All Right Now (una breve storia dei Free)

Free

Troppo e troppo presto: troppo successo troppo giovani perché sapessero gestirlo. In un caso, troppa intima insicurezza e troppe droghe perché la morte non arrivasse in fretta. Così che ciò che resta di Paul Kossoff, uno dei più dotati chitarristi di sempre, sono il fraseggio elegante, che continua a fare scuola, catturato nei solchi di quattro LP memorabili, e il ricordo di quanti conobbero un ragazzo timido e mite e non si perdonano di non avere fatto abbastanza per salvarlo. Oltre che una lapide fatta sistemare nel giardino di casa dal padre David, attore teatrale sopravvissuto al rampollo. Dolceamara l’iscrizione: “Paul 1950-1976 All Right Now”. Già, All Right Now: uno dei riff per antonomasia, possente ed elastico, epitome di un modo squisitamente britannico di rileggere il blues, facendolo hard, rimasto nel cuore di tanti e che da allora periodicamente torna in auge, come commento a consigli per gli acquisti o in una colonna sonora. Fu la canzone che nell’estate del 1970 fece dei Free dei divi. Paul Kossoff doveva ancora compiere vent’anni e il bassista Andy Fraser non era neppure maggiorenne. I più anziani erano il cantante Paul Rodgers e il batterista Simon Kirke, quarantun’anni in due. Ma sarà il caso di partire dall’inizio a raccontare, per quel poco che concede una pagina.

Benché imberbi i ragazzotti che danno vita ai Free nell’aprile 1968 vantano già bei curriculum. Se Paul Rodgers ha fatto parte di complessini poco più che amatoriali, Kossoff e Kirke sono stati insieme nei Black Cat Bones, formazione blues che ha avuto il suo momento di gloria accompagnando Champion Jack Dupree, e Andy Fraser viene da quella fucina di talenti chiamata Bluesbreakers. Oltre a John Mayall fra i suoi sponsor c’è Alexis Korner e la prima ragione sociale del quartetto, Free At Last, è un omaggio proprio al padrino delle dodici battute in terra d’Albione. L’alchimia che si crea fra i quattro ha del magico. Il giorno stesso in cui si conoscono, riferisce il biografo David Clayton, scrivono diverse canzoni (da subito è la coppia Fraser/Rodgers a offrire il contributo maggiore) e suonano alla festa per il quarantesimo compleanno di un Korner estasiato. Tale è la fiducia in sé che nutrono i quattro che a un meeting con la Island in settembre pongono condizioni inaudite per una band esordiente e resistono alle pressioni dell’etichetta per cambiare nome in un orrido The Heavy Metal Kids (ragione sociale di cui altri si approprieranno, da lì a quattro anni), optando per un più sobrio ed efficace Free. Registrato perlopiù in presa diretta con il fondamentale apporto del produttore Guy Stevens (lo stesso che seguirà i Clash di “London Calling”), “Tons Of Sobs” è nei negozi già in novembre e offre solido e lirico rock-blues, più raffinato del coevo debutto dei Led Zeppelin e più lineare dei Cream. La voce di Rodgers è seta e acciaio, la chitarra di Kossoff staffila e piange, il basso di Fraser è melodico e portante come solo Jack Bruce ha osato sino ad allora in ambito rock, mentre la batteria di Kirke lascia saggiamente aria perché la musica respiri, fra passi di cavalcata, scatti marziali e tocchi di fino. Spira una piacevole brezza lisergica e si levano fragranze folk. Mentre I’m A Mover annuncia un decennio almeno di hard. “Free” esce undici mesi più tardi. Non vanta un classico istantaneo come il brano summenzionato ma nell’assieme è anche più convincente, dalla chitarra effettata di I’ll Be Creepin’ alla nenia bucolica con flauto di Mourning Sad Morning. A dimostrare quanto l’etichetta creda in loro nonostante le vendite modeste del primo 33 giri, della produzione si incarica il patron Chris Blackwell. Del successivo “Fire And Water” saranno invece i Free stessi ad assumere la regia. Si sentono maturi e sono in effetti al loro zenit. Che sia racchiuso fra la possenza zeppelliniana della traccia omonima e All Right Now fa apparire l’album più duro di quanto non sia, essendo la sua unica altra accensione la roboante Mr. Big. Ciò che rimane è soul bianco stellare esemplificato dalla meravigliosa Don’t Say You Love Me. All Right Now va al numero due in Gran Bretagna e al quattro negli Stati Uniti e il 33 giri ne replica il successo. I Free sono fra i mattatori del festival di Wight, ma tutto sta già andando a rotoli. Il seguente “Highway” è artisticamente modesto e commercialmente sfortunato. Viene annunciato lo scioglimento. Sull’emozione suscitata dalla notizia il postumo, eccelso “Free Live” conquista nell’estate 1971 una quarta piazza che indurrà i Nostri a tornare insieme l’anno dopo. Decisione avventata. Né “At Last”, del 1972, né “Heartbreaker”, del ’73, sono all’altezza dei predecessori. Fraser scriverà in prevalenza per altri. Rodgers e Kirke diventeranno milionari con l’hard da stadio (ma l’omonimo esordio del ’74 è nondimeno una pietra miliare) dei Bad Company. La vita spericolata di Kossoff si trasformerà in morte squallida nella toilette di un aereo in volo fra Los Angeles e New York, il 19 marzo 1976.

Fino a non molto tempo fa il cultore del vinile desideroso di ascoltare su tale supporto il quartetto londinese non aveva altra scelta che rivolgersi al mercato dell’usato, pagando discretamente care le copie inglesi d’epoca e molto meno delle comunque valide ristampe americane di metà anni ’80. Quanto al vero e proprio audiofilo era servito malissimo, trovandosi – e a davvero caro prezzo – solo un’edizione su Universal Japan di “Fire And Water” di cui debitamente riferii. Non più da questa metà di luglio, avendo la benemerita olandese Music On Vinyl messone in circolazione una stampa almeno altrettanto valida e che dovreste pagare al massimo ventotto euro. La medesima etichetta aveva riportato nei negozi nel dicembre di due anni fa “Free”, che mi risulta ancora in catalogo. Manca dunque all’appello dei classici il solo “Tons Of Sobs”, ma credo e confido non ancora per molto.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.346, settembre 2013.

1 Commento

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Una risposta a “All Right Now (una breve storia dei Free)

  1. L’unico appunto che mi sento di fare è la mancata menzione, parlando di “Heartbreaker”, di “Wishing Well”, che sola vale il disco. E mi pare riduttivo riassumere i Bad Company in “hard da stadio con un esordio memorabile”, ma capisco che lo spazio è tiranno, a volte.

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