Dillo forte! Sono bianco e me ne vanto! Eddie Hinton e altri visi pallidi del soul

Eddie Hinton

I’m light, white, and out of sight/I ain’t tan but I can jam/I do my best at what I do/And I am soulful, yes, I am/ I’m white! I’m alright!

L’anno era il 1968 e così, con un pezzo incredibilmente intitolato I’m White, I’m Alright, Vic Waters & The Entertainers rispondevano al James Brown di Say It Loud – I’m Black And I’m Proud. Immagino che la risata che già vi gorgogliava in gola sia a questo punto esplosa irrefrenabile, isterica persino. Va bene. Vi do il tempo di ripigliarvi. A posto? Un sorso d’acqua? Adesso che abbiamo ripreso tutti quanti il nostro aplomb vi invito a procurarvi in qualche modo il brano in questione – non sarà troppo difficile per voi, giovani informatici nell’era del download – e a dargli un’ascoltata. Ora: non è che vi cambierà la vita, ma vi garantisco che vi lascerà piacevolmente sorpresi e che, fra i mille e mille apocrifi del Godfather of Soul che sono stati redatti, merita una menzione speciale per competenza e ardore. Io lo posseggo da un bel po’ di anni in obsoleto vinile (essere matusa, come si diceva ai miei tempi, ha i suoi vantaggi), su un volume della collana della Rhino “Soul Shots”, bellissima serie della quale non mi sembra di avervi mai parlato. È che non si rintraccia più molto in giro delle sue undici compilazioni a tema uscite fra il 1987 e il 1988. Oltretutto: autentica manna quando il settore ristampe non aveva il peso che ha assunto per l’industria discografica ma che oggi, in un panorama fittissimo di raccolte, anche si trovassero non avrebbero la stessa rilevanza, pur regalando comunque un tot di gioielli ancora rari. Il tomo numero 6 prende il titolo proprio dalla canzone summenzionata ed è dedicato al cosiddetto blue-eyed soul. Volonteroso tentativo di dare una risposta all’eterna domanda: possono i bianchi cantare il blues?

Responsabile con altri della selezione, nelle note di copertina Don Waller comincia appropriatamente ricordando che nessuno si è mai posto il problema se i bianchi potessero o meno scrivere e/o suonare il blues, cioè il soul. Essendo sotto gli occhi di tutti che certo che sì. La storia della black music è piena di clamorosi esempi al riguardo e basti ricordare, per dire, che furono due caucasici a scrivere Dark End Of The Street per James Carr e che Aretha Franklin era l’unica persona di colore presente in studio quando registrò il suo classico dei classici, I Never Loved A Man The Way I Love You. E se è la sua lettura a fare immortale la canzone il lavoro degli strumentisti dietro la magnifica voce è ben più che meramente competente. Evidenzia sentimento. Anima. Cantare il soul è però una differente faccenda o almeno così ho sempre pensato. Quasi sempre ma non più. Andiamo per gradi?

Per quanto Waller si spenda brillantemente devo dire che negli anni non ho frequentato granché quel disco, di sicuro il meno ascoltato della serie, meno anche del volume 3, quello degli strumentali. Non che sia mediocre, tutt’altro, si tratti dei Soul Survivors che in una scoppiettante Expressway To Your Heart fanno il verso agli Young Rascals o di Bob Brady & The Conchords che con Illusion omaggiano scopertamente Smokey Robinson, di Billy Joe Royal che pare a momenti Garnet Mimms in I Knew You When piuttosto che di Lonnie Mack che osa affrontare Where There’s A Will, There’s A Way, cavallo di battaglia di Sister Rosetta Tharpe, e se la cava. Ma rispetto a cosa si incontra sui restanti volumi qui siamo alle curiosità per intenditori, non di più. Così, per quanto spassoso, “I’m White, I’m Alright” non mi fece cambiare idea sul fatto che no, non ce n’è per i bianchi che vogliono cantare il soul.

