Sweet Dreams Were Made Of This: Patsy Cline e la nascita del country moderno

Patsy Cline

È finita in effige su un francobollo, le hanno dedicato documentari e un film (Sweet Dreams, 1985; con Jessica Lange), su di lei hanno scritto tesi di laurea e almeno tre biografie maggiori, ma nessuno ha riassunto tanto bene le ragioni di un fascino intramontabile come l’articolista che su “Time” nel 1996, in un breve pezzo in cui ne constatava la perdurante influenza prendendo in esame alcune epigone (la più illuste resta k.d. lang), annotava che “she transformed hurt into art”. Echeggiando quanto lei stessa aveva dichiarato nel 1962 in un’intervista radiofonica rispondendo a una domanda sul suo modo di cantare: “Oh, I just sing like I hurt inside”. E non era un atteggiarsi bensì una constatazione. Una rivelazione improvvisa – innanzitutto a se stessa – di un’anima che si scopre indifesa, inadeguata al confronto con le brutture del mondo. Se tutte le testimonianze giunteci su Patsy Cline riferiscono di una donna grintosa e solare, il più femminile dei maschiacci, trasmette ben altra impressione una parte consistente del lascito discografico. Una canzone in particolare, non fra le più celebri, Does Your Heart Beat For Me: parrebbe di ascoltare Billie Holiday non fosse che no, nemmeno Lady Day avrebbe potuto farne sanguinare un simile, quieto profluvio di emozioni.

È stata appena pubblicata dalla solita Hip-O Select una doppia raccolta chiamata (di nuovo!) “Sweet Dreams”. Cosa sia lo chiarisce il sottotitolo: “The Complete Decca Studio Masters 1960-1963”. Sul subito non si direbbe chissà quale straordinaria notizia, visto che alla voce “Compilations” la All Music Guide elenca svariate centinaia di dischi e una ricerca su Amazon effettuata appena prima di porre mano a questa pagina ha dato come stupefacente esito 1084 risultati. E invece sì che è una notiziona perché, per quanto incredibile possa sembrare, negli ormai quarantasette anni trascorsi da una morte che la colse quando di anni non ne aveva che trenta, un’integrale (e oltretutto sistemata in ordine cronologico) dei ventisette cruciali mesi che fecero di Patsy Cline la voce femminile più importante della storia del country non l’aveva messa insieme nessuno. Né è l’unica buona nuova visto che, a parte il libretto di ottima fattura e l’eccellente lavoro sui suoni che si possono dare per scontati quando a griffare è il marchio di cui sopra, molto intelligentemente si è optato per una collezione completa a livello di titoli (cinquantuno) ma senz’ombra di takes alternative. Non a uso del filologo quanto per l’appassionato. Ciò che conta avere di questa artista che fece così tanto in così poco tempo è quasi tutto qui. Manca (è presente una versione successiva) la Walkin’ After Midnight originale. Mancano i due soli brani in calce ai quali appose la sua firma, A Stranger In My Arms e Don’t Ever Leave Me Again, e insomma e ovviamente tutto ciò che incise – diciassette singoli e un LP – fra il 1955 e il 1960 per la Four Star. Non avesse dato alle stampe che quello, la Cline sarebbe rimasta una noterella a pie’ di pagina giusto nelle trattazioni più poderose sulla popular music negli USA di metà Novecento. Non per colpa sua ma per via di un contratto che le imponeva di cantare solo composizioni di cui l’etichetta deteneva le edizioni. Nemmeno le giovava, non essendo una seconda Wanda Jackson, venire spesso costretta a misurarsi con il rockabilly. In quelle registrazioni pare a disagio, rigida. Scontento pur’egli della situazione e persuaso che la ragazza avesse un potenziale immane fino a quel punto non sfruttato, il produttore Owen Bradley si affrettava, esauritosi il rapporto con la Four Star, a farla accasare alla Decca. Avete presente lo stacco qualitativo fra la Aretha Franklin del periodo Columbia e quella che si disvelava sin dalle primissime incisioni per la Atlantic? Ecco…

Scarto anche stilistico quello fra la prima Patsy Cline, elevata a una discreta ma in breve declinante fama da Walkin’ After Midnight, e quella della maturità, riportata in auge dal malinconico swingare di I Fall To Pieces, sofisticato e assai poco country in rapporto alla tradizione precedente del genere. Esattamente a partire da questa canzone, registrata nel novembre 1960, non soltanto viene rilanciata una carriera poi costellata, sino alla prematura scomparsa dell’interprete, di un successo via l’altro ma una musica di radici rurali inizia ad assumere i suoi connotati moderni, urbanizzandosi, incrociandosi con il pop, assorbendo elementi dal jazz. Il più classico Nashville Sound, caratterizzato da arrangiamenti importanti, prenderà le mosse da qui, però esagerando e non incolpatene allora né Bradley né Patsy. Il primo bravissimo a non calcare mai la mano e a variare spesso lo spartito, giocando pure con influssi blues e doo wop, tenendo quasi sempre fuori dal quadro il rock’n’roll ma in compenso non negando l’occasionale twang alle chitarre. La seconda a insinuare immancabilmente in un contralto espressivo come pochi il pathos di chi presagisce che alle percosse e ai dardi di una sorte oltraggiosa dovrà arrendersi troppo presto. Sopravvissuta miracolosamente a due seri incidenti stradali, Patsy Cline moriva il 5 marzo 1963 cadendo con l’aereo da turismo che la stava portando da Kansas City a casa sua, dai suoi bambini, a Nashville. La tradiva la generosità, l’avere voluto a tutti i costi partecipare a tre spettacoli organizzati per raccogliere fondi per la famiglia di un giovane dj, ammazzatosi in auto pochi giorni prima.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.672/673, luglio/agosto 2010.

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