Isaac Hayes: Hi-Fi Buttered Soul

Isaac Hayes - Hot Buttered Soul

Pesavano il doppio degli altri LP, che al tempo (tardi ’70, primi ’80) a 90 grammi a volte manco arrivavano, e costavano anche più del doppio. Si faceva una dannata fatica a trovarli e la scelta di titoli a disposizione non è che fosse ampissima, sicché a parte gli audiofili più danarosi (che sono poi spesso quella razza dannata che ascolta il suono dell’impianto più di quello della musica: non contatemi nel novero) averne negli scaffali quattro o cinque era tanto. Ed erano immancabilmente fra quelli che ti portavi dietro quando andavi a scegliere le casse. Poi arrivò il CD e molti miti vennero sciaguratamente spediti in soffitta a pigliar polvere. Posso dire che è stato con emozione che ho posato sul piatto del Thorens un articolo di recente stampa della rediviva Mobile Fidelity Sound Lab? Rediviva non in assoluto, visto che l’etichetta audiofila per antonomasia non si fece cogliere impreparata dall’arrivo del digitale e oggi, per dire, è all’avanguardia in materia di SACD, ma per quanto riguarda il mercato (udite udite! in espansione) del vinile. A un certo punto accantonato persino da quelle parti, salvo venire rimesso in produzione nel 1994, con la serie “Anadisq 200”, e – sembra di intendere: con maggiore convinzione – lo scorso anno con la collana “Gain 2 Ultra Analog”. Alison Krauss e i Kinks, John Lennon e Sonny Rollins, Aimee Mann e Patricia Barber e Dave Alvin i primi artisti a beneficiare del mastering a mezza velocità, del pressaggio su 180 grammi di vinile virgine, della busta antistatica che aiuta a conservare il prezioso oggetto nel migliore dei modi così come la doppia copertina in cartone confortantemente spesso. Sui particolari tecnici della produzione di questi gioielli non intendo però soffermarmi, sarebbe pletorico giacché su “the art and science of Mobile Fidelity Sound Lab” si danno adeguate spiegazioni nella confezione stessa di ciascun titolo e volete non mettervene uno in casa? Tanto per sentire l’effetto che fa. Due altre cose voglio piuttosto dire qui. La prima è che il prezzo sarà una sorpresa: non è proprio che ve li regalino questi “Gain 2 Ultra Analog” ma, insomma, non siamo molto sopra all’esborso richiesto per un normale CD di ultima produzione e, complice pure il cambio favorevole con il dollaro, se vi fate due conti constaterete che togliervi uno sfizio vi costerà, in termini reali, la metà di quello che vi sarebbe costato nel 1983. La seconda è che l’ottimo Alfredo Gallacci, patron di Sound And Music che è l’importatore in Italia di Mobile Fidelity, nemmeno a farlo apposta avrebbe potuto mandarmi un titolo più perfetto per farmi apprezzare il ritorno “into the groove” del celeberrimo marchio: “Hot Buttered Soul”, il 33 giri con il quale nel 1969 Isaac Hayes dopo avere colto innumerevoli successi restando dietro le quinte, da autore, conquistava in prima persona il centro della ribalta. Disco da me amatissimo, frequentatissimo, di quelli da isola deserta.

Eppure: un album conosciuto a memoria si è rivelato, lasciandomi stupefatto, come nuovo. Mai percepito tanto calore e tanta forza di seduzione (soprattutto in quegli impagabili monologhi che anticiparono Barry White) nella voce dell’uomo cui dobbiamo, a metà con David Porter, canzoni come When Something Is Wrong With My Baby e Soul Man, You Don’t Know Like I Know e Hold On, I’m Comin’. Mai sembrato così imponente l’Hammond A-100 né taglienti e sinuose le chitarre. Mai avuto un simile punch la sezione ritmica, né archi e ottoni vi hanno volteggiato sopra e saettato intorno con anche lontanamente paragonabili grazia, naturalezza, dinamismo. Come dire che in questa stampa “Hot Buttered Soul” è se possibile ancora più capolavoro di quanto non fosse e non che il vinile americano già in mio possesso suonasse male, il contrario: ma davvero stavolta è come se un velo cadesse, è come se improvvisamente tutto venisse messo a fuoco, sicché solo in quel momento l’osservatore  si rende conto di quanto fosse sfocata in precedenza la visione. E cresce a dismisura l’ammirazione per chi – gli ingegneri del suono Terry Manning e Ed Wolfrum – seppe cavare un simile prodigio dai limitati mezzi tecnici dell’epoca. Con appena otto piste a disposizione Manning sistemava su sei voce, chitarra, organo, basso e batteria (permettendosi anche la finezza di manipolare a tratti il cantato e riuscendo in qualche modo a immortalare in un’unica presa i 18’40” di By The Time I Get To Phoenix, quando le bobine duravano un quarto d’ora), mentre Wolfrum accomodava un’orchestra nelle altre due. Da non crederci, ad ascoltare i risultati.

Così, se vi volete bene, vi toccherà comprare di nuovo “Hot Buttered Soul”, in un’edizione che è limitata e dunque vi conviene affrettarvi. Unica vera alternativa il SACD, sempre Mobile Fidelity, di cui mi si dicono meraviglie. Ma mi riesce arduo credere che offra di meglio. Quel che è certo è che nessuna seria collezione di musica del Novecento può non contemplare un LP dopo il quale nel soul niente fu più lo stesso, spartiacque fra un’era e un’altra della black: per come si stacca da quel suono Stax alla cui definizione Isaac Hayes aveva dato un contributo fondamentale, per il suo essere concepito senza tenere conto del mercato dei 45 giri (frutterà lo stesso due singoli vendutissimi), per arrangiamenti inauditi, fatti di chitarre a bagno nell’LSD e archi gonfi di sensualità e sentimento, scansioni lentissime e una voce di profondità abissale. Opera vieppiù personale proprio quando Hayes si confronta con standard del pop come Walk On By di Burt Bacharach e By The Time I Get To Phoenix di Jim Webb, trasformati in epiche sinfonie (quasi trentuno minuti complessivi, due terzi del programma) di ultramondano afflato.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.252, dicembre 2004.

2 commenti

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2 risposte a “Isaac Hayes: Hi-Fi Buttered Soul

  1. stefano campodonico

    mannaggia a te Eddy!
    Visto che io mi voglio molto bene e che l’articolo in questione è anche per me da isola deserta, metterò mani nel portafoglio e acquisterò per la terza volta questa meraviglia di disco!
    E dato che parliamo di blackmusic approfitto di questo spazio per dirti che una ventina di giorni fa sono uscito di testa per un concerto di Lisa and the Lips alla mitica Scaletta di La Spezia. Adoravo già i Bellrays, ma qui con questa formazione allargata con fiati e tastiere, siamo oltre, molto oltre!
    Funk acido alla George Clinton e Lisa Kekaula che vale la miglior Tina Turner. E pensare che a parte Lisa sono tutti visi pallidi!
    Hai avuto modo di ascoltarli? è chiaro che mi interessa molto l’opinione del mio maestro di soul!

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