No Hope For The Wretched: il rock dinamitardo e nichilista dei Plasmatics

Il rock’n’roll ha denti affilati. Il rock’n’roll ti spacca la faccia. Se ti piace sentirti esplodere il cervello, se ti piace sentirti attaccato al muro, i Plasmatics fanno per te.

Plasmatics

Non ricordo il titolo della canzone, ma il video sì. Wendy O. Williams corre in pieno deserto a bordo di una decappottabile rossa e canta “è la mia vita e faccio quello che voglio”, mostrando il medio alla telecamera. Appare un aereoplano che regola la sua velocità su quella dell’automobile. Viene calata una scala di corda. Wendy si aggrappa alla scala e comincia a salirla. Un attimo dopo l’auto precipita da un dirupo ed esplode. In fatto di rottamazione delle vecchie vetture la signora Williams ha sempre dato dei punti a qualunque ministero dell’industria. Il 16 novembre 1979, durante un concerto al Palladium di New York, fece saltare in aria con la dinamite la prima di tante macchine sacrificate sull’altare di uno degli spettacoli più clamorosi (altro che Marilyn Manson!) che mai si siano visti nel rock. Era, per la cronaca, una Cadillac nera. Sempre a bordo di una Cadillac uscì l’anno dopo dal Pier 62 senza passare dalla porta, saltando giù un attimo prima di finire  nell’Hudson. In quello stesso 1980, l’ennesima Cadillac a bagno in una piscina adornava la copertina del primo LP dei Plasmatics. Nel 1981 la distruzione di un’altra venne immortalata sul secondo. Sempre quell’anno, il 30 gennaio, la Williams si arrabbiò moltissimo quando al Piper di Roma le imposero di rinunciare ai suoi giochetti alla nitroglicerina. Si limitò a presentarsi in scena in mutandine e reggiseno bianchi, poi cambiati con un ridottissimo slip leopardato e schiuma da barba sistemata in punti strategici. Qualche fellatio al microfono, un televisore e un po’ di casse presi a mazzate, una chitarra segata in due e come gran finale un’intera fila di riflettori abbattuta. Spettacolo blando quella sera nella città caput mundi, molto meno che ordinaria amministrazione.

Quanto a “è la mia vita e faccio quello che voglio”, Wendy O. Williams lo scorso 6 aprile ha dimostrato di crederci fino in fondo uccidendosi. Aveva quarantotto anni e ne erano trascorsi dieci da quando aveva dato per l’ultima volta notizie di sé discograficamente.

Ciò che più mi piace ascoltare, ciò che più mi eccita, è il rumore che fanno i camion della nettezza urbana e i convogli della metropolitana. E ancora di più il fragore di quelle grandi sfere d’acciaio che vengono usate per demolire gli edifici… Sono questi i suoni che hanno maggiormente influenzato la mia vita e la mia musica.” (da un’intervista a “CMJ” del marzo 1980)

Non ve l’ho ancora detto, ma questo articolo è innanzitutto un omaggio a una storia d’amore bellissima, ancorché fuor da ogni canone, quella fra Wendy O. Williams e Rod Swenson. Più vecchio di lei di quattro anni, Swenson nel 1976 usava come alias Captain Kirk ed era l’impresario di uno spettacolo porno, il “Captain Kirk’s Sex Fantasy Theater”. Al tempo ventiseienne, la Williams aveva già avuto una vita assai piena: fuggita di casa a quindici anni, aveva vissuto in prima persona tutta la parabola dell’hippismo e negli anni ’70 aveva girato l’Europa al seguito di una compagnia di ballo. I balli richiesti dalla rivista di Swenson erano di tipo meno classico, ma la ragazza era fermamente decisa a ottenere il posto. Per averlo fece una posta spietata all’impresario, fino a convincerlo. Entro breve era l’attrazione principale dell’intera kermesse. Poco dopo scoccavano due fatali scintille: l’amore e il punk. L’eclettico Swenson (oggi è un apprezzato autore di saggi filosofici, pensate un po’) dirigeva video di Ramones e Patti Smith e, anche su sollecitazione della sua nuova compagna, decideva di mettere assieme un gruppo rock. La congrega che si radunava anticipava l’estetica di Mad Max e di tutto il filone cinematografico post-catastrofe: alla voce la Williams, chioma arancione; alla chitarra solista Richie Stotts, taglio da mohicano di un blu elettrico e tutù da ballerina rosa confetto; alla chitarra ritmica Wes Beech, capelli tinti d’argento; alla batteria Stu Deutsch, taglio “paglia e fieno”, per dirla alla Verdone. L’unico a non pasticciare la propria capigliatura, in quanto calvo come una palla da biliardo, era il bassista Chosei Funahara. Ma se vi imbattete in qualche foto dei Plasmatics, ragazze all’ascolto, comprenderete che nemmeno lui era un tipo con il quale vostra madre vi farebbe uscire.

