Elbow – The Take Off And Landing Of Everything (Polydor)

Elbow - The Take Off And Landing Of Everything

Scorro gli appunti che, come al solito quando devo scrivere di un disco, ho buttato giù durante un ascolto più attento degli altri e giunto alla quarta delle dieci tracce che sfilano nell’album in studio numero sei per Guy Garvey e sodali, New York Morning, leggo “Radiohead Lies Down On Broadway”. Ecco: in tanti si sono esercitati dal 2001 in avanti a coniare definizioni a effetto per gli Elbow – da “prog senza gli assoli” alla più memorabile (sebbene musicalmente senza molto senso) di tutte: “da qualche parte fra i Supertramp e i Superchunk” – e nondimeno questa mi pare fra le più centrate. Non che ci sia granché da vantarsene, eh? Certe assonanze troppo evidenti per non notarle, una certa influenza sin troppo dichiarata – dacché “Leaders Of The Free World” occhieggiò sfacciatamente in copertina a “A Trick Of The Tail” – per non tenerla da conto. E poi c’è quella voce lì, che più il tempo passa e i dischi si accumulano e più si fa gabrieliana. Senza contare che nel suo “Scratch My Back” qualche anno fa Gabriel mostrava di ricambiare la stima coverizzandoli gli Elbow. Senza contare che “The Take Off And Landing Of Everything” è stato completato nella sala di registrazione di proprietà del quintetto ma il grosso del lavoro veniva eternato – durante due densissime settimane nell’ormai lontano dicembre 2012 – in quegli attrezzatissimi Real World Studios di proprietà (guarda un po’) dell’ex-Genesis. Prog senza assoli? Ci può stare, sì. Ma anche post-pop-rock.

Dritto al numero uno in Gran Bretagna – ma anche in Irlanda, ma anche in Belgio – e ben piazzato in varie classifiche di “Billboard”, l’album sembra destinato, se non a eguagliare il successo dei più immediati predecessori (il record di “The Seldom Seen Kid”, triplo platino nel Regno Unito, inavvicinabile giusto perché sono cambiati i tempi), quantomeno ad avvicinarlo. Sarà in tal caso una performance rimarchevole, siccome pure dopo ripetuti passaggi stenta a emergere un brano che svetti sul resto del programma e il disco si caratterizza per una certa uniformità sonica ma soprattutto emotiva: malinconico come può esserlo l’opera di chi, entrando nei fatidici “anta”, si trova inevitabilmente a tirare somme e a maggior ragione se una storia d’amore lunga e importante è stata appena archiviata. “The Take Off And Landing Of Everything” vale più della somma delle sue parti, come un film per le orecchie che tiene avvinti quanto basta a non fare accorgere che dura quasi un’ora, un paio di episodi oltre i sette minuti. Soltanto dopo davvero lunga frequentazione qualcosa prende a imprimersi nella memoria staccandosi dal resto: la canzone citata all’inizio; una My Sad Captains tanto densa quanto slanciata e dall’orchestrazione baroccheggiante; una traccia omonima che si potrebbe dire la Tomorrow Never Knows degli Elbow; il sognante suggello The Blanket Of Night, non distante da certi Portishead.

2 commenti

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2 risposte a “Elbow – The Take Off And Landing Of Everything (Polydor)

  1. giuliano

    A me sta piacendo molto.
    “Charge”, il secondo brano, mi stende. Se non fosse l’unico del disco del 2014 che ho finora ascoltato compiutamente, potrei dirlo trionfalmente il miglior disco del 2014.

    Mi appresto però ad ascoltare gli War on drugs, di cui si parla un grandissimo bene. Maestro, ne scriverai qui?

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