Archivi del mese: febbraio 2014

Marty Thau (1938-2014)

Vengo a sapere solo ora, con alcuni giorni di ritardo, della dipartita avvenuta lo scorso giovedì di Marty Thau, nome che a moltissimi non dirà nulla ma che a quei pochi cui è familiare dirà viceversa tanto. Butto lì due nomi per chiarire la rilevanza di questo Newyorkese doc a chi non dovesse averlo presente: gli dobbiamo la scoperta dei New York Dolls, di cui fu il primo manager; qualche anno dopo curava la regia dell’epocale esordio dei Suicide. In un curriculum rimarchevole che lo rende uno dei più cruciali produttori del rock americano di epoca punk e new wave (era in realtà in circolazione già da un pezzo) spicca la creazione nel 1977 di un marchio underground importante quale Red Star. A seguire, la scheda che scrissi per un numero di “Extra” in cui venne pubblicato un articolo collettivo sulle cento più significative antologie di autori vari di sempre della raccolta simbolo dell’etichetta.

Marty Thau Presents 2x5

Marty Thau Presents 2×5 (Red Star, 1980)

Ricordate i loro nomi”, invita Marty Thau in conclusione alle note di copertina vergate per questa antologia che, come il titolo (omaggiante gli Stones?) fa intuire, presenta due canzoni a testa di cinque gruppi, e a essere perfidi si potrebbe rilevare che il tempo è stato poco generoso con l’entusiasmo del produttore e discografico newyorkese: il pubblico odierno al massimo conosce i Fleshtones, qualcuno che all’epoca già c’era rammenterà magari i Comateens, il resto sfida gli storici delle minuzie rock più minuzie. Epperò Thau merita rispetto e non solo per essere uno che ha incrociato sulla sua strada New York Dolls e Ramones, Blondie, Suicide e Robert Gordon, ma proprio per avere assemblato questa raccolta frizzante e prodiga di curiosità e qualcosa di più. Verificato che i Fleshtones all’inizio erano meno appiattiti sulla tradizione rock’n’roll di quanto non siano oggi e che il techno-pop all’americana dei Comateens risulta sempre delizioso, sono i due brani dei Bloodless Pharaohs – in particolare il quasi omonimo Bloodless Pharaoh, mediano fra i primi Ultravox! e dei Polyrock più grezzi – ad attirare l’attenzione. Per la firma in calce: Setzer. Proprio lui, il Brian che declinerà rockabilly più realista del re con gli Stray Cats e nella carriera solistica si darà addirittura allo swing. Un bel peccato di gioventù.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.11, autunno 2003.

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Italian Music Club – I primi passi dei Perturbazione

Alla fine, o per meglio dire all’inizio, ci avevo visto giusto con i Perturbazione: un gruppo cui gli abiti dell’underground sono sempre stati stretti e lo scrivevo già all’altezza dell’ormai lontano esordio, datato ’98 e cantato quasi per intero in inglese. Nella settimana in cui ragazza e ragazzi approdano a Sanremo e no, non al Tenco, fa uno strano effetto ripescare queste recensioni d’epoca e trovarci dentro l’oggi. Riguardo alla loro partecipazione al Festival nazional-popolare non mi dilungo. Mi pare c’entrino poco, pochissimo, quasi nulla, e dunque gli auguri glieli faccio non per l’Ariston (che darà loro comunque la possibilità di farsi ascoltare da un pubblico che non li conosce e chissà…) ma più in generale: buona vita. Se la meritano.

Non ho trovato nei miei archivi recensioni di “In circolo” (2002), del quale conservo comunque un ottimo ricordo al di là del fatto che contiene la loro canzone più memorabile, Agosto. I successivi “Pianissimo fortissimo” (2007), “Del nostro tempo rubato” (2010) e “Musica X” (2013) fra molte luci e qualche ombra hanno sostanzialmente mantenuto le promesse formulate in una giovinezza corrucciata e splendida.

