Il mondo fantasmagorico del fu Arthur Russell

Vista anche la cifra tonda (venti gli anni trascorsi dalla sconsiderata uscita di scena) i giornali si stanno riempiendo in questi giorni di omaggi a Kurt Cobain. Io voglio invece ricordare oggi un altro (e infinitamente più proteiforme) genio che ci lasciava un 4 di aprile. Così lo raccontavo dieci anni fa in un breve articolo per “Il Mucchio”. Da allora hanno visto la luce diversi altri dischi postumi di Arthur Russell. Nessuno mi ha minimamente deluso.

Arthur Russell

Immaginate di possedere un jukebox, uno scintillante Wurlitzer degli anni ’50, costruito come un’astronave e zeppo di dischi che non deludono mai quando si è alle prese con torpore e disincanto. Chet Baker è pronto per essere selezionato e così John Martyn, Babatunde Olatunji, Hasil Hadkins, Ramnaryan, Willie Nelson, Fela Kuti, Nick Drake, JB Lenoir, George Faith, Phil Niblock, Jimmy Bo Horne, King Tubby. E poi immaginate, dopo una notte trascorsa fumando, bevendo o sognando, di avvertire il bisogno di ascoltare tutti questi artisti contemporaneamente… Un nuovo nome apparirà allora sul vostro jukebox: Arhur Russell, cantante, musicista, compositore, autore di canzoni come di brani disco, minimalista, inquilino del mondo dell’eco”: parole tratte da uno splendido omaggio di David Toop apparso su “The Wire” alcuni mesi or sono e certo nessuno più di Toop, titolare dell’unica intervista a Russell mai apparsa sulla grande stampa (su “The Face”, nel 1986), ha maggiore diritto di far sentire la propria voce nel coro degli entusiasti che oggi scoprono, grazie alla quasi contemporanea pubblicazione di due CD che sono a quanto pare soltanto un assaggio di un ben più fitto programma di ristampe, l’opera di uno degli artisti più singolari del Novecento. Stimato da Philip Glass, che aveva un’immensa considerazione delle sue doti di violoncellista, come da Gary Lucas, a detta del quale il solo Captain Beefheart, fra tutti coloro con i quali ha collaborato (e ricordatevi che collaborò fra gli altri con un certo Jeff Buckley), è paragonabile per genialità a Russell; da David Byrne, che l’avrebbe voluto nei Talking Heads, a John Hammond Sr., che dopo avere svolto un ruolo chiave nelle carriere di Billie Holiday, Charlie Christian, Aretha Franklin, Bob Dylan e Bruce Springsteen avrebbe voluto essere ricordato anche come “lo scopritore di Arthur Russell” (ma la CBS lo pensionò e allora niente). Nonché da Allen Ginsberg che, dirimpettaio a New York di questo eccentrico campagnolo di Oskaloosa, Iowa, ogni tanto lo invitava ad accompagnarlo nelle sue letture di versi ed è così che sulla raccolta Rhino “Holy Soul And Jelly Roll” possiamo sentire il violoncello di Russell incrociare le chitarre di altri amici di Ginsberg, Happy Traum e Bob Dylan. L’autore di Howl nel 1973 faceva passare un cavo elettrico da casa sua al prospicente alloggio del nostro eroe per poterlo fornire di energia di cui era sprovvisto. Molti anni dopo ma non abbastanza, lo citerà in una sua poesia. Tre versi in cui parla di una Big Apple che si sveglia “…while the artistic Buddhist composer/on sixth floor lay spaced out feet swollen with water,/dying slowly of AIDS over a year”.

Arthur Russell è morto il 4 aprile 1992, qualche settimana prima di compiere quarantun’anni. Vita breve, allora, ma pazzamente intensa e variegata – solamente a uno sguardo posato dall’esterno, però; un’intima coerenza c’era eccome – fino alla schizofrenia: chi altri ha saputo unire mondi antipodici e in superficie inconciliabili come l’avanguardia e la dance? Profondo conoscitore tanto della tradizione classica europea che di quella indiana (studiata per due anni a Marin County sotto la prestigiosa guida di  Ali Akbar Khan), assai apprezzato nei più sperimentali giri newyorkesi (fra quella benigna ma forse troppo snob mafia dei loft che ci ha regalato minimalismo al top, free jazz del più dissennato e infine la no wave), Russell una sera del 1977 entrava al Gallery, dj residente il mitico Nicky Siano, e l’amore per la disco scoppiava improvviso. L’avrebbe naturalmente interpretata in un modo tutto suo: da uomo caduto sulla Terra da chissà quale pianeta alieno. Licenziata dall’ottima Soul Jazz, l’antologia “The World Of Arthur Russell” raduna in ordine sparso pietre miliari della pista da ballo come il techno-funk tropicalista di Go Bang e il raga da chill out In The Cornbelt (entrambe uscite a nome Dinosaur L), le travolgenti It’s All Over My Face e Pop Your Funk (edite come Loose Joints) e il robotico e batucadero insieme medley Schoolbell/Treehouse (Indian Ocean). Due accenni all’altro Arthur Russell ed è abbastanza da far venire voglia di ascoltarne molto di più: l’incredibile scontro fra vocalese e minimalismo di Keeping Up e la dolcissima ballata folk-cameristica A Little Lost.

Se l’album Soul Jazz recupera alcune delle canzoni più celebri del Nostro (ma visto l’uso in prevalenza di pseudonimi sono sempre state le canzoni a essere famose e non Russell), un’altra raccolta, pubblicata da Audika Records con la distribuzione in Europa di Rough Trade, “Calling Out Of Context”, regala giusto inediti: dodici e immancabilmente stellari, dall’incrocio fra i Suicide seconda maniera e i P.I.L. invece pure di The Platform On The Ocean al Terry Callier danzabile di You And Me Both, da una Get Around To It che è un po’ una Miss You (Rolling Stones con la febbre del sabato sera) rifatta da Nick Drake alla scampanellante electro di I Like You!. Adesso si auspica la riedizione di “Another Thought”, meraviglioso lavoro postumo in chiave avant improvvidamente messo fuori catalogo pochi mesi fa , e di “Instrumentals” (un Disques du Crépuscule dell’84) e se ne attende una espansa di “World Of Echo” (1986), già annunciata per la prossima estate. Adesso ci si aspetta che i forzieri vengano – con giudizio – svaligiati: contengono, ci informa il compilatore di “Calling Out Of Context” Steve Knutson, oltre mille nastri.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.575, 20 aprile 2004.

4 commenti

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4 risposte a “Il mondo fantasmagorico del fu Arthur Russell

  1. Ma è vero che ci sono registrazioni del nostro con… Le Orme?

  2. Giancarlo Turra

    un G-E-N-I-O !

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