John Coltrane: due collaborazioni

Duke Ellington & John Coltrane

Duke Ellington & John Coltrane (Impulse!, 1962)

Ben ventisette anni separano il Duke Ellington e il John Coltrane (nondimeno il più anziano sopravviverà al più giovane di sette) che in un giorno di settembre del ’62 si recano, portando con sé le rispettive sezioni ritmiche, nello studio del New Jersey in cui Rudy Van Gelder e Bob Thiele li stanno aspettando per immortalare su nastro i risultati dell’auspicabilmente storico incontro. Il primo si sta inoltrando in una splendida vecchiaia che persino ultrasettantenne lo vedrà spostare avanti i confini di una musica di cui la godibilità ha sempre mascherato la modernità suprema. Il secondo è nell’esatto centro (“My Favorite Things” è del 1960, “A Love Supreme” arriverà nel ’64), dopo gli anni divisi con Miles Davis e il forse tardivo approdo alla leadership, di una maturità che cambierà per sempre il jazz. Incendio creativo via via più furioso che del suo fisico non lascerà che ceneri. Per i critici più conservatori, che non sentono più melodia in ciò che fa, è già troppo avanti. Li ha parzialmente placati, l’anno prima, il soffice e a dire il vero un po’ manierato “Ballads”. Apprezzeranno anche di più il sodalizio di un giorno con un Duca chiaramente al comando delle operazioni.

Come accadrà di nuovo da lì a un anno, quando si troverà ad accompagnare Johnny Hartman, Coltrane è qui un gregario, tuttavia di quelli essenziali per la vittoria della squadra. Firma solo la felina Big Nick mentre il resto, a parte la malinconica My Little Brown Book di Billy Strayhorn, è di Ellington, a partire da una delle migliori In A Sentimental Mood mai udite. Disco che dispensa in eguale misura eleganza e sentimento, swing e malinconia. Come recita il titolo dell’ultimo brano: The Feeling Of Jazz.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.235, maggio 2003.

John Coltrane And Johnny Hartman

John Coltrane And Johnny Hartman (Impulse!, 1963)

Nelle foto che adornano la confezione di quest’album memorabile e unico, Johnny Hartman dimostra decisamente di più dei non ancora quarant’anni che aveva quel 7 marzo 1963 in cui ad accompagnarlo in uno studio del New Jersey arrivò John Coltrane, con al seguito i fidi McCoy Tyner, Jimmy Garrison ed Elvin Jones. Pare un pacifico impiegato prossimo alla pensione (cui non sarebbe arrivato: morirà sessantenne) colto in un momento di relax. E poi apre bocca ed è un’epifania musicale di quelle che non si dimenticano, il cui ricordo ti accompagna per tutta la vita e che ti senti senza posa indotto a rinnovare. Comprando naturalmente altri dischi: di costui sono indispensabili oltre a questo perlomeno altri due Impulse!, “I Just Dropped To Say Hello”, registrato sempre in quel formidabile 1963, e “Unforgettable”, versione espansa in digitale di un altro grande LP di tre anni posteriore, “Unforgettable Songs”.

Il Johnny Hartman che incontra ’Trane con la sapiente regia di Bob Thiele manca da una sala di incisione da sette anni, ma non è minimamente arrugginito. La voce soffusa e confidenziale modella They Say It’s Wonderful di Irving Berlin come a nessuno è riuscito mai, disegnandone la versione definitiva, mentre Jones letteralmente carezza la batteria, Garrison procede felpato, Tyner infila illuminazioni di immenso nelle pause fra una nota e l’altra e Coltrane soffia malinconico e dolcissimo. Per quanto straordinario sia il gruppo, è comunque Hartman il mattatore assoluto, in sei ballate languide e tristi (solo mezz’ora: peccato) che per chi scrive rappresentano il migliore jazz vocale di sempre. Persino oltre Jimmy Scott. Ascoltate una sorniona Lush Life di Billy Strayhorn e sappiatemi dire.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.234, aprile 2003.

2 commenti

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2 risposte a “John Coltrane: due collaborazioni

  1. antonio

    Jimmy Scott aveva una voce sensazionale (anche se viene ficcato nel jazz un po’ a forza), con Hartman fatico, anche se il gruppo che lo accompagna è straordinario. Il fatto è che ha quell’impostazione che non me lo fa digerire. Persino Lush life che è una delle mie canzoni preferite (tra l’altro Strayhorn impazziva per questa versione) e che trovo splendida anche in interpretazioni di cantanti anche assai meno quotati qui mi piace meno del solito. Però immagino dipenda anche dai miei gusti, adoro un Hoagy Carmicheal che per molti come cantante era modesto.

    • marktherock

      Jimmy Scott è un pò come certe montagne del Tour de France: hors categorie. Effettivamente il timbro ma anche il suo modo d’interpretare è talmente personale che quello che viene dietro (siano orchestre intere o semplici trii/quartetti) non può che esserne quasi totalmente oscurato. Il suo concerto al Piccolo Regio di inizio millennio è ancora lì, impresso indelebilmente tra le memorie più care

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