L’era aurea di Big Youth

Compie oggi sessantacinque anni un grandissimo del reggae, Manley Augustus Buchanan, in arte Big Youth. La sua stella brillò in realtà per un arco di tempo piuttosto limitato, ma di una luce abbagliante.

Big Youth

Quel che si dice un enfant prodige: a sedici anni – era il 1971 – Manley Augustus Buchanan di giorno, onde potersi permettere il pranzo e la cena, faceva il meccanico. La sera invece metteva dischi in uno dei sound system più importanti di Giamaica, quello di Lord Tippertone. Non si limitava però a suonarli, no. Ci parlava sopra. Era già una piccola tradizione nell’isola per il selecter quella di presentare i pezzi e occasionalmente di vedere immortalate le proprie tirate su vinile. Persino in era ska se ne trovano tracce, raccontano Steve Barrow e Peter Dalton nel fondamentale Reggae – The Rough Guide, citando Winston “Count” Machuki che fa capolino nella ribollente Alcatraz della Baba Brooks Band e i due megahit di Sir Lord Comic, Ska-ing West e The Great Wuga Wuga, in cui la voce arringante è protagonista assoluta. E sarà evidente a questo punto a chi legge, pur se digiuno di reggae, che in tale forma musicale il deejay è l’equivalente di quello che sarà l’mc nell’hip hop, ove il dj è invece chi allestisce le basi. Sul finire degli anni ’60 King Stitt aveva dato una rilevanza inedita a tale figura, con uno stile mutuato dai programmatori radiofonici di rhythm’n’blues di Miami e New Orleans, captati sulle onde medie pure sull’isola caraibica. Elementari i suoi testi, incisivo lo scilinguagnolo  teso a riprodurre l’eccitazione delle feste danzanti. Il nuovo stile compiva un decisivo passo in avanti con U-Roy, non a caso soprannominato The Originator, ma era con il giovane Buchanan, ribattezzatosi Big Youth, che la sua popolarità dilagava.

Il 1971 è l’anno del compimento dell’apprendistato per lui. Il ’72 lo vede registrare 45 giri dopo 45 giri e portare fino a cinque titoli contemporaneamente nelle prime dieci piazze in classifica, sicché sporcarsi le mani d’olio per motori non è più una necessità. Forte ed esilarante l’impatto, latita ancora la consapevolezza, limitandosi i versi che scandisce a un generico incitamento al ballo, all’esaltazione del suo sound system a scapito di altri, alle vanterie vanagloriose tipiche della cultura afroamericana che con il rap raggiungeranno un’apoteosi. L’anno chiave è il ’73. All’entusiasmo che ha salutato nel febbraio precedente l’elezione a primo ministro di Michael Manley sta subentrando la delusione per la timidezza riformista del suo People’s National Party, schiettamente socialdemocratico e già discretamente corrotto. La fuga verso il misticismo (battagliero assai, però, e pratica di vita radicalmente alternativa cui non vale accostarsi, pena la totale incomprensione, equipaggiati con il sistema di valori che ci è proprio) del rastafarianesimo trova sempre più proseliti. Tra essi, tantissimi cantanti e musicisti. Tra essi, l’ormai maggiorenne e maturo Big Youth. La sua dizione si fa più chiaramente intelleggibile sia per un naturale affinamento che per il desiderio di rendere le parole maggiormente comprensibili per chi ascolta. Sale vertiginosamente la qualità dei testi, fra i quali non mancano (né mai mancheranno) serenate amorose o guasconate un po’ macho ma che vedono ora prevalere tensioni di ritorno all’Africa e citazioni bibliche anche estese, e naturalmente salmi diretti al Signore. Tipo I Pray Thee, fervorosamente scandito sul ritmo della classicissima Satta Massa Gana degli Abyssinians.

Anno cruciale il 1973, dunque, per Mr Buchanan, che fra l’altro debutta a 33 giri con l’eccellente “Screaming Target” (su Gussie in Giamaica, sull’immancabile Trojan in Gran Bretagna). Produzione accorta di un altro giovanissimo, Gussie Clarke, e ritmi sagacemente pescati nei cataloghi di gente come Gregory Isaacs, Leroy Smart, Lloyd Parks e K.C. White (la saccheggiatissima No, No, No). Isaacs e White sono presenti pure di persona, come anche Dennis Brown, ed è un tripudio di rime che si rincorrono su ritmi agili e muscolosi insieme, punteggiati da tastiere e fiati esuberanti. Fino a ieri era il primo titolo di Big Youth da mettersi in casa, insieme al di tre anni successivo “Natty Cultural Dread”. Inalterata la sua rilevanza, consiglierei piuttosto chi volesse farsi un’idea un po’ più approfondita di questo grandissimo della battuta in levare di porre mano al portafoglio per “Natty Universal Dread 1973-1979”, cofanetto di tre CD allestito da quei benemeriti della Blood And Fire che raggiungerà i negozi proprio quando il giornale che avete in mano sarà in edicola. Cinquantuno i brani inclusi, due ore e quaranta abbondanti il minutaggio e una scaletta che segue il Nostro fino a quel crepuscolo di decennio in cui la sua fiamma cominciò a languire, scoppiettando nondimeno vividissima giusto un attimo prima di declinare.

Primo dischetto interamente dedicato al 1973. Prossimità alla dancehall e un presagio di ragga nell’iniziale Chucky No Lucky, fraseggi d’organo infiorettanti Hot Cross Bun, coloriture di ottoni post-ska in Mr. Buddy, cori epidermici e piano saltellante in Downtown Kingston Pollution, fragranze gospel in Things In The Light e soul purissimo (pop purissimo) nella conclusiva Streets In Africa. Uno scrigno colmo di gioielli e la celebrazione è appena cominciata. Il secondo CD sceglie ancora nell’anno magico ’73 e si spinge fino al 1975, con una Reggae Phenomenon che non fa sembrare arrogante il titolo, l’inchino davanti a John Coltrane di Jim Screechy, belle apparizioni di U-Roy in Battle Of The Giants e Leroy Smart nella Love And Happiness di Al Green e l’orgogliosa Every Nigger Is A Star, coeva di Every Nigga Is A Winner di Prince Jazzbo (vedi pagine delle recensioni). Il terzo copre dal ’75 al ’79, vede ancora Smart protagonista in Keep On Trying e Junior Byles destreggiarsi da par suo in Sugar Sugar, omaggia Burning Spear in Mosiah Garvey e Ray Charles in Hit The Road Jack. Approdo e congedo: Political Confusion. Carisma ed efficacia marleyane. Il 2000 ci ha regalato ristampe di reggae sublimi: “Natty Universal Dread” è fra i top.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”,  n.419, 21 novembre 2000.

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