Teenage Heads – La lunga saga dei Flamin’ Groovies

Flamin' Groovies 1

Il primo complesso in cui ho suonato era un gruppo folk chiamato The Kingsmen, una roba alla Kingston Trio. Eseguivamo in prevalenza brani del Kingston Trio e insieme qualche canzone di Bob Dylan e altre di Peter, Paul And Mary. Tim Lynch era già con me e la formazione era completata da un tizio chiamato Jeff Young.

Così raccontava anni fa i suoi esordi Roy Loney, da tempo anch’egli “missing in action” (aveva calato un  poker di album a cavallo fra ’70 e ’80 ma dopo “Action Shorts”, AD 1993, non ha più dato notizie) e per un lustro metà, con Cyril Jordan, di uno dei migliori sodalizi compositivi che il rock ricordi. I ’60 non avevano raggiunto il giro di boa e negli Stati Uniti il folk revival era all’apice. I Beatles non si erano ancora esibiti all’“Ed Sullivan Show”, i Rolling Stones non avevano ancora rivenduto il blues agli americani, i Byrds non avevano ancora elettrificato Bob Dylan, Bob Dylan non aveva ancora elettrificato se stesso, l’LSD non aveva ancora spalancato le porte della percezione a una generazione intera. Insomma: il decennio favoloso, checché dicesse il calendario, era ancora una faccenda a venire. Quando arrivò, per l’unica volta in vita sua Loney si fece trovare pronto. Ma non gli servì a molto. Con l’innesto di George Alexander al posto di Young i Kingsmen erano diventati Capetown Singers e quando alla compagnia si unirono Cyril Jordan e Roy Greco si ribattezzarono dapprima Chosen Few, quindi Lost & Found. Comprati degli amplificatori cominciarono a girare bar e club con un repertorio di successi del momento, da Gloria dei Them a For Your Love degli Yardbirds. Non impressionarono nessuno, durarono pochi mesi, si sciolsero quando Alexander preferì loro gli Whistling Shrimp e si riformarono poco dopo quando tornò portando un batterista che sostituì Greco, Danny Mihm. E a quel punto assunsero una nuova identità, Flamin’ Groovies. In breve, alternando cover dei ’50 e le prime composizioni originali della coppia Loney/Jordan, rielaborando le radici folk e blues con spirito festaiolo e senza fronzoli, diventarono la più fantastica rock’n’roll band di San Francisco. Solo che si era fatto il 1966 e la città californiana, già genuflessa davanti a Grateful Dead e Jefferson Airplane, non era il posto ideale per essere una grande rock’n’roll band.

Ecco: a parte la qualità indistintamente elevata di tutta la loro peraltro scarna discografia, a parte il valore di un discreto gruzzolo di composizioni autografe memorabili, a parte la bellezza suprema di alcune interpretazioni di brani altrui, è questo il motivo per cui ai Flamin’ Groovies ho sempre voluto bene: che sono stati degli sfigati da subito. Neanche della serie “belli e perdenti” perché – diomio! – le avete viste le foto? Troppo gioiosamente casinisti per la nazione hippie persa in sperimentazioni lisergiche, troppo in anticipo e comunque non abbastanza grezzi né giovani per il punk e quando il Sixties revival occupò una fetta di ’80 non cinici a sufficienza da lucrarci su. Tanto da rompere le righe una volta di più (ormai, dopo tutti questi anni, si può anche dire: probabilmente l’ultima) proprio quando il relativo successo del semiantologico “One Night Stand” li aveva fatti scoprire a una nuova generazione di ascoltatori e dei loro discepoli chiamati Hoodoo Gurus si sentivano un po’ ovunque. Siccome hanno sempre sbagliato i tempi del loro agire, da allora il flusso delle raccolte di (in)successi e di scampoli di magazzino, di live e ristampe non si è più interrotto. Ultima della serie, giusto da qualche settimana nei negozi, è la riedizione in CD con l’usuale contorno di brani aggiunti di “Supersnazz” che, non volendo considerare tale l’autoprodotto e troppo succinto (erano finiti i soldi) “Sneakers”, fu nel 1969 il loro sospirato esordio a 33 giri.

