Songs That Dreams Are Made Of (quel piccolo grande uomo di Jimmy Scott)

Jimmy Scott

La Rough Guide To Jazz (754 pagine) non gli dedica una scheda. La All Music Guide To Jazz (1378 pagine) non gli dedica una scheda. La Penguin Guide To Jazz On CD (1745 pagine) non gli dedica una scheda. Potrebbe suscitare forti perplessità allora, in chi non lo conosce (gli altri sanno), l’affermazione che vado a fare: Jimmy Scott è il più grande cantante jazz di sempre. Capisco che la mia parola possa non bastarvi. Chiamo allora al banco dei testimoni Quincy Jones. Costui, giovanissimo, nel 1948 era una delle trombe dell’orchestra di Lionel Hampton, di cui Little Jimmy Scott era uno dei cantanti: “Quando veniva il suo momento era puro dramma. Eccolo lì, immobile davanti al microfono, spalle curve, occhi chiusi, la testa inclinata da un lato. Cantava come un corno, fraseggiando con la voce come fosse uno strumento, ed era emozionantissimo. Ogni notte Jimmy faceva a brandelli il mio cuore”. Little Jimmy…

Si chiama sindrome di Kallmann ed è una rara malattia ereditaria. Fondamentalmente, una deficienza ormonale. Chi ne soffre era condannato un tempo a restare per tutta la vita nella zona d’ombra tra infanzia e adolescenza, con la statura e la voce di un bambino di dieci-undici anni. Questa maledizione colpì Jimmy Scott, nato il 17 luglio 1925 a Cleveland, Ohio, da Arthur e Justine Scott e privato da un incidente stradale dell’amatissima madre (colei che l’aveva iniziato alla musica) proprio quando il male cominciava a manifestarsi. Questa benedizione colpì Jimmy Scott, donandogli una voce androgina che una volta conosciuta è impossibile dimenticare, o confondere. Lui ha messo il resto: tecnica, sensibilità, sentimento. Ma torniamo al 1948.

Quando comincia a lavorare con Hampton, benché appena ventitreenne Little Jimmy Scott ha già un sacco di storie da raccontare. Ha girato tutti gli Stati Uniti nei primi anni ’40 con lo spettacolo della contorsionista Estelle “Caledonia” Young e da lì è passato, raccomandato nientemeno che da una leggenda del pugilato quale Joe Louis, a uno dei locali newyorkesi più prestigiosi, il Baby Grand, sulla 125sima Strada. Là si è creato un seguito tra i più singolari: gangster, tossici, papponi, puttane, omosessuali, spostati di varia forma e natura. Tutti loro amano le canzoni che già canta e canterà sempre: ballate lente, lentissime (perché “puoi cantare alla velocità che vuoi ed è il gruppo che deve seguirti”), inni d’amore terreno resi con tale intensità da non potere essere poi catalogati che alla voce “musica sacra”. Nell’orchestra di Lionel Hampton, una delle più popolari del tempo, Scott si fa man mano strada, fino a incidere nel 1950 le sue prime quattro canzoni, Everybody’s Somebody’s Fool, I Wish I Knew, Please Give Me A Chance e I’ve Been A Fool (Thinking You Cared), oggi rintracciabili sulla raccolta Decca Jazz che prende il nome dalla prima. Fragili filigrane di xilofoni e fiati e organi da un’altra dimensione tenute assieme da una voce impossibilmente alata.

Sembrerebbe che la strada per il successo sia in discesa, ma Little Jimmy Scott è un giovanotto pieno di problemi e che dà problemi. Beve molto e fotte di più, non mancandogli mai la materia prima visto che le donne si mettono in coda per lui davanti ai camerini, e avendone anzi pure troppa, dal momento che anche gli uomini si mettono in coda per lui. Che non gradisce (si faccia uno sforzo per comprendere il suo disperato bisogno di riaffermare costantemente, a se stesso e al mondo, la propria virilità) e quando la situazione diventa pesante non esita a estrarre la pistola che porta sempre con sé. Chissà se la sfodera anche il giorno che va da Gladys Hampton, consorte di Lionel e amministratrice dell’orchestra, e si lamenta della paga bassa. Viene licenziato. Sarà la strada per l’oblio, per quarant’anni, a essere in discesa.

