzo. Ti prego! Fammelo succhiare!”. Arrivata al concerto insieme a lui, Janis Joplin si sentì spinta a fare subito altrettanto.

I Doors furono i massimi ispiratori del rinascimento psichedelico vissuto da Liverpool nei primi anni ’80, Julian Cope un autentico Lizard King Jr.

Fra le cover dei Doors degne di nota c’è la versione di People Are Strange di Echo & The Bunnymen. Trovatosi ad assistere a un loro spettacolo, Ray Manzarek decise di andare nei camerini per congratularsi e venne accolto da uno spettacolo che dovette sembrargli familiare: il cantante Ian McCulloch giaceva comatoso sul pavimento.

Altra gente che ha riletto canzoni dei Doors: Aerosmith (Love Me Two Times), Cure (Hello, I Love You), Julie Driscoll & Brian Auger (Light My Fire), Perry Farrell & Exene Cervenka (Children Of The Night), Billy Idol (L.A. Woman), Alexis Korner (The WASP), Annabel Lamb (Riders On The Storm), John Mellencamp (Twentieth Century Fox), Nico (The End), Rose Of Avalanche (Waiting For The Sun), Rosetta Stone (The End), Simple Minds (Five To One), Siouxsie & The Banshees (You’re Lost Little Girl), Stone Temple Pilots (Break On Through).

Canzoni altrui che i Doors eseguirono dal vivo ma non hanno mai inciso in studio: Carol (Chuck Berry), Get Out Of My Life Woman (Lee Dorsey), Summertime (George Gershwin), People Get Ready (Impressions), Cross Road Blues (Robert Johnson), Fever (Little Willie John), I’m A Man e Mannish Boy (Muddy Waters), Heartbreak Hotel (Elvis Presley), Goin’ To New York (Jimmy Reed), I’m A King Bee (Slim Harpo), Heroin (Velvet Underground).

A proposito… Non tutti furono distrutti dal dolore per la prematura scomparsa di Jim Morrison. In un’intervista a “Melody Maker” nel 1977 Lou Reed lo ricordò con queste affettuose parole: “Non avevo nessun rispetto per lui e nemmeno mi dispiacque quando morì. Ricordo che mi trovavo con un gruppo di amici a New York quando squillò il telefono e qualcuno disse che Jim Morrison era appena morto a Parigi in una vasca da bagno. La reazione immediata fu “Fantastico. In una vasca da bagno a Pa-ri-gi. Fa-vo-lo-so!”. Non mi disturbò la mancanza di compassione, se l’era cercata… Era un vero idiota”.

Appena meno tagliente in anni molto più recenti (2001, in un’intervista a “Uncut”) David Crosby: “Jim Morrison come poeta era valido ma umanamente era un individuo estremamente spiacevole. Un alcolizzato e, davvero, non una bella persona”.

Dopo avere sviscerato ogni più sordido risvolto della vita di John Lennon, Albert Goldman si apprestava a fare lo stesso con quella di Morrison quando improvvisamente morì. Una prova dell’esistenza di Dio?

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.21, primavera 2006.

11 commenti

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11 risposte a “Cose che non tutti sanno sui Doors

  1. Alex

    Una sola imprecisione: l’arresto sul palco fu a New Heaven nel 1967 e non a Miami!

    • Grazie, ho provveduto a correggere. Il bello è che nel pezzo originale la parentesi non c’era (non ce n’era bisogno, visto che si trattava di un box a corredo di un articolo dieci volte più lungo) e l’ho aggiunta stamattina. Andando a memoria, chiedo venia.

  2. Gian Luigi Bona

    Bello leggere qualcosa di divertente ogni tanto !
    Chissà che tipo era in realtà. Devo dire che gli ubriaconi non li sopporto per cui probabilmente sarei stato d’accordo con Crosby.

  3. giuliano

    7 considerazioni e una citazione.

    I Doors: uno dei pochissimi gruppi che ascoltavo quando avevo 15 anni e che continuo ad ascoltare oggi, sempre con lo stesso combinato disposto di emozione e stupore.

    Non riesco a capire perché “Strange days” abbia spesso ricevuto nei decenni ( e continui a ricevere) recensioni freddine e limitative. Cioè, ragazzi, non scherziamo.

