The Cure 1978-1996 (1): Three Imaginary Boys

Ormai lasciata da tempo quell’Arcana alla quale il suo nome era storicamente legato e accasatosi alla Giunti, nell’autunno 1995 Riccardo Bertoncelli mi contattava chiedendomi se fossi interessato a scrivere un volumetto della popolare collana Compact Rock. Argomento: i Cure. Certo che sì, rispondevo con entusiasmo, avendo sempre avuto un debole per il gruppo di Robert Smith. Grande la delusione, immensa l’incazzatura quando nel settembre dell’anno dopo mi venivano recapitate le prime copie fresche di stampa e scoprivo (non mi era stato dato di vedere le bozze) che un redattore era pesantemente – ma soprattutto perniciosamente – intervenuto sul testo. Per me quel libercolo lì è come se non esistesse. Non dico che non lo riconosca come mio, ma quasi.

Miracolosamente sopravvissuta a un inizio tanto sciagurato, la mia collaborazione con Giunti andrà avanti e frutterà diversi altri volumi, alcuni dei quali decisamente più impegnativi. Tutti letti in bozze da me prima di dare l’OK alla stampa (un paio addirittura impaginati da mia sorella: complete control). In nessuno, redattore oserà più toccare una virgola. Questo che ripubblico adesso a puntate, prendendo a pretesto il fatto che ricorre oggi il trentacinquennale dell’uscita dell’album d’esordio dei Cure, è naturalmente (al netto della cronologia iniziale) il testo originale di Avventure immaginarie.

Three Imaginary Boys

10:15 Saturday Night. Accuracy. Grinding Halt. Another Day. Object. Subway Song. Foxy Lady. Meat Hook. So What. Fire In Cairo. It’s Not You. Three Imaginary Boys.

Fiction, maggio 1979 – Registrato presso i Morgan Studios di Londra – Tecnico del suono: Mike Hedges – Produttore: Chris Parry.

Una lampada, un frigo, un aspirapolvere dal design anni ’60 su un uniforme sfondo rosa pastello, con il nome del gruppo (il medesimo logo verrà usato anche per i due LP successivi) relegato nell’angolo in alto a destra: il davanti di copertina del primo album dei Cure riesce a essere nello stesso tempo originale e incredibilmente anonimo. Ancora di più, originale e anonimo, è il retro, senza alcuna scritta eccetto i marchi della Polydor e della Fiction (sua succursale il cui catalogo era stato inaugurato tre mesi prima dalla ristampa dell’esordio a 45 giri dei Cure stessi) e occupato da una serie di polaroid (neppure una del gruppo), collage, disegni, varie ed eventuali, su uno sfondo che non sa decidersi fra azzurro e verde. Il titolo dell’album non appare né sul davanti né sul retro, e neppure sulla costina e sulla busta interna, e di conseguenza più di un giornale lo recensì come “The Cure”. Quel che è ancora più bizzarro è che nella prima stampa (le tirature successive li riporteranno sull’etichetta) nemmeno i titoli delle canzoni figurano da nessuna parte: li sostituiscono, sull’etichetta del disco, dei simboli grafici (nel 1988 i Butthole Surfers parodieranno la trovata nel loro – notare il titolo sbeffeggiante i Led Zeppelin – “Hairway To Steven”). Non c’è da stupirsi se anche i recensori più entusiasti di “Three Imaginary Boys” tacciarono di pretenziosità il suo artwork, riecheggiante certi lavori degli studi Hipgnosis per i Pink Floyd.

Di pretenzioso nell’esordio a 33 giri del gruppo di Robert Smith (la lampada, ove Michael Dempsey è rappresentato dall’aspirapolvere e Lol Tolhurst dal frigo: c’è da chiedersi se tale astrusa simbologia non sia stata concepita dal manager Chris Parry in un momento di alterazione da alcool particolarmente marcata) non vi è per fortuna altro. A Smith e compagni la copertina non fu la sola cosa del disco a dispiacere. Se risulta difficile condividere le aspre critiche mosse a posteriori dal leader al lavoro di produzione di Parry, non parendoci che il gruppo di “Three Imaginary Boys” suoni sensibilmente diverso da quello che nello stesso periodo aveva registrato in presa diretta alcuni brani per il programma radiofonico di John Peel, tocca annotare che il controllo dittatoriale esercitato al tempo sui Cure dal loro manager si rivelò deleterio pure per la scelta dei brani.