Il 1951 lo vede con un gruppo decisamente meno celebre, quello di Paul Gayten. Una registrazione dal vivo, di qualità tecnica infima, alla Rip’s Playhouse di New Orleans (“Live In New Orleans”, Specialty) ci regala cinque sue tracce da tachicardia. Più di tutte (non a caso è quella in cui gli accompagnatori sono più discreti) una The Loneliest House On The Street che è parte House Of The Rising Sun e parte Heroin. Scott la toglierà a un certo punto dal repertorio “perché ogni volta che la cantavo piangevo”.

Nel 1955 Scott si rovina con le sue stesse mani. La destra, per essere precisi. Firma un contratto per la Savoy di Herman Lubinsky (possa per questo, il bastardo, essere dannato) che ne fa uno schiavo. Il primo prodotto del faustiano patto è nondimeno memorabile. In quattro sedute, alla prima delle quali partecipa Charles Mingus (che lo ammira da quando era pure lui con Hampton), il Nostro registra i dodici brani che daranno vita a “Very Truly Yours” (attualmente recuperabile su Savoy giapponese, da solo o insieme al successivo “All Over Again”). Dodici blues dieci piani di morbidezza con qualche stiloso ammicco a Broadway (The Show Goes On) e tanto soul (Imagination, How Can I Go On Without You, When Did You Leave Heaven, Why Don’t You Open Your Heart) molto prima che di soul si parli.

Il disco non è promosso per niente e niente vende. Lubinsky si dimentica di Scott. Se ne ricorda quattro anni più tardi e meglio sarebbe stato il contrario, visto che lo spedisce in studio con un’invadente sezione d’archi che si impegna strenuamente ad assassinare la dozzina di canzoni di “All Over Again”. Persino uno dei classici scottiani per antonomasia, Sometimes I Feel Like A Motherless Child, soccombe a un arrangiamento insensatamente greve. Si salva How Else: “Quando ti sentirai triste e infelice / sarò lì a piangere con te / a dividere il tuo dolore / in quale altro modo potrei dirti ‘ti amo’…”.

E poi se ne ricorda di nuovo quando nel 1962 Ray Charles, che adora Jimmy Scott e vede in lui un maestro, produce “Falling In Love Is Wonderful”. L’album, che ha fama di essere un capolavoro e non è mai stato ristampato, vede la luce su Tangerine e vende bene per qualche settimana, fin quando Lubinsky minaccia un’azione legale asserendo che il cantante è ancora legato alla Savoy e lo fa ritirare dal mercato.

E una volta di più quando nel 1969 esce, su Atlantic, “The Source”. Stessa storia. Viene tolto dai negozi dopo pochi giorni. Siccome Nesuhi Ertegun è un altro genere di discografico (un esemplare raro: un gentiluomo) e si è impegnato con Scott per due 33 giri, gli consente di mettere su nastro il secondo ben sapendo che non potrà pubblicarlo. Non solo. Gli mette a disposizione fior di musicisti (Billy Cobham alla batteria) e un arrangiatore del calibro di Eumir Deodato. L’atmosfera dev’essere stata surreale in quei tre giorni, dal 17 al 19 ottobre del 1972, in cui si registrò sapendo che nessuno avrebbe mai potuto ascoltare. Ma per fortuna non è andata così, alla fine.