Benché non sia il loro LP più riuscito, “Supersnazz” è lavoro di vaglia e dunque da conoscere e un punto di partenza buono quanto qualunque altro per accostarsi ai Groovies (essendo comunque quello ideale, soprattutto se ci si vuole limitare a un titolo, “Shake Some Action”). Per esso la Epic fece le cose in grande, una magnifica copertina alla Disney anni ’30 e 80.000 dollari, cifra favolosa per allora, a sovvenzionare le registrazioni. Peccato che li spese male, mettendoli in mano a un produttore inesperto, Stephen Goldman, che fece involontariamente tutto il possibile per fare suonare il disco come un demo. Peccato che, spaventata dal conto finale e dall’incapacità dell’album di ripagarsi immediatamente al botteghino, scaricò frettolosamente i Nostri, non approfittando della programmazione massiccia del 45 giri Rockin’ Pneumonia And The Boogie Woogie Flu da parte di alcune emittenti di New York e della stessa Frisco. I Flamin’ Groovies avevano perso il treno per la gloria. Fermata unica.

“Supersnazz” soffre, come ho detto, la produzione inadeguata e bisogna lavorare un po’ di fantasia per intravvedere sotto la patina di un suono opaco e al peggio fangoso i Groovies che saranno e che già erano. Ma si riesce e, pur maledicendo Goldman, fra il boogie di Love Have Mercy e il jazz rurale di Bam Balam, essendo Around The Corner postilla insignificante, si gode niente male. Sono soprattutto le cover ad avvincere: il rock’n’roll rutilante di The Girl Can’t Help It, un brano di Bobby Troup tagliato su misura per Little Richard, e del classico di Gene Vincent Rockin’ Pneumonia And The Boogie Woogie Flu e quello tagliente alla Who del medley fra Somethin’ Else di Eddie Cochran e Pistol Packin’ Mama si imprimono indelebilmente nella memoria. Sarà sempre di Jordan e compagni la capacità (rara) di prendere brani altrui e farli completamente propri restando fedeli a lettera e spirito degli originali. Ciò che fa inferiore “Supersnazz” ai suoi successori è che le composizioni autografe, quattro firmate dal solo Loney e altrettante Loney/Jordan, non brillano ancora di luce propria, pur essendo godibili. In special modo la succitata Love Have Mercy, A Part From That, morbida ballata elettrica, e una Pagan Rachel odorosa di vicoli di New Orleans.

Flamin' Groovies 2

Saranno tuttavia altra cosa quelle che riempiranno “Flamingo” e “Teenage Head”, usciti fra il 1970 e il 1971 per una Kama Sutra che si illudeva di avere fra le mani i nuovi Lovin’ Spoonful. Figurarsi! Della romantica carineria del gruppo di John Sebastian non hanno nulla e del resto già nei begli scatti di copertina i Flamin’ Groovies sembrano piuttosto una via di mezzo fra Stooges e Stones. Offrono in totale tre cover – il primo una Keep A Knockin’ di Little Richard eseguita adeguatamente a rotta di collo, il secondo una Have You Seen My Baby? di Randy Newman iniettata di testosterone e una malevola 33-02 di Robert Johnson – ed evidenziano entrambi l’accresciuta statura compositiva di Loney e Jordan, che firmano un capolavoro assoluto di orroroso rock’n’roll, la canzone che battezza “Teenage Head”, e diversi altri brani stellari. In “Flamingo”, l’indiavolato blues elettrico di Comin’ After Me, la spettacolare cavalcata di Headin’ For The Texas Border, il pigro errebì di Jailbait, una She’s Falling Apart che potrebbe appartenere ai Beatles psichedelici e infine una Road House che anticipa chiaramente pub- e punk-rock. In “Teenage Head”, lo stomp diddleyano di High Flyin Baby, una Yesterdays Numbers che non ci si stupirebbe di scoprire firmata Jagger/Richards e una Evil Hearted Ada che preconizza i Cramps. Non proprio il tipo di materiale che poteva rendere ricchi nel ’70-’71, né in qualunque altra epoca tranne forse il 1965. Giusto il tipo di canzoni che fanno di una band un nome di culto.

