La macumba psych degli Os Mutantes

Os Mutantes

Ha origini lontane e non musicali la rivoluzione che dal 1967 e per un triennio (ma le sue ombre si allungano sul presente e l’influenza sul rock pure: citofonare Beck per informazioni) mette a soqquadro il pop brasiliano: nel Manifesto antropofago che Oswald de Andrade pubblica nel 1928 e in cui teorizza un cannibalismo “artistico”, vale a dire l’ingestione da parte della cultura autoctona dell’influenza euro-statunitense e per tramite di questo assorbimento la nascita di un qualcosa di terzo, eppure pur sempre (più che mai) brasiliano. I tropicalisti ne colgono la lezione rivendicando la proprietà di samba e bossanova nel mentre le infiltrano di beat e psichedelia, funk e avanguardia, musiche da circo e da cinema e da altri angoli di Terzo Mondo. Ray Charles incontra Jobim e insieme rifanno “Sgt. Pepper’s” o all’incirca, giacché più cerchi di metterlo in un angolo, il tropicalismo, e più si rivela sfuggente e inclassificabile, nello stesso tempo colmo di ironia e in qualche strana maniera innocente. Come il Bob Dylan che qualche tempo prima aveva elettrificato il suo folk,  Caetano Veloso e Gilberto Gil, Jorge Ben e Tom Zé, Gal Costa e Milton Nascimento non vennero accolti bene, tutt’altro, accusati da sinistra di essersi venduti all’imperialismo e quanto alla destra, che tornava al potere grazie a un colpo di stato, alcuni persino li imprigionò, per poi esiliarli. Pare impossibile oggi che brani così scanzonati (ma sempre di grande spessore) abbiano suscitato repulsione e addirittura odio, quando è un’incredibile gioia di vivere ad animarli. Per un’ideale introduzione al fenomeno, si punti la raccolta su Soul Jazz “Tropicália” (corredata oltretutto da un corposissimo libretto) di cui qualche mese fa avete potuto leggere, su queste stesse pagine, mirabilie. Lì il primo brano è Bat Macumba, nella versione di Gil di poco antecedente quella degli Os Mutantes, spesso suoi accompagnatori all’epoca. Il secondo è A Minha Menina, di Ben e nella versione, stuprata da un fuzz che fa delirante il grazioso folk-beat di partenza, degli Os Mutantes stessi.

Da dove partire per dire di costoro? Magari da un aneddoto, da un Kurt Cobain che nel 1993, alla vigilia di un tour brasiliano, rimaneva a tal punto colpito dall’ascolto dei loro album da scrivere al bassista e tastierista Arnaldo Baptista supplicandolo di fargli l’onore di rimettere insieme il gruppo giusto per aprire quei concerti. Ancora bastian contrari dopo tutti quegli anni, i Mutanti (nel nome un programma) ringraziavano ma declinavano. Si sono in ogni caso tolti da allora molte e globali soddisfazioni, avendo visto crescere a dismisura, grazie a una raccolta curata da David Byrne e alle ristampe degli LP originali, un culto che in precedenza viveva solo del passaparola dei collezionisti della psichedelia più oscura. Ma nemmeno l’ampissimo mantello della psichedelia basta a coprire la vastità di uno stile eternamente cangiante. Lisergici per antonomasia, i Nostri, e dire che l’LSD non lo assaggiarono che nel 1970, nel loro primo – ahem – viaggio a Londra. Erano insomma matti di DNA. Curiosamente o forse significativamente, sarà dopo quel soggiorno, dopo che ebbero modo di immergersi direttamente in una cultura di cui in precedenza non avevano potuto cogliere che qualche eco, che la loro musica si farà assai meno originale, persino prevedibile nel suo ossequiare stilemi pseudo-progressivi nel poker di 33 giri realizzati dal ’71 al ’75, l’anno dello scioglimento. I “veri” Os Mutantes vanno rintracciati piuttosto nella caleidoscopica trilogia 1968-1970 costituita dall’omonimo debutto, dal quasi omonimo – “Mutantes” – seguito e da “A Divina Comédia Ou Ando Mejo Desligado”. Eccezionali soprattutto il primo – che oltre ai due pezzi succitati vanta il Nino Rota sotto funghi che si dà alla musica concreta di Panis Et Circenses, il bossa-blues a orologeria Baby, una bucolica Le premier bonheur du jour – e un terzo che shakera garage e funk in Quem tem medo de brincar de amor, scaraventa Graham Bond in Spagna in Meu Refrigerador Nao Funciona e fa carioca Question Mark & The Mysterians in Preciso Urgentemente Encontrar Um Amigo.

C’è però chi dice che a sciupare la magia dei Mutanti non fu l’Europa ma la defezione nel 1972 di Rita Lee, che in breve diventerà – e lo è tuttora – una delle grandi signore della canzone brasiliana. Offre solidi argomenti a sostegno la fresca riedizione su Rev-Ola di quello che proprio nel fatidico ’72 fu il suo secondo LP da solista, “Hoje È O Primeiro Dia Do Resto Da Sua Vida”: titolo  fuorviante siccome per la Lee non fu “il primo giorno del resto della sua vita” ma semmai un ultimo. Un addio a un glorioso passato, non una porta sul futuro. È per organico, ispirazione e suoni, se non formalmente, il congedo degli Os Mutantes classici. Dovrebbe bastare a indurvi all’acquisto la collisione fra Isaac Hayes e Santana di Vamos Tratar Da Saudade. Se no, l’Hendrix soggiogato dalla batucada di Teimosia, o la distillazione funkadelica Tapupukitipa.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.628, novembre 2006.

2 commenti

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2 risposte a “La macumba psych degli Os Mutantes

  1. Mi auguro che in futuro decida di spendere due parole per l’arrangiatore più brillante di tutto il tropicalismo, tale ROGERIO DUPRAT. Genio vero.

  2. Beta

    Consiglio un documentario su SKY ARTE.
    Titolo: Tropicàlia o Tropicalismo….ora non ricordo.

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