Sarah Vaughan in alta fedeltà

Sarah Vaughan In Hi-Fi

Io li adoro questi dettagli: sul davanti di copertina in alto a destra la sigla “Lp”, una primizia per il tempo e stiamo parlando dei primissimi anni ’50, inserita in un cerchio a sua volta inserito in un quadrato sormontato da una scritta che promette “a high fidelity recording”. Ove sul retro si precisa che la sigla di cui sopra è “un marchio esclusivo della Columbia Records”. Il meglio sono, sempre sul retro di questo stupendo “Sarah Vaughan In Hi-Fi”, i consigli per l’acquirente che occupano una fascia in basso. Si va dall’abbastanza ovvio – “non usate una puntina già adoperata oltre il periodo consigliato (vedi tabella a destra)” – all’ovvissimo: “la superficie del disco deve essere tenuta pulita” e un impagabile “il piatto deve essere posizionato in piano”. Si avvisa che nessuna puntina è eterna e che eterni sono piuttosto i danni che uno stilo usurato può causare a una preziosa collezione di dischi (preziosa sul serio: chi si lamenta del prezzo dei CD dovrebbe andare a controllare quanto costava ovunque, in termini reali, la musica nel secondo dopoguerra e da lì fino a metà ’70; avrebbe una grossa sorpresa). E naturalmente si invita a chiedere al proprio rivenditore “la nuova puntina Columbia” (andrà bene uguale la mia Shure V 15 Type IV?), “progettata, testata e garantita dalla Columbia Records”. Vi interessa la tabella con le durate degli stili? Se in osmio (!) non bisogna superare le venti ore, se di zaffiro le sessantacinque, ove il diamante garantisce invece ben ottocento ore di ascolti in alta fedeltà. Magari oggi qualcuna (non troppe) in più.

Un peccato allora che, prima ancora di togliere il cellophane allo sfizioso quanto costoso oggetto (due spiccioli meno di cinquanta euro se lo acquistate direttamente dall’importatore, Sound And Music; presumibilmente qualcosa di più nei negozi e si arriva così al quadruplo del corrispondente CD), l’illusione di maneggiare un reperto di epoca sia evidenziata come tale dall’indicazione “(alt. take)” che campeggia nei crediti vicino a quasi tutte le tracce incluse sul secondo dei due pesanti vinili. Per poi venire completamente cancellata all’apertura della copertina da un congruo corredo di note datate 1996. D’altronde questa volta per i signori della Pure Pleasure essere filologi fino in fondo avrebbe voluto dire non servire bene l’appassionato, che apprezzerà certamente il trovarsi fra le mani un catalogo comprendente ventuno articoli (certe versioni alternative sono alternative sul serio) e non gli otto di una primissima stampa che la Columbia pubblicava nel 1950 con un altro titolo, “Sarah Vaughan” e basta, e in formato dieci pollici. Erano gli otto brani incisi il 18 e il 19 maggio di quell’anno dalla allora venticinquenne cantante con un ottetto favoloso ad accompagnarla: Miles Davis alla tromba, Benny Green al trombone, Budd Johnson al sax tenore, Tony Scott al clarinetto, Jimmy Jones al piano, Freddie Green alla chitarra, Billy “Pickles” Taylor al contrabbasso e J.C. Heard alla batteria. Curiosamente in questa edizione Davis non era però accreditato, c’è chi dice perché sotto contratto per la Capitol, chi perché si equivocò pensando che il trombettista fosse George Treadwell, al tempo marito e manager della Vaughan. Lo sarà invece in “Sarah Vaughan In Hi-Fi”, che del primo dischetto era una versione espansa in diametro, portato ai dodici pollici che stavano diventando usuali, e in un programma che veniva rimpolpato con quattro registrazioni effettuate in altre date, una con un’orchestrina jazz di una dozzina di elementi, le restanti con formazioni orchestrali più ampie e operanti di norma in area pop. Che equivoco da parte della Columbia che la ragazza andasse sfruttata soprattutto in quell’ambito! Fra il 1949 e il 1953 pubblicava facciata dopo facciata a 78 giri con un repertorio certamente di classe ma leggero e in tale perimetro si autocircoscriveranno pure gli altri 33 giri (un formato fresco di introduzione e su cui l’etichetta puntava molto, cercando però nel contempo di tenere salda la presa sul mercato dei singoli) griffati dal suddetto marchio; “After Hours” e “Linger Awhile” i più celebri. Troppo tardi – era il 1956 e l’artista era passata già da un paio di anni alla Mercury, dove in ogni caso continuerà ad alternare pop e jazz, magari con qualche attenzione in più per il secondo – si cercava di porre rimedio con “In Hi-Fi”. Album con il senno di poi classico e tanto di più nella ristampa – ulteriormente allargata – in digitale del ’96 per la collana Legacy di cui questo doppio Pure Pleasure è il corrispettivo in plastica nera e lucente.

Album grazioso laddove sono arrangiamenti da musical a spadroneggiare, in Pinky (ove però la voce è fuori da ogni schema), nelle romantiche Spring Will Be A Little Late This Year e It’s All In The Mind, in un’irruenta, maliziosa e da big band quasi fuori tempo massimo Ooh, What-cha Doin’ To Me. Ma superlativo nelle predominanti pieghe jazz: nella ballata generosa di sottili variazioni melodiche East Of The Sun come in una swingante Nice Work If You Can Get It, sospinta verso vette paradisiache da un assolo del divino Miles, in una Ain’t Misbehavin’ resa tantopiù vivace dal’estasiante susseguirsi di uscite alla ribalta della sezione fiati al gran completo piuttosto che negli intarsi di chitarra che incrementano la luccicanza di una felpata Come Rain Or Come Shine. Nella miniatura di duetto fra Davis e Scott in coda a una dolcissima It Might As Well Be Spring. Quanto all’“alta fedeltà” di queste incisioni consideratela ovviamente tale in rapporto agli standard di oltre mezzo secolo fa. Regolatevi, allora.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.277, marzo 2007.

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