Eddie Hinton - Very Extremely Dangerous

Avanzamento veloce di qualche anno, a una data imprecisata probabilmente poco oltre la metà dei ’90. Un amico di sua iniziativa acquista per me una copia di “Very Extremely Dangerous”, 33 giri di Eddie Hinton di ardua reperibilità infine ristampato su CD. Non è che me la regala, la compra, me la fa pagare e mi dice: “Mi ringrazierai”. E infatti lo ringrazierò. Ecco: è stato quando ho ascoltato per la prima volta Hinton che la convinzione dianzi espressa ha cominciato a vacillare. Uscito in origine nel marzo 1978, l’album nella sua stampa primigenia è parecchio raro perché la Capricorn chiudeva i battenti poco dopo la sua pubblicazione. È lì che la vita prendeva a girare veramente male per il nostro uomo, sublime perdente all’esordio discografico in proprio dopo tanto avere scritto e suonato per altri nella seconda metà degli anni ’60 – qualche nome? Joe Tex, Wilson Pickett, Bobby Womack, Percy Sledge, Solomon Burke, Dusty Springfield, gli Staple Singers, la stessa Aretha – e dopo essersi per qualche tempo perso nelle prime storiacce di alcool e droga. Fortemente voluto da Phil Walden, già manager di Otis Redding, è un piccolo capolavoro che davvero si fa fatica a credere (anche la copertina in tal senso ingannevole) non sia di un nero, venendo forse gli unici dubbi da un’iniziale You Got Me Singing situata esattamente a mezza via fra Otis e il Bruce Springsteen in transito da “The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle” a “Born To Run”. Molto del resto è un formidabile ricreare atmosfere ed emozioni dei dischi di Big O, con un pizzico di B.B. King nel trillante blues Shoot The Moon e una particolare enfasi gospel in Yeah Man. Tutti brani dello stesso Hinton e paradossalmente la sola cover in programma è Shout Bamalama, vale a dire un Otis Redding che non sembra Otis Redding ma Little Richard. Per Hinton il fallimento dell’etichetta di Macon è un colpo durissimo che lo fa sprofondare in una nuova crisi esistenziale da cui non emergerà più. Ricadrà nelle cattive abitudini, cercherà conforto nella religione, farà altri album (apprezzabili ma non – letteralmente – trascendentali), perderà tragicamente la moglie e, al ritorno in patria da un soggiorno in Italia (dove era di casa nei primi ’90), schiatterà per un infarto il 28 luglio 1995, cinquantunenne. Edward Craig Hinton aveva indubitabilmente il blues. Una fortuna? Una disgrazia? Fate voi. Per quanto mi concerne, giacché credo che l’essenziale sia lasciarsi dietro almeno una minuscola cosa sublime, io invidio Hinton, che seppe trasformare il dolore in bellezza.

Country Got Soul Volume Two

Non ci importava nulla di nessuna musica che fosse bianca. Per quanto mi riguardava, pensavo sempre a me stesso come a un nero. Che la mia pelle fosse bianca mi risultava inspiegabile.” (Dan Penn, dal libretto del primo “Country Got Soul”)

Se William Faulkner avesse sposato Bessie Smith, il figlio sarebbe stato Rob Galbraith!” (pubblicità citata nel libretto di “Country Got Soul Volume Two”)

Solo che in nessun modo Faulkner avrebbe potuto sposare l’Imperatrice del Blues, al più fantasticare di farlo e negando a se stesso l’evidenza della fantasia, e in ogni caso la Smith si sarebbe rifiutata. Ma sono discorsi che ci porterebbero troppo lontano, da Galbraith (bravo in una saltellante Corner Of Spit And Whittle) e più in generale dalla musica, e che richiederebbero molte pagine quando già le due che avevo si sono ridotte a due colonne. Vado al sodo, alla pappa, alla ciccia.  Al doppio e anzi triplo evento discografico che mi ha dato lo spunto per scrivere questo mese dell’anima di voi poveri bianchi. Era uscita nel 2003, per la britannica Casual, una splendida antologia chiamata “Country Got Soul”, con dentro Magic Hinton (una Running Back To You a me sconosciuta e degna di James Carr) e insieme altre quattordici meraviglie che hanno compiuto il miracolo di persuadermi definitivamente che Don Waller aveva ragione, che il soul può tranquillamente allignare nelle corde vocali di gente desolatamente povera di melanina. È una raccolta, che pesca prevalentemente nel periodo ’67-’73, da perderci la testa, dal talking funk di Larry Jon Wilson Sheldon Church Yard che la inaugura al ritornello micidiale, randellato da ottoni da paura, di If Love Was Money di Dan Penn che la suggella. Non si butta via niente, che sia la declamazione gospel su organo pulsante di I Hate Hate di tal Razzy o il James Brown a Nashville di Hey Good Looking di Charlie Rich, dello sculettare come di rado i Rolling Stones più puttani di Short End Of The Stick di Donnie Fritts o della sbarazzina Where’s Your Love Been di Sandra Rhodes. Ebbene… rullo di tamburi…  ce n’è adesso fuori un secondo di “Country Got Soul”, con artisti che ritornano (Hinton mai così seducente come nella rauca I Can’t Be Me) e ulteriori favolose scoperte. Fra cui: un Townes Van Zandt del 1966, inedito e nerissimo. E ancora: una Bonnie Bramlett che, con una liricamente ardita per l’epoca (1974) Your Kind Of Kindness, ci fa capire perché fu la prima Ikette bianca; e un certo Wayne Carson che offre una martellante Soul Deep, canzone di cui dovreste conoscere la versione dei Box Tops. Io sul subito mica ho realizzato che stavo ascoltando l’interpretazione di chi il pezzo l’ha scritto! È stato scorrendo l’esauriente libretto che ho poi scoperto che Carson è stato un autore di più che discreto successo, avendo venduto per interposta persona quei settantacinque milioni di dischi e sì, avete letto bene.