    Da ex batterista, ho sempre avuto un grande rispetto per John Densmore. E’ stato, a mio avviso, uno dei batteristi più preparati, tecnicamente ineccepibili (e sottovalutati) del rock degli anni ’60, in grado di passare con spettacolare disinvoltura dallo swing al rock and roll ai ritmi latini. Lo direi inferiore, in quegli anni, solo – e dico solo – a Ginger Baker. Ma non a Mitch Mitchell, a Ian Paice, a Carmine Appice. Altro discorso è la personalità musicale. E lì magari perde il confronto (ma non certo tecnicamente) con Keith Moon, con Paul Whaley dei Blue Cheer, con Moe Tucker.

    Continuo ad amare moltissimo “Waiting for the sun”, un delizioso, scombinato incastro di baroque pop e gentile psichedelia.

    “The Soft parade” è il disastro più riuscito della storia del rock. O no?

    “Di LA Woman continuo a pensare quello che pensavo all’epoca: a parte Riders on the Storm e la title track, è un disco inascoltabile”. Paul Rothchild.

    E invece no, “LA Woman” è un disco sgangherato e bellissimo.

    Riccardo Bertoncelli scrisse la prefazione a un libro dedicato ai testi dei Doors. Uscì per Arcana all’incirca nel 1980. A parte la traduzione dei testi (che definire fantasiosa sarebbe una ingiusta diminutio, e che comunque non era sua) Bertoncelli si dedicò, nel giro di una quindicina di pagine, a una distruzione sistematica della band, della quale si salvava solo primo disco e in minima parte il secondo. Jim Morrision ne usciva fuori come un cazzone egolatrico. Per la prima volta mi scoprii diffidente verso il giornalismo musicale, che a volte è più egolatrico di Jim Morrison.

    • Effettivamente John Densmore è sottovalutato (destino spesso comune ai batteristi; anche Ringo è sottovalutato), però dai, siamo seri: Keith Moon? Jon Hiseman? John Bonham? Siamo su altri livelli, sia tecnici sia di innovazione dello stile strumentale. Secondo me Densmore è un ottimo batterista, ma non più bravo di molti altri, di gente come, chessò, Ed Cassidy o Mitch Mitchell.

      • giuliano

        Ritengo Densmore assolutamente non inferiore tecnicamente a Moon, che era tutt’altro che un batterista “tecnico”. Dalla sua aveva una personalità straripante e una presenza scenica rivoluzionaria. Su questo non c’era assolutamente partita, indubbiamente.

        Jon Hiseman e Bonham erano chiaramente di un altro pianeta. Ma hanno dispiegato la loro influenza (soprattutto il secondo) e costruito carriera e notorietà soprattutto negli anni ’70. Io mi limitavo a considerare la batteria rock degli anni ’60, che era per più versi ancora nella sua fase aurorale.

        Assolutamente d’accordo poi che Densmore non fosse più bravo di Mitchell, infatti non l’ho detto. Peraltro Mitchell, superbo strumentista, aveva uno stile batteristico molto legato agli anni in cui suonava. Già nei primi anni ’70, con Bonham, il suo modo di suonare appariva datato. Così come capitò a Billy Cobham: tecnica stellare, ma rapidamente superata (a mio modestissimo avviso) in anni in cui fuoriclasse come Bill Bruford stavano modernizzando la tecnica e portando la batteria su altre costellazioni.

        Detto questo, devo ammettere che della tecnica, oggi, mi importa assai poco. Se dovessi scegliere adesso i miei batteristi preferiti, sue due piedi, direi Moe Tucker, Ringo Starr, per citare quelli noti.

    • Gian Luigi Bona

      Sono d’accordo con te anche sulle virgole !

    • Francesco

      Per me invece è il contrario, i doors proprio non li riesco più ad ascoltare. Mi piacciono, ricordo ancora a memoria intere canzoni, ma non li ascolto più da anni. Mi successe la stessa cosa con gli zeppelin, amore adolescenziale fortissimo e poi 20 anni di abbandono, salvo rimetterlki in circolazione da un due tre anni e scoprirne nuovamente il gusto.

    • Guccini cantò “un musico fallito, un Pio, un Teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate!”
      forse non aveva tutti i torti.

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