Pink Mountaintops – Get Back (Jagjaguwar)

Pink Mountaintops - Get Back

“Sono dieci canzoni e non rinuncerei a nessuna. Sono quarantatré minuti e non toglierei un secondo. Al di là di ogni giudizio di merito, pochi dischi mi hanno emozionato così tanto in questo decennio”: così scrivevo a suo tempo, e il suo tempo era il 2009, dell’album prima di questo dei Pink Mountaintops. Non mi sono mai pentito di essermi sbilanciato a tal punto, come di rado mi capita, e su pochi, pochissimi dischi usciti nel secolo nuovo mi è capitato di tornare come su “Outside Love”, senza nessuna ragione professionale, solo per il piacere di riascoltarlo. Resta a mio avviso uno dei misconosciuti classici degli anni Duemila e, se proprio costretto con una pistola alla tempia a scegliere fra quello e “In The Future”, conclamato capolavoro dell’altro – e principale – progetto di Stephen McBean, i Black Mountain, per quanto a malincuore è il secondo che butterei dalla torre. Chissà quale il pensiero al riguardo dell’artista di Vancouver. Formalmente per lui i Pink Mountaintops sono un hobby e dovrebbe dirla lunga al riguardo che questo album nuovo lo si sia dovuto aspettare cinque anni. E però, tolta una colonna sonora, sono già quattro che se ne attende uno anche da quei Black Mountain ormai un po’ oltre il confine fra il culto e il successo vero con “Wilderness Heart”. Alle prese con “Outside Love”, dovendo spiegare la differenza fra le due band un recensore americano le ribattezzava Pink (Floyd) Mountaintops e Black (Sabbath) Mountain. All’ingrosso ci sta, fermo restando che le linee demarcatorie non sempre sono nette e che a spostare da qui a lì almeno certi brani si potrebbe stentare a cogliere la differenza.

Stavolta qualcosa da “Get Back” lo sottrarrei eccome e sono in numerosa se non sempre buona compagnia, se è vero come è vero che sia “Pitchfork”, che l’ha stroncato, che “PopMatters”, che l’ha viceversa incensato, concordano sul fatto che a eliminare dal programma North Hollywood Microwaves il disco avrebbe a guadagnarne. Non è nemmeno che sia una canzone così brutta, per quanto le altre nove le siano tutte largamente superiori: è che il rap cui si lascia andare, al culmine di cinque minuti di starnazzante garagismo, l’ospite Annie Hardy (Giant Drag) è un trapianto davvero malriuscito su tutt’altro tipo di corpo. Per il resto… Per il resto mi congratulo con me stesso per avere scritto a più riprese “Dinosaur Jr” negli appunti presi ascoltando “Get Back” – sottolineando a fianco di una Sixteen che del Dinosauro pare una versione glam e di una Through All The Worry vicino alla quale leggo anche “Buffalo Tom, Teenage Fanclub, Crazy Horse” – e questo prima di apprendere che J. Mascis è qui presente non solo in spirito ma pure in carne, ossa, fuzz e feedback. E sono soltanto io a cogliere i primi Green On Red, e più in generale tanto Paisley, in una Sell Your Soul che un po’ rimanda anche all’Iggy Pop di “Brick By Brick” e in una New Teenage Mutilation da cui si affaccia un riff alla Sweet Jane? Da tanto jingle-jangle elettrico dopo l’incipit tritatutto di Ambulance City, fra uno schizzo di surf, una suggestione di Americana e una striatura psichedelica emerge a suggello il riffeggiare solenne e torpido, con una coda di rock’n’roll, di The Last Dance ed è come una distillazione di tutto o quasi il Bowie ’71-’74. Con Through All The Worry il mio momento preferito di un lavoro di cui giusto un’altra cosa cambierei: la copertina. Veramente orribile.

4 commenti

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4 risposte a “Pink Mountaintops – Get Back (Jagjaguwar)

  1. gran disco, e stasera vado a sentirli

  2. Giancarlo Turra

    In provincia di Brescia, a luglio, furono molto bravi. Ruvidi il giusto da impreziosire le canzoni, pescate in larga parte da quest’ultimo disco.

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