Proprio il culto di cui erano ormai fatti oggetto in Gran Bretagna e in Francia faceva sì che i Groovies sopravvivessero alle defezioni di  Lynch, Mihm e addirittura di Loney, rilevati da James Farrell, David Wright (dopo un breve interregno di Terry Rae) e Chris Wilson, e a cinque anni costellati di concerti e tour occasionali (nessuno in patria), contratti discografici durati niente e una manciata di uscite a 45 giri. Ne riemergevano con una delle pietre miliari della storia del rock.

In copertina i Flamin’ Groovies, completi neri e stivaletti a punta, paiono i Rolling Stones pre-sbandata lisergica. Nei solchi di “Shake Some Action”, registrato nei leggendari Rockfield Studios di Monmouth, Galles del Sud, con a produrre un artista che parlava la loro stessa lingua quale Dave Edmunds, riepilogano vent’anni e oltre (molto oltre; fino ad azzardare una rilettura di St. Louis Blues di W.C. Handy) di vicende rockiste. Scrivono Jordan/Wilson e come scrivono! Shake Some Action, la canzone, è un classico di chitarre in discesa libera sul pendio di un riff epico che da solo basterebbe a consegnare i Groovies alla Storia. E poi Yes It’s True e You Tore Me Down, sensazionali apocrifi beatlesiani, e il pop senza tempo di I’ll Cry Alone, e ancora… A proposito di Fab Four: i Nostri osano rifare Misery e sbancano. E rifanno anche She Said Yeah di Larry Williams, usando come versione di riferimento però quella degli Stones, e vincono ancora. “Shake Some Action” è la mediazione perfetta fra gli Scarafaggi pre-“Revolver” e le Pietre Rotolanti pre-“Their Satanic Majesties Request”. Se vi pare poco… Fosse uscito un anno più tardi, pur azzeccandoci nulla con il punk, altre e migliori sarebbero state le sue sorti commerciali. E invece no.

Avrei tanto da raccontare ancora, ma lo spazio è tiranno e allora me la cavo velocemente. Cercate e comprate anche “Now”, pur’esso prodotto da Edmunds e datato 1978. Stessa formazione, sublimi originali come Between The Lines (con tanto di mellotron) e la ballata Take Me Back, una Feel A Whole Lot Better più bella di quella dei Byrds, una Paint It Black quasi più bella di quella degli Stones, una There’s A Place da commuovere gli esegeti dei Beatles. “Jumpin’ In The Night”, di un anno posteriore, ha una facciata di originali e un’altra quasi tutta di cover. Migliore la seconda (svetta la Werewolves Of London di Warren Zevon). Non un buon segno.

E difatti, dopo, tutto andava in malora, con la fuga di Wilson (che ritroveremo nei Barracudas) e i soli Jordan e Alexander a cercare di far rivivere un sogno nel 1986 – fra tutti i posti possibili in Australia – per poi persuadersi, nel ’90, che era finito. Ma i sogni non muoiono mai.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.403, 27 giugno 2000.

1 Commento

Archiviato in archivi

Una risposta a “Teenage Heads – La lunga saga dei Flamin’ Groovies

  1. paolo

    questo è il motivo per cui ti amiamo. si può essere più sfigati dei flaming groovies? e oggi perchè i mumford and sons, tra tanti, invece, sono miliardari? it’s only rock n roll. diglielo a loro però…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...