Jiimy Scott - Lost And Found

Edito dalla Sequel nel 1994, “Lost And Found” è il primo CD di Jimmy Scott da mettersi in casa. Ci sono cinque canzoni da “The Source”, tra cui la più bella versione di Unchained Melody che mai si sia udita, e cinque dall’album perduto, tra cui una The Folks Who Live On The Hill scarnificata fino a un nucleo ove il dolore si fa estasi. Perché con Jimmy Scott “meno” è davvero “più”. Tanto più i musicisti sono defilati, tanto più la voce avvince, danza incorporea in moviola tra batterie e pianoforti in punta di dita, fiati felini, archi commossi, chitarre sanguinanti seduzione e swing. E questo è quanto accade in “Lost And Found” come nei quattro lavori, di variabile ma sempre notevole bellezza, realizzati dal Nostro dal 1992 a oggi.

Avete letto bene: 1992. Vent’anni dividono le ultime incisioni per la Atlantic dalle prime per la Sire. Ritiratosi per oltre un decennio, Scott torna a cantare in pubblico intorno alla metà degli anni ’80, spinto dalla moglie Earlene. Nei bar, nelle hall di alberghi tristi, in serate per pensionati (gente della sua età, no?), accompagnato da musicisti dilettanti allo sbaraglio. Jimmy McDonough, nelle note di copertina di “All The Way”, racconta di averlo visto esibirsi più volte a Harlem e a Newark, sempre elegantissimo, di fronte a platee di dieci ubriachi o meno. Riferisce anche di un’altra notte, più affollata, di un gruppo sgangherato, di un sassofonista egocentrico e sciocco che soffocava con i suoi petulanti assoli l’esile Voce. Un disastro di serata, fin quando Jimmy Scott non pregò il gruppo di assentarsi un attimo e cantò a cappella Why I Was Born (potete ascoltarne una versione in studio su “Everybody’s Somebody’s Fool”). Il pubblico impazzì. Invidio selvaggiamente il signor McDonough.

Le tante serate piano piano cominciano a pagare. Il passaparola le rende via via più affollate. Si crea un circolo di cultori illustri. David Byrne è uno e Lou Reed un altro, ma il più appassionato è Doc Pomus, che invano sfrutta tutte le sue entrature nell’industria per procurare un ingaggio a Scott e addirittura scrive una lettera aperta a “Billboard” lamentando che un simile tesoro americano sia  negletto. Poi Pomus muore e al funerale, accompagnato all’organo da Dr. John, Jimmy Scott canta per l’amico scomparso il classico di George e Ira Gershwin Someone To Watch Over Me. Siccome la realtà a volte supera la fantasia, il patron della  Sire Seymour Stein ne è tanto colpito che offre al nostro eroe un contratto. E così Doc Pomus finisce per vincere la sua battaglia.

Già presente su “Very Truly Yours”, Someone To Watch Over Me è il momento centrale (nel senso letterale del termine) di “All The Way”. Prodotto con mano felicissima da Tommy Lipuma, illuminato d’immenso da un cast stellare (Kenny Barron! Ron Carter!) e quel che più conta in perfetta sintonia con il protagonista principale, è un ritorno clamoroso se mai ve ne fu uno. Embraceable You, Every Time We Say Goodbye, My Foolish Heart, I’m Getting Sentimental Over You: nessuno come Jimmy Scott ha mai saputo prendere il più frusto degli standard e trasfigurarlo totalmente senza nulla fargli perdere in riconoscibilità.

Prima di “All The Way” l’unica occasione vera in trentatré anni di ascoltare Scott ci era stata offerta, pochi mesi prima, da Lou Reed, che lo aveva chiamato a un duetto in Power And Glory, sull’eccellente “Magic And Loss”. Dopo abbiamo avuto diverse ristampe e tre album nuovi. Stilosissimo, notturno, (ovviamente) onirico, “Dream”, del ’94, con superbe riletture di It Shouldn’t Happen To A Dream di Duke Ellington e, a un quarantennio dalla prima, di You Never Miss The Water. Tanto mistico da sembrare testamentario “Heaven” (non più per la Sire ma direttamente su Warner), del 1996, con una People Get Ready da favola e come sorprendente incipit e title-track un cavallo di battaglia dei Talking Heads (da “Fear Of Music”).

