C’eravamo tanto amati: il sangue sui solchi del “primo” William Fitzsimmons

È in circolazione ormai da metà febbraio un nuovo disco di William Fitzsimmons. Non ne ho scritto e non ne scriverò. Non merita e non perché sia orrendo, no: è solo noioso (tolto qualche isolato guizzo), è solo e semplicemente prescindibile, come una percentuale altissima di quanto esce ed è una massa enorme. Paradigmatico anche, “Lions”, dell’incapacità di costruire carriere di un firmamento odierno della popular music affollato di stelline in grado di brillare, al più, solo per un attimo fuggente. In quest’uomo avevo riposto speranze e affetto, ma non vale più la pena nemmeno di sentirsi traditi. “The Sparrow And The Crow” resta un gran disco, un passato e futuro oggetto di culto, un piccolo “Blood On The Tracks” degli anni 2000 – non c’è niente che ispiri quanto un bel divorzio – e tanto mi basta.

William Fitzsimmons - The Sparrow And The Crow

Accade più o meno a metà del ciclo di dodici canzoni con un unico argomento che compongono quest’album ed è come la vecchia battuta su Marco e Anna che finalmente si sono sposati: solo, non l’uno con l’altra. William Fitzsimmons canta “we will love again/just not each other” e a scattare è non un applauso, che parrebbe inopportuno, ma un sorriso: insieme condivisione di un sentimento amaro che a noi tutti è capitato di provare e approvazione per il garbo, per il modo in cui infiltra di umorismo la malinconia, con il quale l’autore di “The Sparrow And The Crow” rende partecipe il mondo di questa corripondenza senza risposte con la donna dalla quale ha divorziato, finendo per sembrare riservato quando ci sta spalancando l’anima fino al più intimo dei recessi. Miracoli dell’arte e dei grandi artisti e questo giovanotto di Pittsburgh di età imprecisata – esperto della vita quanto basta a smentire l’impressione che la barba cerchi di farlo sembrare più vecchio di quel che è, ottenendo naturalmente l’effetto opposto – promette di diventare un grande artista. Che diamine! Già lo è. Persino se questa sua prima uscita pubblica sul serio non dovesse avere un seguito resterebbe comunque uno dei più raffinati esempi di cantautorato del decennio, segreto prezioso da confidare solo alle amicizie più care ma contando sul fatto che ciascuna di esse farà lo stesso. Dal passaparola sono nate mitologie capaci di passare nel tempo dal culto all’onnipervasivo e basti fare un esempio, il più paradigmatico: Nick Drake.

Poi proprio siccome siamo negli anni 2000 e non nei ’70 il passaparola ha altri – e più efficaci, e più veloci – modi di propagarsi. Non inganni l’aspetto fra l’hippie e il mormone di Fitzsimmons, che sembrerà senz’altro a guardarlo il figlio di un’altra epoca ma nell’agire si evidenzia al cento per cento un prodotto della nostra. In primis, per il suo essere una dimostrazione incontrovertibile del fatto che per fare musica, e riuscire a farla ascoltare (che è mille volte più difficile), non c’è più alcun bisogno di un’industria discografica come tradizionalmente si strutturava e la si intendeva. Il nostro uomo – figlio di genitori entrambi ciechi che per comunicare con lui si affidavano ai suoni; un’esistenza a oggi dedicata soprattutto alla cura dei malati di mente – non si è mai preoccupato di cercarsi un’etichetta. Si autoproduceva prima di questo altri due dischi e questo lo commercializzava, per cominciare, direttamente su iTunes con esiti clamorosi: album più venduto del 2008 negli USA in ambito cantautorale. Mentre questa e quella sua canzone finivano nelle colonne sonore di questa o quella serie TV. “The Sparrow And The Crow” non diventava un oggetto tangibile oltre Atlantico che la scorsa primavera e qui in Europa adesso. Ce l’ho in casa da qualche settimana. Da qualche settimana non passa giorno senza che lo ascolti.

Merito di canzoni emotivamente intensissime e melodicamente invincibili, da qualche parte fra Elliott Smith e Sufjan Stevens, con più di qualcosa del già mominato Nick Drake ma anche (resti fra noi) del primo James Taylor. Canzoni a base di piano o chitarra, oppure piano e chitarra, non invadente la ritmica quando c’è e squisita la voce, quando è da sola e ancora di più quando è in dialogo con una femminile. Visto che ci siete, segnatevi pure questo di nome: Priscilla Ahn.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 304, ottobre 2009.

2 commenti

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2 risposte a “C’eravamo tanto amati: il sangue sui solchi del “primo” William Fitzsimmons

  1. Demis

    Disco semplicemente meraviglioso, a parte l’ultimo, non ho mai sentito gli altri dischi, sono belli come questo? grazie VM.

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