Perturbazione - Waiting To Happen

Waiting To Happen (On/Off, 1998)

Sembra che l’unico fra i tredici titoli che sfilano in “Waiting To Happen” cantato in italiano, Happy New Age, sia l’articolo più recente del catalogo dei Perturbazione e sia stato aggiunto all’ultimo momento. Benché il gruppo stesso, a quanto pare, lo consideri poco più che uno scherzo, di rado ripensamento fu tanto proficuo: è una canzoncina fatta di niente – voce, chitarra e (una melodia) scacciapensieri – ma nondimeno irresistibile e pone in una diversa prospettiva il resto di questo debutto e forse l’avvenire dei Perturbazione. Finora oscuro gruppo di culto, in forza di un delizioso 45 giri, per americanofili impenitenti e in futuro, se la scelta dell’italiano dovesse venire confermata, formazione in grado di raggiungere un pubblico ben più vasto.

Per intanto “Waiting To Happen” è un disco destinato a far breccia nei cuori di quanti amano i R.E.M. più bucolici come i  Rex, gli American Music Club come i Walkabouts, i Jack e  Lisa Germano. È folk-rock chiaroscurale e romantico ciò che suonano i Torinesi, generoso di melodie memorabili (come quella, disegnata da una chitarra arpeggiata e dal violoncello e subito doppiata da un’armonica, di Caspiriñha) ma non scevro di accensioni ritmiche fulminanti: Magik Mulatto ad esempio, splendido incrocio fra Feelies, Gang Of Four e B-52’s.

Pubblicato per la prima volta su “Rumore”, n.76, maggio 1998.

Perturbazione - 36

“36” (Beware!, 1998)

Tutti a dire, all’indomani dell’uscita del precedente “Waiting To Happen”, che la canzone più memorabile era la sola cantata in italiano, Happy New Age, e ad auspicare che i Perturbati passassero senza indugi all’idioma di Dante. Manco a farlo apposta (l’avessero fatto apposta?), la canzone più bella del purtroppo breve programma di “36” è l’unica in inglese: un gioiellino per voce (mai così suadente), percussioni, plettri e violoncello (mai così struggente) chiamato Fake B-Movie Star. Siccome il resto della scaletta suffraga comunque l’impressione che al sestetto il passaggio all’italiano giovi e dacché i testi (invero notevoli) si inseriscono a meraviglia nelle consuete trame strumentali American Music Club + Rex + R.E.M. + Lisa Germano, il consiglio è di perseverare. Da qualche parte qui si nasconde (nemmeno troppo) un gruppo in grado di attirare un pubblico ben più vasto di quello dell’underground. In un altro decennio con un brano come Lontano da qui (e vicino al primo Banco del Mutuo Soccorso) si sarebbe andati in classifica. Perché non ora?

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.10, marzo 1999.

Perturbazione - Canzoni allo specchio

Canzoni allo specchio (Mescal, 2005)

Piccoli gruppi (giudizio non di merito in questo caso e fanno fede precedenti recensioni su queste stesse pagine; intendo dire: di culto) crescono e potrebbero presto fare il botto. Tanto prima se si libereranno da un retaggio indie che fa forse ancora guardare al successo con diffidenza: una trappola, un tradimento, tutti e due. A un passaggio importantissimo, probabilmente decisivo della loro vicenda, siccome partiti dalla minuscola On/Off e transitati per la media Santeria approdano ora a quella Mescal già trampolino per i Subsonica (e dalla distribuzione major), i torinesi Perturbazione incomprensibilmente scelgono come singolo apripista per il terzo album Chiedo alla polvere. Intendiamoci: gran bella canzone, scintillante folk-beat che il violoncello di Elena Diana (l’elemento più caratterizzante, con l’inconfondibile voce di Tommaso Cerasuolo) illumina e slancia. Ma quanto avrebbe funzionato meglio alla bisogna Se mi scrivi! Passo sincopato, un ritornello clamoroso, un’istantanea generazionale che a mandarla in rotazione su MTV non te ne liberi più.

Affari loro, in ogni caso. Quel che conta per l’ascoltatore è la crescita lenta ma costante di una formazione che partì già da discretamente in alto. Sorta di American Music Club dal senso della melodia più spiccato, o se preferite di R.E.M più introversi e disposti all’intarsio neocameristico o alla comunella con gli Stereolab (Dieci anni dopo e Il materiale immaginario rimandi abbastanza evidenti al gruppo franco-britannico), i Perturbazione raggiungono la maturità senza negarsi la possibilità di ascese verso empirei anche più rarefatti. Lo provano – ancora – la languida Spalle strette e l’aggraziata, struggente danza di Quattro gocce di blu.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.255, marzo 2005.