Dei quattro titoli – Boys Don’t Cry, It’s Not You, 10:15 Saturday Night e Fire In Cairo – presenti sul demo, registrato nel maggio 1978, che aveva persuaso Parry a contattare i Cure, manca assurdamente all’appello il primo. Romantica di un romanticismo struggente ma dolcissimo, teneramente pop, Boys Don’t Cry sarà un mese dopo il lato A del secondo 45 giri della banda Smith. Il suo retro sarà Plastic Passion, altro brano da lunga data in repertorio (la sua prima versione era stata inclusa, nel gennaio 1978, nel terzo e ultimo demo inciso per la Hansa) e che certo non avrebbe sfigurato in “Three Imaginary Boys”. È però un’altra l’assenza più clamorosa: ove a quello che era stato il retro del primo 45 giri dei Cure è delegato il delicato incarico di aprire il 33, il lato A non figura in scaletta.

Canzone fra le più memorabili mai scritte da Robert Smith e suo primo capolavoro, Killing An Arab fu oggetto di molte incomprensioni. La sua versione originale fa parte del secondo demo registrato per la Hansa, il 15 novembre 1977, e non piacque affatto agli audiolesi responsabili della casa tedesca. Non dovette convincere granché neanche i dirigenti della Polydor se rifiutarono di farla uscire sotto Natale del 1978 e si convinsero a pubblicarla soltanto due mesi più tardi, dopo che i giornali specializzati britannici, insolitamente unanimi, l’avevano eletta “45 giri della settimana” e dopo che le 15.000 copie date alle stampe dalla indipendente Small Wonder erano andate esaurite. Purtroppo per i Cure, Killing An Arab piacque immediatamente invece ai ragazzotti del National Front che, equivocando su un testo liberamente ispirato al romanzo di Albert Camus L’etranger, ne fecero un inno razzista fra la costernazione e le proteste del gruppo, che penerà diversi mesi per sbarazzarsi di questi ingombranti fans. Forse in questo incidente di percorso va individuata la ragione di un’esclusione altrimenti incomprensibile? Se ne potrebbe dedurre che in Chris Parry i tratti maclareniani non sono poi marcati come può sembrare a una prima occhiata, ché il manager dei Sex Pistols una situazione del genere avrebbe fatto carte false per crearla piuttosto che per evitarla. Se no, bisogna ipotizzare che Parry avesse il mito degli anni ’60 e dunque trovasse logico, come usavano i Beatles o i Kinks, serbare alcune delle canzoni più incisive per il mercato dei 45 giri. Altri tempi, quelli dei Baronetti, e anche se il punk aveva riportato in auge un formato trascurato nella prima metà dei ’70 l’esclusione dei summenzionati titoli dal repertorio schierato in “Three Imaginary Boys” appare, ora come allora, autolesionista.

Parry, nato in Nuova Zelanda nel 1949, si era trasferito a Londra nel 1970 ed era entrato in Phonogram quattro anni dopo, diventando nel giro di pochi mesi uno dei dirigenti dell’ufficio artistico della Polydor. Il primo complesso da lui scoperto furono le Chanter Sisters, che nel 1975 piazzarono un brano nelle zone alte delle classifiche, ma fu con il divampare dell’incendio settantasettino che le quotazioni del giovanotto salirono vertiginosamente. Parry portò alla Polydor i Jam e Siouxsie & The Banshees e la credibilità così conquistata fu tanta che gli venne concesso di creare un marchio collegato alla casa madre ma di sua esclusiva gestione.

Nacque così la Fiction e i Cure furono il primo gruppo a firmare, il 13 settembre 1978, per la nuova etichetta. Originario del Sussex, il trio aveva già alle spalle, nonostante la verde età dei componenti (il più anziano era Dempsey, non ancora ventenne), una storia lunga e travagliata, con molti cambi di formazione e un ingaggio da parte della tedesca Hansa che si era risolto in un nulla di fatto. In Robert Smith (voce e chitarra), Michael Dempsey (basso) e Lol Tolhurst (batteria) Parry aveva subito individuato – dichiarerà anni dopo – “il perfetto trio pop, meglio dei Police, meglio dei Jam”. Agendo in base a questa visione e avendo a suo dire rispetto a Smith, già allora leader indiscusso, il vantaggio di sapere chiaramente cosa voleva “mentre lui sapeva chiaramente solo cosa non voleva”, il factotum della Fiction mosse sapientemente le sue leve all’interno del circo dei media per attirare quanta più attenzione possibile sui suoi protetti. La qualità delle canzoni scritte da Smith e le orecchie bene aperte di alcuni addetti ai lavori fecero il resto: sarà il caso di ricordare che, con una lungimiranza se possibile superiore al solito, John Peel invitò i Cure a incidere per il suo programma addirittura prima che uscisse il loro debutto a 45 giri.

