Frankie Knuckles (In Loving Memory Of)

Fino ad anni recenti, nei quali scientemente ho optato per ridurne l’ampiezza, i miei ascolti sono sempre stati molto eclettici. Per forma mentis, oltre che per necessità professionali. Il che mi ha permesso, ad esempio, di vivere in diretta l’intera epoca aurea dell’hip hop (diciamo dai Run DMC a 2Pac) e anche alcuni momenti cruciali nell’evoluzione dell’elettronica da dancefloor. Apprendendo stamani (e come pesce d’aprile-non pesce d’aprile è stato invero pessimo) della scomparsa a cinquantanove anni di Frankie Knuckles il flusso improvviso dei ricordi ha riguardato però più istantanee privatissime di vita che non la musica in sé. Di costui non ho mai avuto occasione di scrivere se non tangenzialmente, in questo breve articolo per l’inserto ristampe del “Mucchio” con come oggetto una superlativa antologia collettiva della Soul Jazz dedicata alla house più sperimentale. Credo nondimeno che la prima parte racconti piuttosto bene il perché e il percome Frankie Knuckles è stato uno dei giganti della musica del Novecento.

Frankie Knuckles

Nella storia del pop del tardo Novecento colpisce la localizzazione di alcuni generi e sottogeneri: la no wave che nasce non solo come fenomeno esclusivamente newyorkese ma addirittura concentrato soltanto su un paio di quartieri della Big Apple e lo stesso vale in quei medesimi anni per l’hip hop; il grunge che germina a Seattle e più o meno alla stessa altezza quanto accade nella pazza Manchester; e così via. Ma nessuna musica è sbocciata in un ambito più minuscolo della house: non una città, che era Chicago, non un quartiere di quella città bensì un singolo club, il Warehouse, dove all’incrocio fra ’70 e ’80 girava vinili il newyorkese Frankie Knuckles. Erano i commessi di Importes, il più importante negozio locale di musica da ballo, a creare letteralmente l’etichetta, abbreviando “Warehouse” e riempiendo alcune vasche con i titoli più richiesti dai clienti che li avevano sentiti da Knuckles: selezione alquanto varia, comprendendo errebì e funky e disco statunitense ma anche dance italiana (mai stile è stato così poco profeta in patria) e scampoli di new wave britannica. Rock in senso lato e non solo, quest’ultima, con buona pace di quell’altro dj, Steve Dahl, che proprio nella Windy City e non molto tempo prima aveva dato alle fiamme cinquantamila dischi – ahem – disco fra un inning e l’altro di un incontro di baseball, portando a un insuperabile apice di idiozia razzista e omofoba la campagna contro la musica da discoteca. Non valeva evidentemente, e per fortuna, la medesima chiusura mentale dall’altra parte e difatti la house non si interdirà mai il recupero creativo del passato, un altro dei suoi pionieri – Marshall Jefferson – un notorio rock freak e un terzo – Adonis – addirittura con un diploma di conservatorio in tasca. Ma torniamo da Importes: è chiaro che “house” è in origine un contenitore vuoto, che si colma con di tutto un po’ ma muovendosi nell’esistente. Passerà qualche tempo prima che, mischiando le influenze suddette, ci sia chi comincia a produrre cose nuove, approfittando come sempre nel pop moderno di uno sviluppo tecnologico. Capita che il prezzo delle batterie elettroniche si faccia abbordabile, in particolare da quando, nel 1983, la Roland commercializza la TR-909. Capita che Knuckles e compagnia (il primo è Kenny Jason) prendano a usare gli elementari ritmi  prodotti da quelle macchine (artificiosissimo il suono) come raccordi fra un vinile o un nastro e l’altro. Capita che qualcuno si diletti a giocherellarci senza naturalmente nemmeno sfogliare il libretto delle istruzioni e ne cavi suoni che i progettisti non avevano minimamente previsto. Siamo arrivati alla house vera e propria.

In circolazione da inizio estate “Acid” (sottotitolo: “Can You Jack? Chicago Acid and Experimental House 1985-1995”), spettacolare raccolta Soul Jazz  che meriterebbe l’acquisto anche solamente per il dettagliatissimo libretto di cinquantadue pagine che le è allegato (non fossero tutti classici di ardua reperibilità i diciassette pezzi che sfilano in due ahinoi non troppo zeppi CD), documenta non le origini più remote del fenomeno, bensì il suo sviluppo forse più intrigante: la nascita, nel 1985, e la successiva evoluzione della house cosiddetta “acida”. La inventava per così dire tal Earl “Spanky” Smith, in collaborazione con un suo giovanissimo amico, il sedicenne DJ Pierre, schiacciando su una TB-303 il bottone che avrebbe dovuto riprodurre il suono di un basso e, constatata l’imbarazzante povertà dell’imitazione, smanettando a caso le frequenze fintanto che dalla Roland iniziavano a sortire sonorità inaudite. Registrava una cassetta che quella sera stessa al Music Box Ron Hardy avrebbe suonato non una, non due, non tre ma quattro volte. Immobile per lo sconcerto la folla al primo passaggio, al secondo si sarebbe riversata in pista a ballare, al terzo avrebbe accolto il brano con un bailamme di urli, al quarto sarebbe stato delirio collettivo con gente che saltava e si rotolava per terra: momento epocale come pochi negli annali della musica da ballo. Da ballo? Dice bene Tim Lawrence, nel volumetto di cui sopra, quando sottolinea come da subito nella house abbiano convissuto e spesso mischiandosi un’anima commerciale e una sperimentale, né pare un’esagerazione la citazione che a un certo punto fa di Luigi Russolo, collegandola direttamente alla storia delle avanguardie del XX secolo.

Per inciso: se quando la acid house passerà con travolgente successo in Gran Bretagna, nel 1988, sobillando una seconda “summer of love” la droga di elezione di pubblico, (non) musicisti e dj sarà l’ecstasy, sostanza per certi suoi effetti assimilabile alle anfetamine ma per altri all’LSD, nei primi tempi la sua unica connotazione “psichedelica” era il caratteristico suono oscillante del basso. Un’altra droga piuttosto la influenzò e fu l’eroina. Non ne fosse stato dipendente Hardy, il dj decisivo per la sua affermazione, con la conseguenza che i brani gli parevano più lenti di quanto non fossero e li accellerava, il numero di bpm sarebbe stato più basso.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.614, settembre 2005.

1 Commento

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Una risposta a “Frankie Knuckles (In Loving Memory Of)

  1. Non sempre ciò che viene dopo è progresso…

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