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Emozioni da poco (17): Neil Young

Tutta la carriera da solista del Canadese, dall’omonimo esordio a “Live Rust”, in una paginetta. Ventisei anni dopo sono ancora piuttosto d’accordo con me stesso, con due eccezioni: “After The Gold Rush” capolavoro senza “se” e senza “ma” e “On The Beach” album straordinario, altro che buono e basta.

Bassifondi 17

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Born Under A Bad Sign – La vita e l’arte di Little Walter

Innovativo quanto Charlie Parker o Jimi Hendrix ma infinitamente più influente per il suo strumento e il settore musicale di appartenenza. A quarantasei anni a oggi dacché ci lasciò (nove più di quelli che passò su questa terra), Little Walter è vivo e suona per noi. L’armonica.

Little Walter

Per quello che può valere un riconoscimento che ha il merito – e insieme il torto – di avere ufficializzato l’ingresso di questa nostra musica nelle accademie, il 10 marzo 2008 Marion “Little Walter” Jacobs è stato introdotto nella “Rock And Roll Hall Of Fame”. Non era mai accaduto prima per un armonicista e chissà se mai più accadrà, essendo al massimo cinque – James Cotton l’unico vivente e poi (li sistemo in ordine di scomparsa) Sonny Boy Williamson II, Slim Harpo, Sonny Terry e Junior Wells – quelli che potrebbero nutrire qualche legittima ambizione in tal senso. Ma è un po’ come cercare di mettere sullo stesso piano Bird e un qualsiasi altro grande sassofonista jazz, Jimi e un qualsiasi altro grande chitarrista rock, parlando di tecnica e valenza compositiva e dimenticandosi che nessuno aveva mai suonato così prima di loro e tutto il resto del mondo ha poi cercato in qualche misura di emularli. Per l’armonica blues c’è un “prima” e un “dopo” Little Walter e da un abbondante mezzo secolo nessuno e nulla che con Little Walter non debba fare i conti. In questo senso è vivo e a ragione di ciò fa ancora più male pensare a come si congedò, consumato dall’alcool, dalla disillusione, dal rancore. Il certificato di morte data 15 febbraio 1968 e attribuisce il decesso a una trombosi coronarica. Ci fu un’inchiesta della polizia, giacché la sera prima di una morte sopraggiunta nel sonno il nostro uomo era stato coinvolto in un violento alterco nell’intervallo di un suo spettacolo, ma in assenza di ogni chiara evidenza al riguardo non si potè che attribuirla ufficialmente a “cause naturali o comunque sconosciute”. Non puoi imputare un’inondazione all’ultima goccia caduta, per quanto sia stata quella a fare vani gli argini. Una rissa risultava fatale, ma prima ce n’erano state decine e ciascuna aveva avuto delle conseguenze, fisiche e mentali. Little Walter se ne andava qualche mese prima di compiere trentotto anni ma dentro era già morto da un pezzo. Lo testimoniano quelle ultime foto tremende, gli occhi acquosi e tristi, accusatori, la faccia di un vecchio disseminata, oltre che di rughe, di cicatrici. Lo testimoniano le ultime incisioni, del ’67 e raccolte in un album che sulla carta avrebbe dovuto essere un sogno, Bo Diddley e Muddy Waters a dare una mano in studio, e nei fatti si trasformò in un incubo. La Chess lo pubblicò lo stesso ed ebbe pure l’ardire di chiamarlo “Super Blues”. AMG lo liquida in una riga con parole feroci – “lethargic and at times comical” – e c’è poco da ridire. Little Walter se ne andava disperato e io se fossi Dio quel 10 marzo 2008 lo avrei resuscitato giusto per qualche ora, per quindi donargli davvero la pace.