Ma non c’è due senza tre e allora ecco che la Casual medesima porta nei negozi, in contemporanea al secondo “Country Got Soul”, “Testifying”, debutto della Country Soul Revue, ossia tutti quei bianchi che si credevano neri e che (Eddie Hinton assente giustificato) si sono ritrovati qualche mese fa a Nashville per una rimpatriata che è un po’ il “Buena Vista Social Club” di quel country che aveva anima. Album di una spettacolare freschezza, con gli attempati Tony Joe White e George Soule, Larry Jon Wilson e Bonnie Bramlett, Donnie Fritts e Dan Penn sugli scudi come non direi mai ma quasi mai, fra un pigro funk-blues (Who You Gonna Hoo-Doo Now) e un Isaac Hayes che incontra il Boss (Sapelo), una cosuccia per la quale Van Morrison ormai ucciderebbe (Chicago Afterwhile) e un ilare incrocio fra i Beatles e Booker T. & The MG’s (Super Soul Beat).

Il 2002 ebbe Solomon Burke. Il 2003, Al Green. Il 2004 ha avuto la Country Soul Revue. Non aggiungo altro.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.80, gennaio 2005. Ristampato in Scritti nell’anima, Tuttle Edizioni, 2007.

5 commenti

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5 risposte a “Dillo forte! Sono bianco e me ne vanto! Eddie Hinton e altri visi pallidi del soul

  1. marktherock

    Grazie VM, anche se questo articolo me lo ricordo quasi a memoria, tante sono le volte che sono andato a rileggerlo, sia su Blow Up che su Scritti nell’Anima, perchè per me Eddie Hinton è Dio. Lui e Steve Cropper le chitarre “bianche” del soul sudista e per i quali i Muscle Shoals Studios sono stati una seconda casa. Poi, davvero: poveri, ma poveri quelli che non hanno mai sentito quella bomba d’album che è Very Extremely Dangerous. E se proprio volessero una scorciatoia verso la felicità, i suoi tre pezzi (splendidi, che lo dico a fare?) sui due Country Got Soul ci fanno rimpiangere ancor più quel troppo poco che quest’omone gentile ci ha lasciato in questa vita

    • Anonimo

      mi correggo, sono solo due i pezzi di Big Eddie, rispettivamente uno per volume dei Country Got Soul. Ma sono così belli che è come se fossero non tre, ma venti.

  2. Stefano Piredda

    Ecco. Queste sono quelle cose che mi fanno IMPAZZIRE!
    Ma lo sai, Maestro, che giusto QUESTO POMERIGGIO ho recuperato il numero 80 di BU e mi sono riletto ‘sto pezzo?
    E adesso me lo ritrovo qua!
    Incredibile. In-cre-di-bi-le!
    Vabbé.

    (tra l’altro, Eddy, stavo cercando il numero col tuo pezzo su Townes Van Zandt e non sono riuscito a trovarlo: quale caspita di numero era, me lo sai dire? Grazie)

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