Un giochetto che invece a Parry non riuscì fu quello di creare un’immagine forte (= riconoscibile) per il complesso:

Avevo molta fiducia nel gruppo, ma durante i concerti si vestivano in modo orribile. Ero d’accordo sul fatto che sembrare alla moda non avesse grande importanza, ma Dempsey indossava pantaloni di velluto a coste e il maglione del nonno, Robert un indescrivibile cappotto messo migliaia di volte, Lol scarpe e pantaloni di ogni tipo e una maglietta bianca, e in più aveva un filo di barba. Pensavo: ‘La musica di questi ragazzi è eccellente, ma loro fanno davvero schifo!’”.

Ce la fece a malapena a persuadere i tre a presentarsi sul palco con dei canonici giubbotti di pelle nera da rocker e forse più che lui a convincerli furono gli Wire, cui i Cure avevano suonato di spalla nell’ottobre del 1978, restandone enormemente impressionati. Due lustri dopo Robert Smith così ricorderà quella sera: “Gli Wire ci erano superiori a tal punto che ne fui quasi spaventato: usavano luci bianche, si vestivano di nero e bianco e la loro musica era tesa, drammatica e potente. Sentii subito il desiderio di muovermi in quella direzione, di indurire il nostro sound, perché noi al confronto eravamo pressoché inconsistenti”.

I Cure con il trascorrere degli anni baderanno maggiormente all’immagine rispetto agli esordi – arrivando, all’epoca di “The Head On The Door”, ad adottare pantaloni neri abbondanti e giacche sempre nere sformate, con sotto camiciole o magliette bianche, a mo’ di uniforme – ma a renderli riconoscibili sarà più che altro la leonina chioma del leader, al tempo di “Three Imaginary Boys” un dito appena più abbondante di un taglio da esercito di Sua Maestà.

Nell’annus Domini 1979 Chris Parry, non riuscendo a modellare per Smith, Dempsey e Tolhurst un look che fosse pop quanto le loro canzoni di punta, optò infine per una non-immagine: da qui la copertina dell’album d’esordio dei Nostri. Talune bizzarre esclusioni, su cui già ci si è soffermati, in sede di allestimento di scaletta resero poi il disco assai meno pop di quanto avrebbe potuto essere e fanno venire il sospetto che il manager non avesse assolutamente le idee chiare come da lui asserito. Derivarono da ciò conseguenze importanti per la storia del gruppo: la prima è che non vi è fra questo LP e i suoi immediati successori, fino a “Pornography” compreso, lo stacco che avrebbe potuto esserci; la seconda è che da subito i Cure vennero visti come una formazione innamorata dell’oscurità, con forti tendenze al gotico (si diceva in Gran Bretagna) o se preferite (si diceva in Italia) al dark, e che la loro spiccata sensibilità pop fu posta in secondo piano o del tutto ignorata. Ci vorrà la trilogia di 45 giri Let’s Go To Bed/The Walk/The Love Cats per mettere in discussione il mito dei Cure “gruppo dark”, etichetta terribilmente limitante.

Volendo andare a est Parry puntò insomma decisamente a ovest, per errore, non per scelta come Cristoforo Colombo. Ma come al Genovese gli andò bene lo stesso e scoprì l’America.

Ad ogni buon conto, la prima facciata di “Three Imaginary Boys” è pressoché perfetta, dal raffinato pattern di batteria che dà il “la” a 10:15 Saturday Night all’urlo agghiacciante con il quale si congeda l’orrorifica Subway Song. Dopo l’inizio ultraminimale ma di presa immediata 10:15, brano già da più di un anno in scaletta nei concerti del complesso e retro, sei mesi prima, di Killing An Arab, mantiene per tutta la sua durata un incedere che ricorda marcatamente il ticchettare di un orologio. Gli stilemi dello scarno suono dei primi Cure vengono definiti immediatamente: ad assumersi la responsabilità dello sviluppo melodico dei brani, appoggiandosi a una batteria senza un fronzolo ma attenta alle sfumature (nonché, nel caso di questo LP, registrata stupendamente: Parry era stato in gioventù ottimo batterista e in studio sa catturare il suo ex-strumento come pochi) è il basso. La chitarra lo contrappunta con interventi tanto lineari quanto agili, tirchieggiando di norma sulle note di modo che, nelle rare occasioni in cui esce allo scoperto e si pone in primo piano (per esempio nel finale della canzone che dà il titolo all’album), l’effetto di sottolineatura drammatica è formidabile. 10:15 Saturday Night si imprime nella memoria sin dal primo ascolto e per la peculiarità della costruzione ritmica e per la squisitezza della melodia che ad essa si va a sostenere. Accuracy, che la segue senza concedere un secondo di pausa (le prime quattro canzoni di “Three Imaginary Boys” sfumano una entro l’altra senza lasciare all’ascoltatore tempo per rifiatare; trucchetto da nulla, eppure efficacissimo nell’incrementare la tensione, come in anni più vicini a noi un produttore del calibro di Rick Rubin dimostrerà più volte), ne replica lo schema senza averne troppo l’aria. Grinding Halt ha un suono più pieno, un’andatura saltellante, sentori new wave e nello stesso tempo soul (ascoltate con attenzione la linea del basso!), spruzzate di spezie d’Oriente: la scrisse Tolhurst e Smith – pare – si limitò a rimaneggiarla. Rimane il contributo (uno dei pochi) di maggior pregio offerto dal batterista (poi tastierista) al repertorio dei Cure. Another Day è malinconica, scheletrica (a un certo punto il basso viene lasciato in solitudine), bellina ma prescindibile. Meglio Object, che caracolla alla Jam portando a spasso un riff robusto. Meglio ancora Subway Song, rabbrividente storia di un omicidio consumato nei corridoi deserti di una metropolitana, un piccolo capolavoro di economia e di thrilling modello Hitchcock messo in musica.