Era nato Marion Walter Jacobs a Marksville, Louisiana, il 1° maggio 1930 e non si potrebbe dire “sotto una buona stella”, visto che i suoi si separavano prima ancora che vedesse la luce. A crescerlo, ad Alexandria, era il padre. Non una brutta infanzia, si racconta, non povera per i tempi e i luoghi e presto rallegrata dalla musica, Louis Jordan, Cab Calloway, Lonnie Glosson ascoltati alla radio, Blind Lemon Jefferson sul giradischi (un autentico lusso) di famiglia. A otto anni gli regalano un’armonica cui si dedica subito con grande passione. Brusco, drammatico un passaggio dall’infanzia all’età adulta che non contempla la tappa intermedia dell’adolescenza. Qualcuno appica un incendio e danno la colpa a un dodicenne che non c’entra ma, a scanso di guai seri con la legge, viene frettolosamente spedito a New Orleans, a casa di parenti. È il caso per una volta di dire: non tutto il male vien per nuocere. Sotto le “bright lights” della “big city” il ragazzino matura in fretta da ogni punto di vista. Suona per strada, conosce gente che della musica ha fatto un mestiere (fra i primi a prenderlo in simpatia e a dispensargli consigli il pianista Sunnyland Slim) e capisce che potrebbe seguirne le orme. Vai a nord, figliolo, vai a Nord. Memphis, Helena, St. Louis…  Nel 1945 arriva a Chicago ed è un mondo nuovo che gli si spalanca dinnanzi, al Maxwell Street Market, gigantesco bazar all’aperto dove usa ritrovarsi l’élite dei musicisti. Lui lo farà ben più nuovo, quel mondo. È un più che discreto chitarrista ed è in tale veste che rimedia i primi ingaggi nei bar e nei club locali. Presto però è principalmente come armonicista che viene richiesto, il caso più che un’intuizione, e poi un’intenzione, a determinare quella che sarà una rivoluzione. Sono gli anni in cui il blues va elettrificandosi ed è chiaro che il ricorso sempre più diffuso a un’amplificazione e spesso insieme a una batteria obbliga tutti ad alzare il volume, a maggior ragione quello del più umile degli strumenti di accompagnamento. Colui che è ormai conosciuto come Little Walter non è il primo a mettere insieme un’armonica e un microfono. Lui però non suona la prima davanti al secondo bensì dentro, le mani strette a pugno, il suono che passa per un amplificatore per voce e ne esce distorto. Lungi dal costituire un problema, quella distorsione per il Nostro rappresenta un’opportunità. Escono accordi inauditi come di tuono, gli spigoli si fanno accuminati come mai, il lamento prende un tono animale ma umanissimo che lo fa infinitamente struggente. Né a questo si ferma Little Walter, che già sarebbe molto. Prima di lui nel blues l’armonica è stata uno strumento di mero contorno, usata soltanto per sottolineare. Con Little Walter non si segue più la melodia ma se ne improvvisano altre attorno, non si resta sulla battuta ma la si anticipa o la si tallona e ne deriva un incremento marcato dello swing. È un approccio al blues da jazzista. È un prendere per sé il faro principale della ribalta uscendo per sempre dall’ombra. Nulla sarà più lo stesso, anche se naturalmente non accade da un giorno all’altro.

Little Walter - The Complete Chess Masters (1950-1967)

Sulla strada per la gloria si procede un passo alla volta, per piccole tappe. Nell’estate del 1946 l’appena sedicenne “wonder harmonica king” ottiene il primo ingaggio fisso, al Purple Cat Lounge. Nel 1947 fiancheggia Jimmy Rogers in alcune registrazioni per un’etichetta minore, Ora-Nelle. Nel 1948 si unisce al complesso di Muddy Waters. Ne farà parte formalmente per quattro anni, fintanto che non cominceranno a fioccare le hit da solista, e nella pratica per molto di più siccome alla Chess, dove è approdato quando ancora si chiamava Aristocrat, insistono perché almeno in studio un matrimonio che per la musica del Diavolo pare celebrato in paradiso continui. Diversi i classici di Muddy Waters in cui il giovane Walter si presta a fare da fiancheggiatore, nella storica seduta del 12 maggio ’52 in cui si registrano le due facciate che andranno a comporre il debutto discografico da leader dell’armonicista è il chitarrista a prestarsi a fare da spalla. Riff d’apertura che si imprime nella memoria indelebilmente e sarà da allora una sorta di firma, la travolgente Juke in agosto va dritta al numero uno della classifica R&B, ci resta sei settimane e a uscire dalla graduatoria ce ne metterà altre quattordici. Felice figlio di mignotta, il Nostro scippa il gruppo a Junior Wells e prende a girare in proprio.

