Riciclando il blues (e non solo): l’esploratore Taj Mahal

Taj Mahal - Recycling The Blues & Other Related Stuff

Sessantacinque anni compiuti da poco, Henry Saint Clair Fredericks, in arte Taj Mahal, continua a essere mosso dalla curiosità che diciassettenne lo indusse, in un’epoca in cui l’interesse per le musiche etniche era roba da ricercatori universitari, a immergersi nello studio delle radici della cultura afroamericana. E, già padrone della chitarra nonostante ne avesse imbracciata una appena due anni prima, a cominciare a misurarsi con qualunque strumento a corda gli capitasse fra le mani. All’altezza del 1964 era una piccola star – unico nero – della scena folk di Boston e da lì a breve, trasferitosi in California, avrebbe stretto con Ry Cooder uno storico sodalizio chiamato Rising Sons. Ozioso ma intrigante esercizio interrogarsi su cosa avrebbero potuto combinare assieme se le loro strade non si fossero separate nel ’67. Resta la constatazione di quanto per molti versi i percorsi si siano somigliati e più che mai da un tre lustri in qua, con Cooder impegnato in proficue gite prima nel Mali e poi a Cuba e dal canto suo il nostro uomo intento a mischiare il sempiterno blues con il calypso come con il raga, con la tradizione malindi e con la musica hawaiiana. Due anni fa un soggiorno a Zanzibar fruttava lo strepitoso “Mkutano” ed erano in molti a segnalarlo come la sua cosa migliore – eccettuata la collaborazione con Toumani Diabaté di “Kulanjan”, AD 1999 – dalla lontanissima trilogia che ne battezzò la carriera discografica fra il ’68 e il ’70. Al limite da “Recycling The Blues & Other Related Stuff”, del 1972, importante in prospettiva per il suo mettere un punto a capo. Nel 1974 “Mo’ Roots” – altro gran bell’album e insomma del Nostro tocca averne sei o sette – si confronterà con cajun e reggae.

Il mio consiglio, nel malaugurato caso Taj Mahal non sia rappresentato nella vostra collezione, è di procedere in ordine d’uscita. Per primo l’omonimo debutto, copertina facile a ricordarsi, con il nostro omone assiso, chitarra in braccio, dinnanzi a una casa colonica, e in scaletta tre brani di Sleepy John Estes e uno a testa di Blind Willie McTell e Robert Johnson: lavoro nel solco di una tradizione ma non per questo museale, freschissimo anzi nelle interpretazioni. Per secondo “The Natch’l Blues”, ove Memphis incontra Chicago, i suoni si raddensano, i volumi si alzano. Toccherà quindi (ma se, sbagliando, voleste averne uno solo è quello da catturare) al monumentale “Giant Step/De Ole Folks At Home”. In origine un doppio e più che altro due distinti album raccolti in un’unica confezione: il primo elettrico, una passeggiata di pigra eleganza in un repertorio diviso fra composizioni autografe e cover che spaziano da Carole King a Leadbelly, da Buffy St. Marie a The Band; piacevolissimo e tuttavia il capolavoro è il secondo disco, acustico e registrato in solitudine, con giusto una chitarra o un banjo ad accompagnare una voce che talvolta fa del tutto da sola. Piaciuto? Non potete allora fare a meno di “Recycling The Blues & Other Related Stuff”.

Disponibile in vinile in un’impeccabile stampa Pure Pleasure, pur’esso nettamente diviso in due metà ma stavolta le facciate sono soltanto due. La prima proviene da un concerto al Winterland di San Francisco e impressiona come il nostro eroe domini il palco. A permanere nel ricordo è però il lato inciso in studio, ove ciascun brano è una gemma, le due collaborazioni con le Pointer Sisters di Sweet Home Chicago (girata in gospel) e Texas Woman Blues incastonate fra l’umoristico caracollare con tanto di tuba di Cakewalk Into Town e una Gitano Negra profumata di flamenco. Potrà sembrare, al di là di ogni giudizio artistico, che registrazioni siffatte dicano in definitiva poco sotto il profilo tecnico all’audiofilo. Invece no. Il calore e la naturalezza delle voci sono fuori dal comune, le corde rintoccano in maniera tale che ti pare che ad allungare le mani potresti toccare il legno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.281, luglio/agosto 2007.

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