La seconda facciata di “Three Imaginary Boys”, pur offrendo momenti indimenticabili, è nel complesso più debole rispetto alla prima, tanto che quando si dovrà allestire un debutto americano per i Cure i brani sacrificati saranno tutti pescati fra i suoi sei (due soli i sopravvissuti). Parte benissimo, con una versione genialmente à la Devo dell’hendrixiana Foxy Lady, ridotta a 2’24” di nevrotiche collisioni fra chitarra, basso e batteria, ma poi si smarrisce nei troppi cambi di direzione di Meat Hook e va a sbattere facendosi male nell’insolito (per quest’album) muro di suono di So What, musicalmente banale, liricamente imperdonabile (Smith non riusciva a scrivere un testo e, ubriaco, utilizzò la pubblicità di un decoratore di dolci trovata sul retro di un pacco di zucchero: l’effetto è nefando). Fire In Cairo e Three Imaginary Boys – fa da ponte fra loro It’s Not You, che evoca di nuovo i Jam, con la medesima potenza ma meno brio di Object – sono però magnifiche, di quelle canzoni che da sole giustificano l’acquisto di un disco. La prima è tutta giocata sul duetto fra la voce di Smith e il basso di Dempsey, con la solista che si limita a un ricamo qui e uno là. Il brano che dà il titolo all’album vede la voce, il basso, la batteria, l’elettrica strimpellata come fosse un’acustica viaggiare all’unisono sui sentieri di un giro elementare, di quelli che ti sembra di conoscere da sempre ma che non riesci mai a ricordare dove e quando li hai ascoltati in precedenza. Quando verso il finale l’elettrica balza in primo piano l’effetto è stordente, da volo al tappeto per il conteggio definitivo.

Qualche secondo di silenzio e poi, come con una certa frequenza accade oggi con i CD (ma all’epoca era una bizzarria), esce alla ribalta il brano “nascosto”. Meglio avrebbe fatto a rimanere dietro le quinte per sempre: una manciata di secondi da cowboy ubriachi a Las Vegas, country’n’western d’accatto buono per farsi qualche risata in cantina alla fine delle prove. Messo lì tanto perché nella mente dell’ascoltatore si insinui un sospetto di “genio e sregolatezza”? Bisognerebbe girare la domanda a Mr. Parry.

È un bel disco, “Three Imaginary Boys”, ma avrebbe potuto essere molto di più. Non fu, per i Cure, il migliore degli esordi possibili.

Pubblicato per la prima volta, in forma diversa, in Avventure immaginarie, Giunti, 1996.

5 commenti

Archiviato in anniversari, archivi

5 risposte a “The Cure 1978-1996 (1): Three Imaginary Boys

  1. Andrò a recuperare. I Cure sono uno dei tanti buchi nella mia discografia…di loro ho solamente Seventeen seconds, Disintegration e Bloodflowers…
    Attendo con ansia le nuove puntate per valutare bene da cosa partire!

    • Giuliano

      Recupera l’edizione americana di Three Imaginary Boys, Boys Don’t Cry. Aggiungici Pornography e magari l’antologia di singoli col vecchio in copertina.

      • giuliano

        Io sono il giuliano con la “g” minuscola e, quasi fosse un caso di doppelganger, avrei anche scritto pari pari il commento sopra riportato. Per un attimo ho avuto un brivido.

  2. Mi sono iscritto ieri e oggi si parte con la saga dei Cure che è probabilmente il gruppo a cui sono più affezionato in assoluto. Buon segno e buon articolo. Impaziente per gli altri.

  3. Shitbeard

    L’ho sempre detto e lo ribadisco: per il sottoscritto trattasi del disco più figo dei Cure. Si respira davvero la giovinezza tra i solchi di questo vinilozzo. Puro guitar-pop in attitudine ‘slackler’…talmente ingenuo, fresco e giocoso da essere irresistibile. Capolavoro.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...