Prima di optare per Plasmatics pensavamo di chiamarci Butcher Baby, ma era un nome troppo caratterizzante e così l’abbiamo usato solo come titolo di un pezzo. Quando Richie è arrivato sapeva suonare due note e la seconda non ci piaceva. Finalmente si è limitato a suonarne una e quella ci è sembrata grande. Così ho scritto un testo. L’idea di costruire una canzone su un’unica nota era eccitante. Qualcuno ha detto: ‘I Plasmatics riducono a due accordi i famigerati tre dei Ramones’, ma non è vero. In Butcher Baby ce n’è uno solo.” (Rod Swenson, tratto dall’“Andy Warhol’s Interview Magazine”, 1979)

Non cercherò di convincervi che gli album dei Plasmatics sono imperdibili, giacché nonostante abbiano avuto il merito di essere stati fra i primi (Motörhead a parte) a tentare il connubio fra punk e metal sono in realtà poca cosa. Il più considerato in genere è il primo, “New Hope For The Wretched” (Stiff America, 1980), che ha in scaletta la succitata Butcher Baby e una versione che è pura ninfomania di un successo di Bobby Darin del 1959, Dream Lover. A mio giudizio il migliore (o il meno peggio, fate voi) è invece il seguente “Beyond The Valley Of 1984” (Stiff America, 1981), con un paio di brani registrati dal vivo a Milano, la fresca melodia di Summer Nite e il cavallo di battaglia Pig Is A Pig. Dopo l’interlocutorio mini “Metal Priestess” (Stiff America, 1981) e “Coup d’état” (Capitol, 1982; il più metal del lotto), i Plasmatics si scioglievano. Non è in termini di canzoni e di dischi che va misurato il loro apporto al romanzo del rock. Il loro contributo è stato tutto estetico: non si erano mai visti concerti tanto estremi, al cui confronto Alice Cooper e i Tubes parevano scolaretti. Ma non erano, a ben vedere, soltanto provocazioni gratuite: non c’è bisogno di conoscere la storia successiva di Swenson per scorgere in essi una critica radicale, e ben meditata, alla società americana.

No. Non riesco proprio a immaginarmi nei panni di una casalinga.

Dopo la fine dei Plasmatics la Williams ottiene un discreto successo con “W.O.W.” (Passport, 1984), che le procura un’inattesa candidatura al Grammy (vince Madonna), e “Kommander Of Kaos” (Gigasaurus, 1986). Va meno bene “Maggots: The Record” (Profile, 1987). Nulla da dire sul suo disco rap, “Deffest! And Baddest!” (Defest/Profile, 1988), uscito a nome Ultrafly And The Hometown Girls. Dopo tanto fragore, lascia la ribalta in silenzio.

Lei e Rod Swenson sono sempre insieme. Quando lui si trasferisce nel Connecticut lei lo segue. Vegetariana e animalista già ai tempi dei Plasmatics (che pure un celebre scatto immortala nella cella di una macelleria), dedica la sua vita a curare gli animali selvatici feriti che vengono portati al Quiet Corner Wildlife Center di Ashford. La noia e la depressione montano però in lei, invincibili. Tenta per la prima volta il suicidio nel 1993, piantandosi un coltello nel petto con un colpo di martello, ma la lama viene arrestata dallo sterno. Dopo averne lungamente parlato con il suo compagno, ci riprova nel 1997 con una overdose di efedrina e tavolette di caffeina. Swenson è con lei e le tiene la mano mentre sembra se ne stia andando. Ma va ancora male, o bene.

Il 6 aprile 1998 Wendy O. Williams si inoltra nei boschi che circondano la sua casa. Dopo avere dato da mangiare agli amati scoiattoli si copre il volto con un sacchetto, gesto estremo di delicatezza nei confronti di chi la troverà, e si toglie la vita con una revolverata alla testa. Come era nei suoi desideri, sarà Swenson a rinvenire il corpo.

Pubblicato per la prima volta su “Rumore”, n.84, gennaio 1999.

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