Non è il luogo e non ci sono gli spazi per mettere in fila i ben quattordici Top 10 firmati da Little Walter fra il 1952 e il 1958, con un contorno oltretutto di tantissimi altri brani meno popolari sul momento ma che hanno lasciato altrettanto il segno. Pochi altri cataloghi nel blues possono vantare un così elevato numero di articoli di eccezionale qualità e rilevanza epocale e ne cito allora uno e basta: My Babe, canzone familiare anche all’individuo più ignorante di blues che Willie Dixon scriveva per il nostro eroe nel 1955 ispirandosi, per così dire, al gospel This Train e con sotto il culo il sacro fuoco acceso dal successo della similissima per concezione I’ve Got A Woman di Ray Charles. Diciannove settimane in classifica, cinque al primo posto, dati di vendita mai visti nell’ambito. All’esatto centro di un’epopea, nella precisa ora del trionfo più grande la parabola si inverte. Sarà un declino lungo, tormentoso. È divampato il rock’n’roll e proprio in casa Chess, fattasi grande soprattutto grazie a Little Walter, dimora uno dei due principali incendiari essendo l’altro Elvis, vale a dire Chuck Berry. La popolarità irrimediabilmente calante, sebbene con occasionali ritorni di fiamma, esaspera i tratti più problematici di un carattere già difficile. Benché visiti il Vecchio Continente due volte, prima nel ’64 e quindi nel ’67 come parte dell’“American Folk Blues Festival”, e venga portato in palmo di mano da gente come gli Stones e gli Yardbirds, l’armonicista non trova un rilancio vero. La fine è scritta.

Fino a ieri il migliore approccio alla sua arte era rappresentato da un celeberrimo – Chess 1428 – e fenomenale “Best Of”. Troppo succinto però. Niente potrà viceversa superare il fresco d’uscita per Hip-O Select/Universal “The Complete Chess Masters (1950-1967)”: confezione cartonata, libretto fantastico, cinque CD per un totale di circa sei ore e mezza di musica e dentro (come da titolo) veramente tutto. Detto che il fatto che sfilino fino a quattro versioni dello stesso brano ha un senso eccome, visto un certo piglio da jazzista di cui dicevo dianzi (si tratta insomma di letture spesso anche molto diverse fra loro), può magari turbare che venga eternata pure la decadenza. Ma Little Walter fu tante cose insieme e alcune spiacevoli.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.659, giugno 2009.

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Gli anni ’30 negli anni ’60 di Count Basie

Count Basie - And The Kansas City 7

Il fatto che lui e Duke Ellington siano passati indenni con le loro orchestre per le molte vicissitudini di questi ultimi anni, mentre tanti altri sono al contrario spariti dalle scene, dimostra una volta di più la verità del detto che il più abile – in tal caso il più abile a dirigere – sopravvive”: parole di Stanley Dance tratte dalle note di copertina dell’album che sta in questo momento una volta di più girando sul mio Thorens, una piacevole ossessione da una settimana in qua, deliziandomi per come coniuga eleganza e sentimento, swing e romanticismo, l’arte della composizione e quella dell’improvvisazione. Deliziandomi anche per la naturalezza complessiva del suono, per il modo in cui ogni dettaglio viene esposto nella filigrana di finezza straordinaria – eppure ordinaria per un’epoca in cui si registrava jazz come forse mai più – di un’incisione che chiudi gli occhi e sul serio ti sembra di averli davanti i musicisti. Del resto: produzione di Bob Thiele e mastering di Rudy Van Gelder. Gente capace di mettere un settetto in sala e di riprenderlo – spesso buona la prima – con un paio di microfoni. Stiamo parlando del 1962 e quante migliaia di dischi mi è capitato di ascoltare registrati nei successivi quarantaquattro anni su quattro, otto, sedici, trentadue, quarantotto, sessantaquattro piste che questa qualità manco se la sognano. Ah, già… ancora non ho svelato chi è “lui” e di quale LP sto parlando. Provvedo: “Count Basie And The Kansas City 7”, un Impulse! in origine che torna disponibile nello splendore di una stampa – ovviamente in vinile vergine – griffata dalla tedesca Speakers Corner.

