Duke Ellington: uno Stravinsky ad Harlem

Non c’è niente da fare. Praticamente tutti i jazzisti che amo davvero sono stati degli eretici, per l’intera loro carriera o per un tratto cruciale di essa: Miles Davis e John Coltrane, Albert Ayler e Don Cherry, Sun Ra così come Ornette Coleman e Thelonious Monk, Charlie Parker, John Zorn, Herbie Hancock, Yusef Lateef, Sonny Rollins, l’Art Ensemble of Chicago… Poi però c’è Mingus. E poi c’è il Duca, che nasceva un 29 di aprile, di centoquindici anni fa. Al prossimo 24 maggio saranno quaranta dacché ci lasciò e più il tempo passa e più i suoi spartiti paiono, insieme, distillazione suprema di ciò che è stato il jazz e – almeno alcuni dei più complessi e suggestivi – una sorta di controaltare afroamericano della musica classica europea. Ho un discreto numero di suoi album in casa, ma molti meno di quanti mi piacerebbe averne. Questo è uno dei miei preferiti.

Duke Ellington - Ellington Uptown

Una clamorosa testimonianza della considerazione altissima di cui godeva – giustamente – il Duca presso la Columbia: in un tempo – parliamo del 1953 – in cui l’LP era ancora una costosa novità riservata perlopiù alla musica cosiddetta “seria”, non solo Ellington era sollecitato a produrre 33 giri piuttosto che singoli ma questo “Uptown” usciva su Masterworks, marchio di prestigio che griffava la musica classica meglio eseguita e meglio registrata. E personalmente non ricordo incisioni così vetuste, che non siano per l’appunto di classica, che suonino tanto bene: stupenda la naturalezza della ricca sezione di ottoni, eccezionale la presenza di una batteria di suo straripante, una favola i due pianoforti e – quando c’è – la voce.

Conterebbe poco – vedi sopra – se valesse poco la musica, ma la musica è fantastica, forse il migliore Duke Ellington di una prima metà di anni ’50 che nel suo complesso meriterebbe comunque di essere meglio considerata di quanto non sia. Lungi dall’essere “minore”, lungi dall’essersi fatto scavalcare dal bebop, è un Duca che già sta procedendo, in largo anticipo sulle suite che punteggeranno la seconda metà del decennio e i ’60 tutti, a inventarsi una forma afroamericana di classicismo. A ragione le anonime note di copertina originali che questa fedelissima e ottima riedizione Pure Pleasure riporta citano George Gershwin e Stravinsky, Debussy e Respighi. Ascoltare per credere una riscrittura di radicalità e peculiarità somme di uno storico cavallo di battaglia quale Take The A Train. Per poi girare il disco e perdersi stupefatti nel Bernstein “in jazz” di una monumentale (quasi quattordici minuti) A Tone Parallel To Harlem e nello swingare latino di una Perdido che lascia similmente senza fiato. Ca-po-la-vo-ro.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.297, gennaio 2009.

2 commenti

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2 risposte a “Duke Ellington: uno Stravinsky ad Harlem

  1. Ebbene sì: capolavoro. Per avventura, sai se la stampa in CD suona bene? No, perché si parla di oltre trenta Euro di differenza tra l’una e l’altra versione, e coi tempi che corrono…Grazie

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