Go Get Organized: il lascito di Graham Bond

Quarant’anni e un giorno fa (e non ne aveva che trentasei) Graham Bond poneva tragicamente fine alla sua vita gettandosi sotto un convoglio della metropolitana londinese, a Finsbury Park. Il personaggio resta controverso all’estremo, ma del musicista non si possono che tessere le lodi. Il suo album più classico, quello imprescindibile, è a mio giudizio il secondo della Organization, datato (come il primo) 1965.

Graham Bond Organization - There's A Bond Between Us

Povero Ian Stewart! Messo fuori dai Rolling Stones quando non erano ancora nessuno da un manager giovanissimo, Andrew Loog Oldham, ma con le idee purtroppo per lui già chiare: troppo vecchio (che diamine! venticinque anni) e soprattutto con un’aria da impiegato che non poteva conciliarsi con l’immagine ribellistica che progettava per il gruppo. Gli permetteva di mantenere uno stipendio fungendo da road manager e suonando il piano sui dischi e questo era quanto. Avrebbe guadagnato parecchio di meno ma certo non avrebbe avuto problemi del genere, il buon Ian, fosse stato invece uno della Graham Bond Organization. La loro foto più celebre, scattata nei pochi mesi che separavano l’allestimento di “The Sound Of 65” da quello del successore, li qualificava allora e nei secoli dei secoli per concorrere, vincendo, al titolo di band più inguardabile di sempre: il leader bene in carne e con il baffo mongolo assiso su uno sgabello e Dick Heckstall-Smith, aspetto pretesco e calvizie trionfante, che gli poggia un braccio sulla spalla; mentre sulle ali si schierano un Jack Bruce con il physique du rôle del garzone di macellaio e un Ginger Baker che pare un maestrino appena diplomato. Tutti rigorosamente in giacche tagliate malissimo e insomma l’eleganza mod era proprio un’altra cosa. Qualunque genere avessero praticato, le possibilità di Bond e soci di assurgere a idoli adolescenziali erano pari a zero. E difatti… Quando i due della sezione ritmica diventeranno delle rockstar sarà soltanto perché il mondo nel frattempo si era capovolto, pur in un anno appena, e la bella musica poteva infine vendersi al netto della confezione. Incidentalmente, era cambiato in quel breve iato anche il formato fonografico principe, non più il singolo bensì l’album. Graham Bond non fu davvero un uomo fortunato.

A deporre sul valore di sassofonista di Dick Heckstall-Smith potrebbe bastare questo: che con lui in squadra il capobanda non sfiorò nemmeno mai quello che era stato il suo primo amore. Passato alla storia come uno degli organisti più caratteristici del rock, Bond aveva in realtà cominciato soffiando in un sax alto nel quintetto di Don Rendell, una delle formazioni cardine del jazz britannico, e in tale veste si era addirittura conquistato, nel 1961, un prestigioso premio per strumentisti emergenti. Aveva allora ventiquattro anni e prima di farsi leader passava per un’ulteriore esperienza da gregario, mutando però in parte gli orizzonti, entrando nei Blues Incorporated di Alexis Korner, scelta cruciale anche perché era lì che faceva la conoscenza di Jack Bruce e Ginger Baker. Se mai bassista e batterista nacquero per suonare insieme, eccoli. Se mai due uomini nacquero per starsi reciprocamente sull’anima e litigare di continuo, rieccoli, sempre loro. Deciso di allestire un suo gruppo, Graham Bond sceglieva ugualmente di sposarseli, nella buona e nella cattiva sorte. Il quartetto era completato dapprincipio da un chitarrista – come dire? – promettente, tal John McLaughlin. Le registrazioni live che ci sono pervenute di quella prima incarnazione parlano ancora – e anzi di nuovo – una lingua schiettamente jazz. Paradossalmente, sarà una volta sostituita la chitarra con un sassofono che si virerà verso l’errebì e il rock’n’roll.

Gli estimatori della Organization si dividono paritariamente fra quanti preferiscono un debutto a 33 giri dal titolo deliziosamente arrogante, il sunnominato “The Sound Of 65”, e quanti scelgono come LP simbolo di un’avventura discograficamente fulminea “There’s A Bond Between Us”. È in realtà questione di sfumature, più esuberante e spigoloso l’esordio, più tondo e sofisticato il seguito. Con nessun indizio di quel che combineranno Bruce e Baker nei Cream e viceversa più di qualcosa ad anticipare il futuro di Heckstall-Smith nei genialmente progressivi Colosseum, a parte un brano – Walkin’ In The Park – che diventerà uno dei loro cavalli di battaglia e in calce al quale si scopre però, sorpresi, la firma di Bond. Fra una Last Night che omaggia i Mar-Keys e una Ruby Baby minore chiamata Keep A’Drivin’, fra una Who’s Afraid Of Virginia Wolf? grintosamente funky e una Baby Can It Be True? stilosamente confidenziale, fra il blues Have You Ever Loved A Woman? e l’irresistibile soul-beat Hear Me Calling Your Name si delinea uno stile in quell’istante inaudito e sul quale in tanti costruiranno piccole o grandi carriere: dai Prisoners agli Inspiral Carpets, dal James Taylor Quartet ai Charlatans. Quanto a Bond, la sua sorte sarà di non reggere emotivamente al dissolversi del gruppo e precipitare in un abisso di dipendenze, manie (probabilmente fatale quella per l’occulto), comportamenti aberranti. Morirà l’8 maggio 1974, gettandosi sotto un treno in una stazione della metropolitana londinese.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.681, aprile 2011.

1 Commento

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Una risposta a “Go Get Organized: il lascito di Graham Bond

  1. Mario

    Personalmente ritengo che la migliore sintesi del sound di Graham Bond la si ottenga ascoltando l’album doppio “Solid Bond” che contempla sia l’inizio jazz che l’evoluzione R’n’B, quest’ultima resa magistralmente dal terzetto Bond, Heckstall Smith, Hiseman, tutti al massimo livello.

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