Il Conte nel 1962 era tutt’altro che vecchio, cinquantott’anni contro i sessantatré del Duca, e ci avrebbe regalato ancora per parecchio grandissima musica, la sua ultima volta in studio del dicembre 1983, quattro mesi appena prima della morte che lo colse quasi ottuagenario. Sarà uno spettacolo commovente e nel contempo esaltante il Count Basie anni ’80, così evidentemente malandato e così sensazionalmente vivo non appena le mani prendevano a muoversi con un’agilità miracolosamente intatta sulla tastiera. Eppure, oltre ad avere alle spalle una vicenda artistica lunghissima, nel 1962 era già e da tantissimo un sopravvissuto: al be-bop, al cool, all’esplosione del rhythm’n’blues, mentre il free jazz – battezzato da Ornette Coleman in una storica seduta del 21 dicembre 1960 – si apprestava a prendere possesso della ribalta per il resto del decennio per quindi cedere il passo alla rivoluzione elettrica. Pensi alla Impulse!, un’etichetta in prima linea sul fronte dell’innovazione, e di primo acchito ti vengono in mente John Coltrane e Albert Ayler, Archie Shepp e Pharoah Sanders, Yusef Lateef e McCoy Tyner e magari Marion Brown, difficilmente Basie che era, in tutt’evidenza, un uomo di un’altra epoca. È giusto la bontà dell’incisione a farti capire, quando la puntina attacca i primi solchi di Oh, Lady, Be Good, che non può trattarsi di roba anni ’30 quando tutto il resto ti dice invece di sì: il ticchettare della batteria (Sonny Payne), il passo felpato del contrabbasso (Ed Jones), il piano scintillante e lieve (il leader, ça va sans dire), il ricamare della chitarra (Freddie Green), lo schizzare verso il cielo del sax tenore (Eric Dixon) mentre una tromba (Thad Jones) e un altro tenore (Frank Foster) riffeggiano dietro. Piedi e mani ti partono da soli e nella testa un film. Guarda caso: Oh, Lady, Be Good – ci ricorda l’estensore delle note – Basie l’aveva incisa già nel 1936 e per un certo Lester Young era stata il debutto discografico.

Breve riassunto delle puntate precedenti, per chi non ha in casa un’enciclopedia o è così pigro che in questo momento non gli va di inerpicarsi su una libreria, come ho appena fatto io, e consultarla. William Basie nasce nel 1904 nel New Jersey, cresce alla scuola pianistica in stile stride del suo idolo (più precoce; i due erano in realtà coetanei) Fats Waller e fra il 1925 e il 1927 suona nel circuito del vaudeville. Nel 1927 si stabilisce a Kansas City e si unisce ai Blue Devils di Walter Page. Piace a tal punto a Bennie Moten (pur’egli un pianista) che costui lo ruba a Page e ne fa una delle attrazioni della rinomata Kansas City Orchestra. Quando nel 1935 Moten improvvisamente e prematuramente muore, il nostro uomo assurge alla leadership con i Barons Of Rhythm, formazione a nove che fa perdere il lume della ragione al giovane John Hammond, che vorrebbe a tutti i costi portarla alla Columbia ma commette l’errore di scriverne in termini così entusiastici che la Decca si fa avanti e gliela frega. La Columbia riuscirà in ogni caso a reclutare da lì a due anni quello che è il nucleo primigenio di un’orchestra che fino al 1949 passerà di trionfo in trionfo, commerciale e artistico, arrendendosi solo dopo strenua resistenza a una cattiva gestione economica e al cambio di gusti del pubblico. Ma quell’orchestra rinascerà, nel 1952, e non soltanto accompagnerà Basie fino all’ultimo ma addirittura gli è sopravvissuta.

