Beck – Morning Phase (Capitol)

Beck - Morning Phase

Lunga, lunghissima al di là dei ventun’anni trascorsi la strada che da un singolo d’esordio memorabile sin dal titolo – MTV Makes Me Want To Smoke Crack – ha portato l’oggi quarantatreenne Beck Hansen a questo che è il suo dodicesimo album “vero”. Il più atteso in ogni senso, giacché quello prima (non contando naturalmente “Song Reader”: bizzarramente, provocatoriamente pubblicato solo in forma di spartiti) è una faccenda dell’ormai lontano 2008. Oltretutto (ma che resti fra me e voi): non è che “Modern Guilt” fosse proprio uno splendore di disco. Come del resto non lo erano stati “The Information” nel 2006 e “Guero” l’anno prima. Per quanto, sia chiaro, anche un Beck di non particolare brillantezza fa sempre e comunque mangiare la polvere a un buon 90%, o 99, della mostruosamente sovrabbondante produzione odierna. Attesissimo, “Morning Phase”, e al suo apparire subitaneo lo scrosciare di applausi. Nel coro plaudente giusto qualche timido distinguo. Dopo un mese che lo ascolto e lo riascolto mi schiero con quelli che qualche perplessità ce l’hanno. Ciò premesso: in ogni caso la sua cosa migliore dal 2002. Usciva allora “Sea Change” e fu l’ultima occasione in cui un autore che fino a quel punto del continuo détournement aveva fatto la caratteristica principe della sua cifra artistica riuscì a sorprendere sul serio. Era il suo “Blood On The Tracks”, racconto a cuore aperto della fine di un rapporto sentimentale, e dall’ironia post-moderna cui ci si era abituati si passava con un triplo salto mortale a un cantautorato confidenziale di taglio decisamente più classico. Opera dai toni sobri e dalle emozioni grandi. Per la prima volta il nostro uomo parlava al sentimento più che all’intelletto, lasciandoci disarmati.

Dodici anni dopo, “Morning Phase” è sorta di seconda puntata e ha un bel provare a negarlo (dopo averne ammesso esplicitamente l’evidenza, addirittura nel comunicato stampa) l’autore. Molti dei musicisti presenti in quello tornano in questo, analoghi paiono colori e atmosfere e ascoltare Morning, il brano che dopo la solenne intro orchestrale di Cycle apre effettivamente il lavoro, e tornare con la memoria a quello che fungeva da incipit a “Sea Change”, The Golden Age, è un tutt’uno. E dunque perché questa sottile insoddisfazione? Questo senso come di disagio che più la frequentazione si prolunga e più monta. È che passaggio dopo passaggio pare sempre maggiormente l’album “della maturità” di Beck, quello di una pacificazione che si adagia in (pur dorata) routine. È che un tempo le regole si sovvertivano, grammatica e vocabolario si mischiavano e oggi le si ossequia. Nella sua media età l’artista pare arrendersi alla medietà e opta per la calligrafia elegante, per una malinconia compiaciuta e artefatta ove “Sea Change” vibrava di vita vera. Quello che ci restano sono raffinati esercizi di estetica: il Nick Drake di “Bryter Layter” che incrocia i Crosby, Stills & Nash primevi di Heart Is A Drum (laddove il Neil Young di “Harvest” fa capolino in Country Down), il post-bluegrass di Say Goodbye, i Fleet Foxes con vista sul Laurel Canyon di Blue Moon, la potenziale Björk che corteggia i Radiohead di Wave, una Turn Away in cui uno dei Wilson (più Dennis che Brian) prova a riscrivere Simon & Garfunkel. Da quasi chiunque altro sarebbe tanta roba. Non da Beck, ma converrà forse rassegnarsi e, accontentandosi, rimediare ancora qualche gioia spicciola.

2 commenti

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2 risposte a “Beck – Morning Phase (Capitol)

  1. Condivido le tue riserve: anch’io l’ho trovato ineccepibile nella padronanza del songwriting e degli arrangiamenti ma insoddisfacente sul piano emozionale. Per fare un parallelo un po’ forzato, quello che invece ritrovo in un “formalista” come Jonathan Wilson, le cui canzoni invece abbondano di ispirazione e urgenza espressiva, superando il rischio della perfezione sterile.
    Invece per me Modern guilt era un disco riuscito (molto più degli altri che giustamente ritieni minori), perché funzionava molto bene l’alchimia con Danger Mouse (il che fa pensare che il Beck della maturità lavorerebbe meglio quando non gioca al genio solitario).

  2. Questo disco è riuscito ad emozionarmi, forse perché un disco così da Beck lo aspettavo da troppo e forse perché nemmeno ci speravo più. Ma di emozioni ne regala tante.
    ” È che un tempo le regole si sovvertivano, grammatica e vocabolario si mischiavano…” questo è vero ed è vero che non è più così ma, Venerato Maestro, non ho avuto impressioni di artefatto in questo lavoro; così come in Guero o Modern Guilt ( per me, un bel disco) avevo trovato poco che mi riempisse a fondo i polmoni con questo la respirazione è profonda. È il migliore di Beck da Sea Change ( e non è al livello di Sea Change, incontrovertibilmente ) e per me è un disco bello e buono di suo, che merita entusiasmo.

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