Harry Belafonte alla Carnegie Hall (un capolavoro dimenticato)

Harry Belafonte - At Carnegie Hall

A volte il successo può essere una maledizione. Considerate Harry Belafonte e  senza pensarci citatemi una sua canzone. Scommetto che direte tutti Day O, altrimenti nota come The Banana Boat Song, il brano che nel 1956 regalava vendite milionarie al nostro uomo e dava il “la” alla voga del calypso. Ma scommetto pure che pochi saranno in grado di nominare qualche altro titolo dell’oggi settantaseienne cantante newyorkese e dire che vanta una discografia che conta album a decine. Fatto è che Belafonte è uno dei grandi rimossi della musica popolare del Novecento. Singolare dirlo per un artista che ha venduto tanto ma così è se vi pare. Se vorrete proseguire per conto vostro questa indagine, scoprirete che, a dispetto della presenza sul mercato di raccolte a decine, una non minuscola parte del suo cospicuo catalogo non è disponibile in digitale. E poi: quando è stata l’ultima volta che avete letto un articolo su di lui, ammesso ne abbiate mai letto uno? Sui motivi di questa rimozione vale la pena di interrogarsi e posso avanzare qualche ipotesi. Da un lato credo sia in parte colpa di una sfortunata coincidenza temporale: Belafonte si affacciava alla ribalta negli anni compresi fra il deflagrare del rock’n’roll e il momento di più grande fortuna del folk revival, subito seguito dall’avvento dei Beatles, e da tutto ciò la sua memoria è risultata schiacciata. Da un altro ritengo che non vi sia stato nulla di casuale in una cancellazione che ha le caratteristiche della censura. Progressista, sebbene alla blanda maniera d’oltre Atlantico, il Nostro è stato personaggio scomodo quasi solo per il semplice fatto di esistere, uomo di colore di enorme visibilità (e in quanto tale un pericolo per l’America più retriva) che pubblicamente condannava (non ha perso il vizio) la discriminazione razziale e si pronunciava sulle tante altre piaghe, dalla povertà all’ignoranza, che affliggevano e affliggono il mondo. Un sincero democratico e si sa, può dar fastidio. In un altro modo ancora Harry Belafonte ha sempre dato fastidio, divenendo bersaglio di elezione di quei cosiddetti “puristi” che di incontaminato in verità possono vantare solamente l’idiozia: ha preso idiomi folk, americani ma non solo, e se n’è appropriato a modo suo, traducendoli in pop, senza nessun riguardo per la filologia, fedele giusto al sentimento. Anatema! Per i puristi il voluminoso album di cui vado a parlarvi dev’essere un conglomerato di nequizie. Per me è un fulgido capolavoro, uno dei più memorabili doppi dal vivo nei quali mi sia mai imbattuto nel quarto di secolo abbondante trascorso da quando ho cominciato a girare dischi. Esperienza d’ascolto di totale coinvolgimento che a tratti mi ha commosso ma che alle lacrime mi ha fatto arrivare per le risate nelle quali più volte sono scoppiato con il pubblico che Belafonte si mise in palmo di mano in quei lontani 19 e 20 aprile 1959. Incontro che mi ha lasciato stupefatto per l’atemporalità di alcuni passaggi in cui ho avvertito anticipi (ad esempio in una Sylvie che è molto più Tim Buckey – toccate con orecchio, santommasi – che Leadbelly; ove una John Henry così ruspante nemmeno dai Blasters) di gente e giganti a venire.

Devo dire grazie (non millanto conoscenze pregresse, in questo caso approssimative) alla gentilezza di Alfredo Gallacci, titolare della lucchese Sound And Music che importa in Italia molte delle etichette audiofile che contano e fra esse la losangelena Classic Records. E naturalmente devo dire grazie alla Classic Records per avere ristampato, su complessivi 400 grammi di rigidissimo vinile e in una confezione che riproduce perfettamente quella d’epoca, lo strepitoso “Belafonte At Carnegie Hall: The Complete Concert”, in origine un RCA Victor (ancora l’etichetta con cagnone e grammofono!) e uno “stereo orthophonic high fidelity recording”, qualunque cosa voglia dire. Nello specifico: una registrazione da non crederci, voci calorose e percussioni a tutto tondo, intarsi di plettri e archi esemplari e formidabile l’impatto dell’orchestra. Alzate un pelino il volume e vi parrà di essere lì, ad agitarvi e batter le mani su una poltrona in platea.  Scusate se mi ripeto: 1959. Erano serate organizzate (e ciò la dice lunga sul personaggio) per raccogliere fondi per due scuole e Belafonte si produceva in uno spettacolo a mezza via (impagabili i dialoghi con gli astanti) fra concerto e teatro, tanto da dividere il tutto in tre atti: “Moods Of The American Negro”, “In The Caribbean” e “Round The World”. Bellissima scusa per dar fondo a un vasto repertorio di trucchi ed emozioni, dapprima aggirandosi fra blues e spiritual (lascia a bocca aperta la versione madrigalesca di The Marching Saints), gospel e Las Vegas; quindi concedendo i tanti cavalli di battaglia di impronta caraibica (un ritorno alle origini, essendo il padre giamaicano, la madre della Martinica); infine andando a spasso fra i quattro angoli del mondo, da Israele (Hava Nageela) all’Irlanda (Danny Boy), da Haiti (Merci mon Dieu) al Messico (Cu cu ru cu cu paloma), il congedo affidato agli struggimenti voce e chitarra acustica di Shenandoah e all’esilarante saga di Matilda. Gemme da riscoprire, costi quel che costi.

Nel caso non dovesse bastarvi: sempre Sound And Music importa, questa volta dalla Germania e “courtesy of Speakers Corner”, uno squisito LP di folk-blues (ehi! non aspettatevi John Lee Hooker) del 1962, “The Midnight Special”. All’armonica (la copertina infedele a questo dettaglio) tal Blind Boy Grunt, un po’ più conosciuto come Bob Dylan.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.241, dicembre 2003. Harry Belafonte compie oggi ottantasette anni.

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2 risposte a “Harry Belafonte alla Carnegie Hall (un capolavoro dimenticato)

  1. Hai ascoltato anche la discografia di Celia Cruz? Hai qualche album da suggerire?

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