Negli anni ’60 di Basie “And The Kansas City 7” è, con il suo ben più maneggevole organico, una rarità. È anche, avrete inteso, un piccolo capolavoro da possedere a ogni costo. Per il gusto ancora più arcaico del resto di Secrets e per lo squisito sentimentalismo di I Want A Little Girl, per la festosa Shoe Shine Boy (un altro pezzo “back to 1936”) e la dinoccolata Count’s Place, o ancora per una danzabilissima Tally-Ho, Mr. Basie! e una What’cha Talkin’? in cui sono mattatori i flauti, con Wess e Dixon che si sfidano manco fossero all’OK Corral. Lo sto letteralmente consumando, questo 33 giri.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.269, giugno 2006.

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Largo all’avanguardia… pubblico di… (Per Freak Antoni, 16 aprile 1954-12 febbraio 2014)

Una dolente produzione congiunta Venerato Maestro Oppure-L’Ultima Thule.

The Demenzial Peigis 1.

The Demenzial Peigis 2

The Demenzial Peigis 3

The Demenzial Peigis 4

The Demenzial Peigis 5

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La verità, diciamocela, sul primo Who

The Who - My Generation

Diciamoci la verità: di indiscutibilmente classico quello che nel dicembre 1965 fu il debutto a 33 giri degli Who vanta l’iconica copertina, una canzone straordinaria e un’altra che, oltre che straordinaria, fu pure epocale. A scrutarli, gli sguardi volti verso l’alto e dritti in macchina, epitome di eleganza mod, Pete Townshend e Keith Moon, John Entwistle e Roger Daltrey, colpiscono tuttora enormemente per quell’ineffabile misto di innocenza, data dall’età, e sfida al mondo. Bisognerà aspettare oltre dieci anni e il punk per imbattersi di nuovo in sguardi tanto duri, in portamenti al pari fieri. E bisognerà aspettare oltre dieci anni e il punk anche per ascoltare inni di rivolta generazionale dell’efficacia rappresentativa e della forza d’urto di The Kids Are Alright e della stessa My Generation. La prima, che apre la seconda facciata, si fa forte di una melodia di incisività assoluta elevata all’ennesima potenza dalla vigoria dell’esposizione. La seconda, che chiude la prima, sferza e travolge a dispetto del tempo medio con una violenza della quale c’erano pochi precedenti nel rock in generale e ancora meno in quello britannico (giusto i Kinks di You Really Got Me). Narra la leggenda che entrambi i brani furono posti su nastro in una manciata di minuti (la leggenda narra del resto che il cuore del disco fu registrato in complessive sette ore, cinque meno di quelle impiegate dai Beatles per “Please Please Me”) e che My Generation fu scritta così in fretta che Daltrey non ebbe il tempo di impararne il testo e lo cantò leggendolo dal foglio sul quale Townshend l’aveva buttato giù. Proprio dalla difficoltà di decifrare quegli scarabocchi deriva – pare – il celeberrimo balbettio “f-f-f-fade away” riguardo al quale poderose analisi sono state spese. A pensarci, scappa da ridere. E diciamoci di nuovo la verità: “My Generation” l’album contiene sì due capolavori ma capolavoro non è, non essendoci alcunché di memorabile nel resto del programma. Zoppicano alquanto le tre cover black (in particolare una I’m A Man sgangherata rispetto alla gioiosa macchina da guerra diddleyana) e quanto al rimanente repertorio autografo non c’è null’altro di indimenticabile, essendo al massimo “carini” gli incroci fra beat e rock’n’roll di La-La-La-Lies, It’s Not True, A Legal Matter, l’errebì appena garagizzato di Out In The Street, una Much Too Much in cui si sente Dylan o ancora lo strumentale The Ox, che a metterlo nella giusta prospettiva, pensando a cosa cominciavano a combinare proprio allora i Velvet Underground, scompare. Il mito di “My Generation” deriva alla fine della fiera dall’impatto che ebbe la traccia omonima e dalla lunga irreperibilità. Causa un’annosa diatriba legale con l’ex-manager Kit Lambert non è stato che nel 2002 che ha potuto venire ristampato in CD in Gran Bretagna con tutti i crismi.

Diciamoci la verità una terza volta: registrato in uno sferragliante mono, non è precisamente un disco per audiofili. La al solito professionalissima Classic Records ha comunque cavato dai nastri il meglio che tecnicamente si poteva.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.266, marzo 2006.

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