Il recentissimo “Holdin Back The Years”, edito dalla Artists Only!, allontana i mortiferi fantasmi incombenti sul predecessore e in populismo si spinge ben oltre, proponendo tra le altre Jealous Guy (John Lennon), Almost Blue (Elvis Costello), Nothing Compares To You (Prince via Sinead O’Connor) e addirittura Sorry Seems To Be The Hardest World (Elton John). Lungi dal risultare dozzinali, fanno l’effetto di incantata meraviglia che produsse Miles Davis riprendendo la Cindy Lauper di Time After Time. A proposito di Davis: lo ricorda assai, nelle tessiture e nelle atmosfere, il brano che intitola il lavoro. Bellissimo. Ci credereste mai che è dei Simply Red? Jimmy Scott trasforma in oro tutto ciò che tocca con la sua magica voce. Diceva bene il presentatore del “Live In New Orleans”: “songs that dreams are made of”, le sue canzoni sono fatte della materia dei sogni.

Chissà se le enciclopedie jazz si accorgeranno finalmente di lui…

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.19, dicembre 1999.

11 commenti

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11 risposte a “Songs That Dreams Are Made Of (quel piccolo grande uomo di Jimmy Scott)

  1. marktherock

    grazie, VM. Non abbiamo fatto in tempo a commentare pochi giorni fa la sua grandezza immensa nella pagina su Coltrane che arriva puntuale il peana di Little Jimmy. “The folk who lives on the hill” la metterei nelle mie 101 canzoni per cui vale la pena vivere (molto su, in quella classifica). Lo ripeto, stavolta non off-topic: il suo concerto torinese al Piccolo Regio nel 2001 è sempre lì, con me, il Mito a portata di mano. Pur con la voce ovviamente incrinata dall’usura del tempo (settantasei anni all’epoca, dico settantasei), una classe, una presenza, un carisma sciamanico non paragonabile e soprattutto indimenticabile

  2. marktherock

    peraltro, questa tua pagina sul BU dell’epoca prevedeva la coabitazione con un certo qual Terry Callier, e ditemi se non sono queste le pagine che possono cambiarti la vita (grazie ancora a te, a M. De Dominicis e, per quanto mi riguarda, a Massimo Padovan, l’uomo cui devo tutto per la mia conversione soul)

  3. Gian Luigi Bona

    Ottimo articolo Eddy, mi interessa molto. Noto con piacere che stai postando parecchi articoli sul jazz, musica che amo ma che sto scoprendo da poco.
    Per ora ascolto Miles ovunque.
    E Cannonball Adderly.

  4. Enrico Murgia

    Che bel pezzo! Io non conoscevo Jimmy Scott, o meglio credevo di non conoscerlo…Incuriosito dall’articolo e sentendo i pezzi da te citati, all’improvviso WHAAM ! Twin Peaks! La scena finale nella loggia! Ecco dove avevo sentito quella inconfondibile e meravigliosa voce…

  5. Giancarlo Turra

    Mi pare “Sycamore Trees”…

  6. Enrico Murgia

    Esatto!

  7. Grazie! Ho scoperto un mondo!

  8. Gian Luigi Bona

    Mi sono arrivati nello stesso giorno Lost and Found e Holding Back The Years. Sono rimasto a bocca aperta. Musica dell’anima, senza dubbio.
    Grazie Eddy.

  9. marktherock

    eh ma ce n’è ancora da recuperare ;)…come ti invidio, dover scoprire ancora i tesori di Little Jimmy! Fondamentali (almeno!) The Source e Falling in Love is Wonderful (disco che Ray Charles volle fortissimamente uscisse per la sua Tangerine) per il passato più lontano. Di quello dei Novanta, beh…ha detto tutto la pagina di eddy.

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